Una riflessione sulla vocazione giornalistica, come missione di verità.

“I giornalisti scrivono la prima bozza della storia”

Con queste parole Papa Francesco salutava i rappresentanti del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, il 22 settembre dello scorso anno.

Penso, con una punta di malizia e ironia, che la splendida e impegnativa definizione del Santo Padre sia stata presa eccessivamente alla lettera: assistiamo infatti ad un sistema mediatico-informativo che, invece di inquadrare gli eventi secondo un piano di valori, distorce i fatti per asservirli all’ideologia del momento.

Mi riferisco, in particolare, all’ultima notizia che ha dominato per diversi giorni la scena: una vera e propria “fake news”, o “bufala”.
Ma andiamo con ordine…
Lo scorso 3 marzo viene pubblicata su quasi tutte le testate giornalistiche la scandalosa scoperta dei cadaveri (quasi 800) di bambini, la cui morte è risalente al periodo tra il 1925 e il 1961, in una fossa comune vicino all’orfanotrofio cattolico irlandese di Tuam.
Le suore che lo gestivano sono immediatamente divenute, nella mente collettiva, colpevoli di sevizie e maltrattamenti di ogni specie. Il movente che avrebbe scatenato la loro furia sarebbe il pregiudizio cattolico contro i figli nati fuori dal matrimonio.
La notizia presentata in questo modo sarebbe capace di far indignare il più fervente uomo di Chiesa che, pur consapevole del fatto che i cristiani non sono immuni dal peccato, avrebbe augurato alle sciagurate religiose un indimenticabile tour per i gironi infernali.
Piccolo, ma fondamentale particolare: la vicenda raccontata è pura distorsione della realtà; la scoperta della fossa comune risale, infatti, al 2014, e ciò è avvenuto sulla base di ricerche effettuate a partire da registri ufficiali (altro che totale disinteresse dell’istituto religioso!)

Inoltre, come – purtroppo – risulta dagli indici statistici, il numero dei bimbi ritrovati è in piena linea con il tasso di mortalità infantile dell’epoca e non giustificherebbe l’attacco rivolto alla struttura caritativa.
Ora, senza nulla togliere, al dramma umano della precarietà della vita, non è possibile rimanere indifferenti davanti alla gogna mediatica a cui sono state esposte, post mortem, le religiose.

È una subdola arma la cattiva informazione: s’insinua nei reconditi anfratti dell’intelletto e inietta il veleno del sospetto, del pregiudizio, dell’inganno.
E il colpevole rimane, quasi sempre, impunito: la notizia, infatti, si diffonde in modo così veloce che è particolarmente difficile trovarne l’origine, la persona che, per amore della menzogna, ha trasposto su carta o Internet il suo pensiero.

Essere giornalisti non è una “professione” qualunque (se fossimo più attenti e corretti deontologicamente, affermeremmo che ogni professione ha in sé una vocazione, ma questo è un altro discorso…): è una disciplina di vita.
Da più parti si sostiene che la libertà di cronaca è un fondamento democratico, e questo è corretto nella misura in cui il giornalista è sì obiettivo, ma soprattutto cercatore di Verità.
Davanti alle molteplici versioni di un medesimo fatto, il criterio guida è l’attenta analisi delle fonti, unita all’umile atteggiamento di chi si mette in discussione.

Il giornalista è colui che dubita delle proprie certezze, non un creatore di sicurezze.
È nella consapevolezza dell’insufficienza del proprio discorso che nasce la tensione verso la perfezione espositiva e la giusta interpretazione.

Essere (e non semplicemente fare il) giornalista vuol dire mettersi a servizio della notizia per curare lo sviluppo integrale della persona, nella sua dimensione intellettivo-relazionale: intellettiva, in quanto la notizia ingenera nel lettore/fruitore uno sguardo critico sullo scorrere temporale; relazionale, perché il giornalista, da un lato, entra in dialogo col destinatario e, dall’altro, si fa portavoce di un magma scomposto di idee, che assumono una forma coerente grazie alla sua azione.
Razionalità e incontro sono i principi su cui basare la propria mission: solo così si garantisce la nostra indipendenza dal potere, solo così si previene la degenerazione del dominio sul lettore.

Solo così, nell’ottica della dottrina cattolica, si evangelizzerà con i mezzi di comunicazione, conferendo agli stessi il valore di “mirifica”, “meraviglie dell’ingegno umano”.