Clemente Rebora e Alda Merini: uno prete, l’altra convinta che “il peccato non si può mai rifiutare”.

Non so perché mi sono venuti insieme a trovare. Quando ho dovuto preparare una lezione sui poeti contemporanei, ho scelto Clemente Rebora e Alda Merini. A prima vista, due persone lontane: uno prete, l’altra convinta che “il peccato non si può mai rifiutare”.

Uno esploratore, amante delle scalate in solitaria sulle Alpi; l’altra ancorata al suo letto matrimoniale, mamma di figlie e di poesie affidate al caso, regalate alla vita e agli avventori.

Uno che praticava l’astinenza come allenamento spirituale; l’altra continuamente consumata dall’amore, ostinatamente sensuale anche da vecchia, quando si fece fotografare in posa languida, a petto nudo.

Uno cesellava meccanismi di parole inusuali; l’altra sceglieva termini quotidiani, quasi come calzettoni dai cassetti, li sistemava in una fulminante prosa che va a capo.

Eppure questi spiriti apparentemente lontani, sono gemelli: entrambi hanno conosciuto le grate degli ospedali psichiatrici. Il primo per colpa di una sensibilità estrema portata all’eccesso dal trauma della Prima guerra mondiale; la seconda, probabilmente, per una grave depressione post partum.

Tutti e due hanno tirato a campare: il primo lavorando in modo non continuativo come professore; la seconda arrivando ad accettare i pasti pronti dal Comune.

Nutrivano una identica attrazione per le persone sofferenti: lei ha ospitato in casa, per anni, un barbone di nome Titano; lui occupava tutto il tempo libero facendo il volontario con i poveri e i malati mentali.

Tutti e due, negli anni finali, hanno deciso di scrivere soltanto per il Signore, rallentando l’attitudine a sperimentare, attenuando il chiaroscuro nello stile piano della preghiera.

Clemente e Alda sono morti in due anni lontani (1957 e 2009), scegliendo lo stesso giorno del calendario: il primo novembre, il giorno dei santi. La festa di chi non si è accontentato delle solite parole, le ha provocate fine a farle scoppiare, mettendo fine a quella fame di cielo che spesso costringe a consumare tanti fogli.

di Emanuele Fant per Credere