Si dice che gli ambienti ecclesiali siano senza giovani eppure un “esercito di giovani”, quello del Servizio Civile, in queste settimane finirà i 12 mesi e se ne presenterà sul campo un altro per un anno “che può cambiare la vita”.

Parrocchie, oratori, associazioni, movimenti, scuole cattoliche – oltre le tante realtà civili ed istituzionali – godranno del loro servizio, ragazze e ragazzi sotto i trent’anni, alcuni già provenienti da realtà ecclesiali, altri che vi fanno ritorno per la prima volta – nella migliore delle ipotesi – dopo la Cresima. Naturalmente i numeri variano da ente ad ente richiedente e dunque c’è chi può contare su una sola unità e chi su 15, ma resta pur sempre un’opportunità! Quale?

Messi tutti insieme, oggi giorno, numericamente superano di gran lunga il totale dei giovani che frequentano assiduamente e con impegno le realtà ecclesiali. Significa che quei giovani affidati sono una risorsa per l’ambiente in cui sono chiamati ad operare stabilmente, ma anche destinatari di una pastorale giovanile che potrebbe toccare le alte vette se pensata per loro. Al contrario il rischio, non poco diffuso, è quella di considerare il Servizio Civile una manodopera a buon mercato, pagata dallo Stato, per svolgere quei compiti – a volte non sempre consoni ai progetti originari approvati – che nessun altro vuole o può svolgere; l’altro problema sorge, poi, quando tutto si fonda sul Servizio Civile, vivendo magari alla giornata, affidando ai “servizievoli” (così li ho sentiti chiamare scherzosamente da uno dei responsabili) l’animazione dei gruppi, la catechesi, le attività sportive, il doposcuola, l’apertura e chiusura di un oratorio.
Che c’è di male, qualcuno dirà? In fondo hanno scelto loro, sono retribuiti per questo!
Certo è fondamentale che questi giovani lavorino secondo il progetto e la missione affidatagli, ma è vero che non possono essere le colonne di un ambiente ecclesiale, educativo, formativo, religioso. Infatti, cosa accadrà (ed è accaduto) dove l’anno successivo non avviene (e non è avvenuto) il ricambio, anche solo perché l’ente non avrà (e non ha avuto) approvati i progetti?
Tutto crolla: l’oratorio si apre solo in alcuni giorni ed orari, il doposcuola è chiuso, le attività sportive ridotte, ecc. A che è servito un anno? Forse qualcosa di utile avranno colto i giovani, ma in quel luogo cosa è rimasto? Che fare allora?

Intanto, considerare i giovani del Servizio Civile destinatari di una progettualità pastorale che li aiuti a fare un percorso di crescita e maturazione umana, ecclesiale, spirituale, perché – finito il servizio – qualcuno possa chiedere di continuare il cammino. Poi, far sì che siano lo zoccolo duro su cui far poggiare il cammino di altri giovani, quelli che da sempre frequentano e quelli che possono essere coinvolti, perché alla fine un bel gruppo resti affezionato e porti avanti l’opera con le attività. Inoltre, pur nel pieno rispetto dei tempi e gli orari del servizio, operare in modo tale che né i responsabili né i giovani operino con lo sguardo fisso all’orologio, alle firme di entrata ed uscita, ai permessi; ciò è possibile creando un clima di famiglia e lavorando prima sulla comunità che accoglie, che di solito è preesistente.

Infine, nel tempo in cui si riflette sul Sinodo sui Giovani, questo “esercito” in Servizio Civile non è forse un enorme dono dello Spirito Santo da far crescere? Questi giovani non sono forse un “questionario vivente” per ascoltare le domande vere? Tutti insieme non rendono compiute le parole “tutti, nessuno escluso”?