Qualcuno se ne è liberato da poco, altri dovranno attendere ancora, molti la ricordano dopo anni: è la prova orale dell’Esame di Stato, l’ultimo scoglio prima di chiudere un ciclo di studi, che sommato ai precedenti è proprio una vita!

Tutto inizia in occasione degli scritti con l’estrazione della lettera dell’alfabeto, che segnerà il fatidico elenco dei cinque candidati giornalieri: il primo del primo giorno, in mezzo, l’ultimo dell’ultimo giorno, ma si è troppo presi dall’ansia delle prove imminenti per realizzare che quell’evento non tarderà a venire. È normale un po’ di paura, non averla è spesso segno di superficialità o sopravvalutazione di sé, anche se a volte è un modo per esorcizzare la realtà e tranquillizzare gli animi dei parenti.

Chi lo ha fatto da tempo o nei primi giorni dirà: «Pensavo peggio, ma è stata una passeggiata» o «È stata più facile di una normale interrogazione» oppure «Ancora di esami chissà quanti ne dovrai affrontare»; naturalmente c’è anche il rasserenante «Se l’ho passato io che non sapevo niente…» e il rassicurante «Ci sono le nonne e le zie che pregano per te». Mentre si fa la raccolta di questi pensieri, il tempo non è stato lieve ed è il momento in cui ogni maturando si accorge che di “notte prima degli esami” ve ne è purtroppo più d’una e non vi sono frasi di incoraggiamento che tengano.

Tocca a te!

Vestito come un figurino, con i tatuaggi nascosti, il costume sotto i pantaloni e le infradito nello zaino: il mare per ora è solo agitazione dentro di te, i tuoi compagni, lasciati alle spalle, non possono essere d’appoggio, i proff. sono schierati di fronte e conti sul sorriso di almeno uno di loro, tutto ciò che hai studiato e ripassato sembra per qualche minuto essere finito sulla Luna come il senno di quel personaggio della letteratura di cui non ti sovviene naturalmente il nome.

In realtà, mentre sei quasi dissociato dal presente, hai dinanzi il Presidente della commissione che ti sta chiedendo di firmare per iniziare l’esame, ma tu non ricordi neanche il tuo nome! Quando ritorni alla realtà, vorresti firmare con il nome di un altro, poi ti scappa una firma tremante ed incomprensibile o una di quelle da grafia da terza elementare, il che segna davvero l’inizio. Non c’è l’argomento a piacere, bensì il tuo percorso o tesina, la tua carta migliore, dieci minuti per convincere tutti che tu sei “ok” e, se fosse possibile ipnotizzare i proff., che non è necessario in seguito fare altre domande.

Intanto alla tue spalle c’è tua madre commossa che dice ai vicini: «Quello è mio figlio!». I dieci minuti sono andati e la palla passa ai docenti che, ora sì, ti appaiono con le loro domande pronte un plotone d’esecuzione, ma tu in fondo sai che puoi scansare i proiettili come il protagonista di Matrix, perché hai studiato, hai studiato, hai studiato! Il tempo trascorre, ma a te appare fermo come nella celebre saga, finché il Presidente chiede: «Cosa vuoi fare l’anno prossimo?».

Solo in questo momento c’è chi si rende conto di aver concluso l’esame, di essere davvero cresciuto, di dover rispondere alla domanda più difficile, quella che non riceverà una valutazione, e per la quale non basta rispondere “ingegneria”, “medicina”, giurisprudenza” o “cercherò un lavoro” oppure “mi prenderò un anno sabbatico”; infatti, essa porta con sé implicanze fondamentali e questioni più ampie:

«Chi voglio essere da grande?», «Cosa ho fatto finora per diventarlo e cosa dovrò fare ora?» e ancora «Chi può sostenermi in questo nuovo inizio?».