Missione migranti, Caltanissetta centro operativo

Il genio creativo dello Spirito è capace di dare alla luce nuovi carismi, nuove modalità per giungere al cuore dell’uomo, nuove energie perché la Chiesa sappia rispondere alle necessità dei tempi.

E l’esempio più attuale è l’idea del Santo Padre Francesco che, per dare un concreto supporto al dramma dell’immigrazione, di fronte alle difficoltà e ai contraddittori silenzi degli Stati, ha disposto la costituzione di una missione intercongregazionale di religiose a servizio di quanti, seguendo le rotte migratorie, approdano sulle nostre coste e stazionano nel nostro Paese.

La diocesi di Caltanissetta, condividendo l’ansia pastorale del Papa e riconoscendo la necessità di un contributo fattivo, ha aperto le porte a questa missione, mettendo a disposizione delle religiose la Parrocchia “San Pio X”, oggi divenuta un polo operativo di assistenza.

In un frangente di pausa dal servizio quotidiano, Suor Veera Bara, religiosa indiana appartenente alle “Sisters of Mercy of the Holy Cross”, pioniera, insieme a Suor Francesca, in questa avventura di solidarietà, offre la sua testimonianza di carità nelle periferie contemporanee.

Come è nata l’idea di una missione intercongregazionale in favore dei migranti?

Papa Francesco ha ideato questa missione a seguito dei tragici sbarchi di immigrati a Lampedusa, dove arriva gente che ha attraversato, rischiando la vita, il Mediterraneo. Appena ritornato dalla visita apostolica nell’isola, ha riunito le Superiore Generali delle diverse congregazioni nel mondo (n.d.r. UISC, Unione Internazionale delle Superiore Generali), chiedendo un gesto concreto per sostenere questi nostri fratelli in difficoltà. Da questo incontro è nata la missione che coinvolge numerose religiose, di diversa nazionalità e appartenenti a più congregazioni. Il primo a promuovere questo carisma è stato l’arcivescovo di Agrigento, il cardinale Montenegro, con cui abbiamo cominciato la collaborazione. Da Agrigento il carisma si è sviluppato nella diocesi di Caltagirone, dove è situato il CARA, infine a Caltanissetta.

La vostra missione richiede elevate competenze: quale formazione viene impartita?

Le superiore generali hanno coinvolto le diverse congregazioni, che poi hanno selezionato religiose di differenti nazionalità con pregresse esperienze missionarie e una formazione interculturale. Per esempio, io provengo dall’India, ma sono stata per diversi anni in Africa. Quante siamo state scelte, poi, abbiamo seguito una formazione di due mesi a Roma. In questo periodo abbiamo potuto imparare, in primo luogo, la vita di comunità che supera e valorizza i singoli carismi e le particolari spiritualità delle congregazioni da cui proveniamo; in secondo luogo, la cultura della Sicilia e dei migranti, cioè il contesto e i destinatari della nostra azione; poi, la normativa italiana relativa all’immigrazione; infine, la lingua. A conclusione della formazione, siamo state inviate in Sicilia per vivere in comunità, situate nei luoghi strategici per il supporto ai migranti.

Come si esplica la vostra missione per gli immigrati?

Secondo le parole del Papa, noi siamo chiamate a giungere alle periferie, cercando questi nostri fratelli emarginati.

Oltre a fornire loro alimenti, vestiti e medicine, li andiamo a cercare sotto i ponti, agli angoli delle strade, nei crocicchi in cui stazionano o nei centri di accoglienza, come a Pian del Lago.

Ascoltiamo le loro storie, preghiamo con loro, riconosciamo loro quella dignità spesso calpestata.

Siamo poste innanzi alla tragedia di persone frustrate, senza speranza, schiacciate dal male della guerra e della povertà e non possiamo restare in silenzio.

Partono dalla Siria, dalla Turchia, dal Nord Africa in cerca di pace e lavoro, ma non trovano nulla e vengono attratti da criminali che danno un’illusione di sicurezza, dietro cui si nasconde una rete di traffici illeciti. Non si tratta, perciò, di un’opera semplicemente assistenzialistica, ma di una chiamata a farsi prossimi di quanti si trovano nel bisogno, fornendo sia un supporto materiale, che una vicinanza spirituale, strappandoli ad una fine drammatica.

La maggior parte dei migranti che si rivolgono a noi sono cristiani, cattolici o pentecostali, che condividono la fede con noi e percorrono un cammino di incontro col Signore. E noi siamo lì per accompagnarli.

Avete il sostegno della popolazione? Come si rapportano i siciliani davanti al dramma dell’immigrazione?

I movimenti e le organizzazioni delle diocesi coinvolte ci sostengono in modo decisivo. Quando il cardinale Montenegro ha iniziato a diffondere la notizia del nostro arrivo, tutta la diocesi di Agrigento si è mossa per offrirci un’accoglienza calorosissima, e ciò si è ripetuto quando siamo giunte a Caltagirone e a Caltanissetta.

Ammiro la forza d’animo e l’ospitalità di tanti siciliani che si prodigano affinché noi possiamo compiere al meglio la nostra missione e i migranti possano superare le difficoltà. Ed è ancor più bello vedere il sentimento di gratuità nel donarsi che li contraddistingue.

Di fronte al silenzio di molte istituzioni, alle carenze di mezzi, alla crisi, ecco che appare la solidarietà e la voglia di mettersi in gioco, senza aspettare nulla in cambio. Sono veramente contenta per la forza propulsiva e dirompente del volontariato cattolico in questa terra!