Papa Francesco, dopo la visita a Lampedusa nel 2013, è tornato lo scorso sabato in Sicilia per celebrare il venticinquesimo anno dal martirio del Beato Padre Pino Puglisi, ucciso in odio alla fede da Cosa Nostra, che vedeva in lui un pericoloso avversario.

Dopo la breve sosta nella diocesi di Piazza Armerina, la giornata ha avuto come centro Palermo ed è stata scandita dalla Messa al Foro Italico, dal pranzo con i poveri ospitati dalla Missione Speranza e Carità di fratel Biagio Conte, dalla visita privata nel quartiere Brancaccio, e dagli incontri col clero e i giovani.

Durante la celebrazione eucaristica, nella memoria liturgica del beato, è stata rivolta l’esortazione a cambiare la logica mondana con la propria testimonianza: di fronte all’illusione del successo e della sopraffazione, il Vangelo traccia la via del dono di sé, nel segno del chicco di grano che, morendo, produce molto frutto.

La vita di Padre Puglisi è stata contrassegnata dall’umile servizio a favore degli ultimi: nella periferia di Palermo, ha ricostruito il tessuto umano e sociale, che si era disgregato sotto il dominio indisturbato degli uomini d’onore.

Come ha ricordato il Papa durante l’omelia, la vittoria di questo martire è stata coronata dal sorriso: “il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore”, fino a provocare la conversione dell’uccisore.

L’appello ai mafiosi è di convertirsi dal male compiuto, lasciando alle spalle la contraddizione tra vita cristiana e criminalità: “Se la litania mafiosa è: Tu non sai chi sono io, quella cristiana è: Io ho bisogno di te. Se la minaccia mafiosa è: Tu me la pagherai, la preghiera cristiana è: Signore, aiutami ad amare. […] Tu sai, voi sapete, che il sudario non ha tasche. Voi non potrete portare niente con voi. Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo, cari fratelli e sorelle!”.

Subito dopo la Messa, il Santo Padre si è recato presso i locali della Missione Speranza e Carità, associazione che ha fatto della prossimità verso gli ultimi e gli scartati della società la propria ragione d’essere: in un clima di semplicità, ma soprattutto di gioia, il pasto è diventato momento di condivisione e festa.

Il culmine del viaggio apostolico è stato la visita presso il quartiere Brancaccio: la casa popolare dove abitava 3P (così era affettuosamente chiamato dai suoi ragazzi) è stata riscattata dai volontari del Centro Padre Nostro e trasformata in segno di memoria, per ricordare a tutti che una vita spesa per gli altri non è mai vana.

Accolto dagli abitanti di Brancaccio, che, in segno di discontinuità contro lo strapotere mafioso, hanno steso dei lenzuoli bianchi, il Papa ha sostato sul luogo del martirio e ha visitato la Chiesa di San Gaetano, sede del ministero pastorale di 3P.

I momenti conclusivi – gli incontri con il clero, i religiosi e i seminaristi in Cattedrale e con i giovani in Piazza Politeama– sono stati l’occasione in cui Francesco, traendo spunto dalla vita di Padre Pino, ha tracciato l’identikit del pastore e del giovane autenticamente cristiani.

Al clero e ai religiosi, ha consegnato tre parole: celebrare, accompagnare e testimoniare.

La Chiesa, come sacramento di salvezza, non ha bisogno di pastorali faraoniche, di progetti o ideologie, ma di apostolato, di ascolto e pazienza; “il Vangelo ci chiede, oggi più che mai, questo: servire nella semplicità, nella testimonianza. Questo significa essere ministri: non svolgere delle funzioni, ma servire lieti, senza dipendere dalle cose che passano e senza legarsi ai poteri del mondo. […] Io auguro a voi preti, consacrati e consacrate, seminaristi, di essere testimoni di speranza, come don Pino ben disse una volta: A chi è disorientato il testimone della speranza indica non cos’è la speranza, ma chi è la speranza. La speranza è Cristo, e si indica logicamente attraverso una propria vita orientata verso Cristo”.

Ai giovani, che gli hanno chiesto come ascoltare la voce di Dio nella propria vita e concretizzarla nel tessuto sociale della Sicilia, il Papa risponde mettendoli in guardia contro la tentazione di sentirsi arrivati, anzi, pensionati; l’esortazione è relazionarsi, metterci la faccia, sporcarsi le mani con la realtà, senza perdere di vista i propri sogni.

E, di fronte alle possibili figuracce, ricordare che è “meglio essere buoni idealisti che pigri realisti, meglio don Chisciotte che Sancho Panza”!

In Sicilia, crocevia del Mediterraneo, l’urgenza di servizio è particolarmente sentita e favorita proprio dal continuo incontro con le culture: la fede e l’identità dei siciliani si sono costruite attraverso il dialogo tra i popoli.

“La dignità, l’accoglienza, la solidarietà non sono buoni propositi per gente educata, ma tratti distintivi del cristiano”: nonostante dilaghi la carestia d’amore, sostituito dal sentimentalismo, bisogna tornare alla semplicità del dono gioioso di sé.

L’impegno che il Papa consegna ai giovani è di diventare albe di speranza, sentinelle che abbattono i muri di delinquenza e omertà, che vincono il fatalismo e la delusione, che non scendono a patti col male, ma lo denunciano con fermezza.

La benedizione conclusiva racchiude in sé l’augurio che i giovani, credenti e non, siano “ricercatori di bene e felicità, operosi nel cammino e nell’incontro con gli altri, audaci nel servire, umili nel cercare le radici e nel portarle avanti per dare frutti, per avere identità e appartenenza”.

Andrea Miccichè

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