“Vorrei che la gente sapesse che voi, giovani uomini e donne del Myanmar, non avete paura di credere nel buon annuncio della misericordia di Dio, perché esso ha un nome e un volto: Gesù Cristo. In quanto messaggeri di questo lieto annuncio, siete pronti a recare una parola di speranza alla Chiesa, al vostro Paese, al mondo”.

Presso la Cattedrale di St. Mary a Yangon in Myanmar, il Papa – a conclusione della prima parte del viaggio apostolico nel sudest asiatico – così si è rivolto ai giovani riunti per la liturgia eucaristica nella festa dell’apostolo Andrea, il protocletos, il primo chiamato da Cristo.

In questa terra martoriata, la fede nella misericordia di Dio assume il volto dei fedeli, esortati a recare il lieto annuncio di bene, che è la vita in Cristo.

Il magistero del Papa è improntato proprio alla missionarietà, all’evangelizzazione di quanti – ancora molti – non conoscono il Signore o, peggio, lo rifiutano perché ne hanno un’idea errata.

Il brano della Lettera ai Romani, su cui si è fondata l’omelia di Francesco, mette in luce il piano della nostra cooperazione alla diffusione della Verità; Dio ha affidato a noi cristiani la missione di essere luce e sale, di annunciare con la vita che è possibile sperare.

Speriamo non in un concetto, in un’energia amorfa, in un principio astratto, ma in una persona, anzi la Persona: il Dio dei cristiani si è incarnato e ha condiviso la nostra natura.

Proprio poiché non crediamo in principi da scoprire autonomamente, ma nella Persona, è necessario che ci sia qualcuno che ci introduce in un cammino di conoscenza e di amicizia.

L’amicizia col Cristo si concretizza proprio in una comunità alla sequela del Maestro, docile alla Sua chiamata e pronta a gettare le reti per pescare uomini.

Il viaggio di Francesco in Myanmar è segnato proprio dal confermare la fede di tanti nostri fratelli che, per vicissitudini politiche, economiche e sociali, hanno bisogno di una consolazione per progredire.

E la consolazione che proviene dalla vicinanza di Dio e della Chiesa è il punto più alto della nostra vocazione di cristiani.