Gli angeli sono di fondamentale importanza.

Siamo nel cuore dell’anno liturgico: la Quaresima sta lasciando il passo al Triduo della Passione, Morte e Resurrezione del Signore. Tra i personaggi evangelici che ci accompagneranno nella liturgia ne appare uno (o due, secondo il Vangelo di Giovanni) che passano in sordina: gli angeli. Eppure sono di fondamentale importanza, se pensiamo solo alla circostanza che è a loro che è dedicato il giorno successivo alla Domenica di Pasqua.  Prima ancora delle apparizioni del Risorto, il mistero della salvezza si rivela con l’annunzio alle pie donne da parte dei due “uomini in bianche vesti”.

Non credo che i nostri angeli si offenderanno se, per conoscerli meglio, ci rivolgiamo non tanto alla teologia, ma ad una poesia in musica di un cantautore assetato di eternità, Lucio Dalla.

Nel suo famosissimo testo “Se io fossi un angelo”, le nostre idee su queste creature eteree, invisibili, impalpabili, destinate alle scatole del presepe, sono capovolte. Gli angeli, ai quali Lucio Dalla fa riferimento, sono quelli che corrono, anzi volano, da una parte all’altra della Terra, per compiere una missione di pace: tra Russia e America, tra Africa e Medio Oriente, lì dove c’è un conflitto c’è bisogno dello “sguardo biblico”.

Quello sguardo che pone di fronte ad una scelta di coerenza: o Dio o il denaro, o Dio o la guerra. Quello sguardo che, come un ultimatum di conversione, è l’ultima sponda di misericordia e di verità. È splendido come Lucio Dalla riesca a tratteggiare quest’angelo, preso da sentimenti contrastanti: come un novello profeta Giona, vorrebbe annientare i malvagi, ma si ferma a contemplare il perdono di Dio, che non ha confini.

In fin dei conti, il “mascalzone” ha creato attorno a sé l’inferno (solo un po’ meno caldo di quello ultraterreno), è il più disgraziato tra gli uomini, vive la miseria esistenziale già in questa vita, perciò ha ancor più bisogno della compassione del Padre. Pasqua, allora, è la festa della meraviglia dell’uomo di fronte al crollo prodigioso dei propri preconcetti: a nessun peccatore è negato l’Amore, il non senso della sofferenza acquista significato, la morte cede il passo alla Vita.

“So che cercate Gesù, il crocifisso. Non è qui.”: al giovane in bianche vesti spetta dare l’annunzio della riconciliazione tra l’umanità e il Creatore.

Ma questo compito è affidato non solo a quell’angelo “storico”, ma anche a noi cristiani. “Io so che gli angeli sono milioni di milioni/ e non li vedi nei cieli ma tra gli uomini/ sono i più poveri e i più soli/ quelli presi tra le reti”: nella strofa conclusiva è parafrasata l’affermazione di Cristo, secondo cui ai piccoli è rivelato il Regno dei cieli.

E i primi ad essere chiamati alla piccolezza e al martirio (come testimonianza di una vita rinnovata) siamo proprio noi, se abbiamo fatto esperienza della Notte Santa, nella quale si manifesta il Salvatore. Il pensiero pasquale non può, pertanto, non essere rivolto ai nostri fratelli perseguitati, i veri angeli della Resurrezione, che, con le vesti candide e la palma del martirio, annunziano la salvezza anche ai persecutori e ricordano a noi che la Pasqua non è un tempo per “anestetizzare lo spirito”, ma per metterci in viaggio come uno “zingaro libero” testimoniando che Cristo è risorto.