Haring in mostra a Milano

Se continuate a pensare che Haring sia semplicemente l’artista degli “omini” che tappezzano magliette, borse, calamite da frigo e tutti i nostri oggetti più quotidiani, è perché non siete ancora andati a vedere la mostra “Keith Haring About Art” al Palazzo reale di Milano.

(Ketih Haring, Untitled, 1986, acrilico e olio su tela, 72,2 x 76,2)

C’è tempo fino al 18 giugno, infatti, per ammirare, stupiti per non averle mai viste, ben 110 opere, molte delle quali inedite o mai esposte in Italia. Le sale sembrano non finire mai, dentro a un viaggio che porta progressivamente al cuore di un artista che in 31 anni di vita sembra aver dato tutto della sua vitalità e della sua creatività, stroncata troppo presto dall’Aids.

Il consiglio è quello di gustarsi il percorso nell’orario del pranzo, o in una giornata non presa di mira dall’invasione di frotte di turisti attratti dalle imperdibili mostre di Milano, per potersi lasciare alle spalle la vivacità di Piazza Duomo e immergersi con tutta calma nell’incontro con questo straordinario artista americano.

Un sapiente allestimento (a cura di Gianni Mercurio), unito agli illuminanti commenti dell’audioguida, vi condurranno pian piano a scoprire e a imparare a leggere la densità dei significati iconografici sottesi alle sue opere. Rimarrete stupiti nel ritrovare negli accostamenti proposti – dalla Lupa Capitolina, ai calchi della Colonna Traiana, alle maschere delle culture del Pacifico, alle immagini visionarie di Bosch, fino alle opere di Jackson Pollock, Jean Dubuffet, Paul Klee e Picasso per il Novecento – non banali citazioni tratte dalla storia dell’arte dei grandi maestri appresi nel corso dei suoi studi alla School of Visual Arts di New York, ma un rispettoso dialogo con l’espressività artistica che ha lasciato tracce nella storia dell’uomo.

 

(Keith Haring, Untitled, 1984, smalto su legno inciso, 272 x 90)

E proprio l’uomo è il vero centro della sua opera

Radiant babies (omini che irradiano), sagome di uomini con un buco o una X sul petto, a esprimere la morte onnipresente, raccontano la vita, danzano, amano, si abbracciano, lottano contro il peccato, immersi nella cultura globale che li avvolge e che li rende soggetti di mutazioni tecnologiche. È così l’arte di Haring: sa farsi “popular” per incontrare la gente nelle metropolitane, quando disegna con il gesso bianco sulla carta nera incollata sui manifesti pubblicitari vecchi nelle stazioni della metropolitana di New York e regala spillette con i suoi omini, attento a non farsi beccare dagli agenti, ma sa anche portare a riflettere con serietà su temi propri del suo e del nostro tempo: droga, razzismo, Aids, minaccia nucleare, globalizzazione, arroganza del potere, senza rinunciare a essere presente nei più importanti anfiteatri urbani.

Come quando dipinge ben 107 metri del muro di Berlino in appena un giorno per esprimere il suo messaggio di amore e di concordia con la speranza, come tutti, che quel muro cada e la sua opera non sopravviva. Utilizzando tutti i tipi di supporto – carta, cartone, stoffa, PVC, legno, intonaco – non perde l’occasione per farsi vicino, recuperando le tracce dell’uomo di tutti i tempi e di tutte le culture, attingendo alla mitologia, alla simbologia tribale dei totem e persino ai racconti biblici, per dare all’individuo e la sua condizione sociale di oggi e di sempre, la giusta collocazione, per sottrarlo all’oblio e all’indifferenza.

(Ketih Haring, Untitled, 1981, inchiostro vinilico su telone di vinile, 244 x 244)

Soltanto raccontando l’uomo si può parlare di umanità ed evitare la desumanizzazione portata dall’avvento delle tecnologie, come afferma lui stesso: “Io penso che l’artista contemporaneo abbia una responsabilità verso l’umanità. Deve continuare la sua celebrazione; deve opporsi alla desumanizzazione della nostra cultura”.
(da Intervista a K. Haring, in “Flash Art International”, n.116, marzo 1984).

Buona visione!

Info: www.palazzorealemilano.it