Don Fabio Bartoli traccia i criteri con cui ognuno dovrebbe scegliere il “personal trainer” dello spirito, che è un “maestro di vita”, non uno psicologo.

Tutti i grandi maestri spirituali della tradizione cristiana sono concordi, premette Don Fabio, non si può progredire nella vita cristiana oltre un certo stadio senza essere accompagnati da un “direttore” o “padre” spirituale. Eppure questa funzione che in passato era considerata insostituibile oggi viene addirittura guardata con sospetto. Esistono gruppi cristiani che la considerano superata, arrivando perfino a sconsigliarla, altri che semplicemente la identificano con la confessione. In generale la stragrande maggioranza dei battezzati pensa di poterne fare semplicemente a meno, ritenendo che sia tutt’al più qualcosa di riservato ai consacrati, preti e suore.

Occorre allora probabilmente fare un po’ di chiarezza per provare a riscoprire questo grande tesoro che la Tradizione Cristiana ha messo nelle nostre mani. È sempre più evidente il carattere profetico della celebre sentenza il Cristiano del terzo millennio o sarà un mistico o non sarà (attribuita talora a K. Rahner, talora a R. Panikkar), è sotto gli occhi di tutti infatti che l’adesione a Cristo oggi comporta una sfida esistenziale così alta che senza una profonda vita interiore fatta di preghiera e meditazione (cioè senza essere in un certo modo dei mistici) di fatto risulta impossibile.

Nessuno può essere Cristiano oggi (se pure lo poteva in passato) con una passiva adesione alla Tradizione, perché i fondamenti stessi della nostra fede sono continuamente scossi e rimessi in discussione, quindi senza una ferma e convinta adesione personale non possono reggersi.
Del resto già il Concilio Vaticano II ci aveva preparato a questo, ricordandoci nella Lumen Gentium l’universale vocazione alla santità, che porta con sé come corollario che non può esistere un cristiano mediocre: o il cristiano è teso in un continuo superamento di sé, verso una sempre maggiore somiglianza con il Maestro, oppure inevitabilmente la sua traiettoria si incurva fino a ricadere su se stesso e nella propria umanità (intesa nel senso più basso e  deteriore del termine).

Dunque come uscire dalla mediocrità? Dove trovare quella spinta, quello slancio necessario ad una crescita continua?

Ci viene in soccorso il paragone paolino, che pone a modello del cristiano l’atleta, che continuamente esercita se stesso nello sforzo di migliorare le sue prestazioni. Ogni atleta sa che senza un personal trainer non si può progredire oltre un certo livello: all’inizio vanno bene gli esercizi generici, la ginnastica di base che serve a tutti come quegli esercizi tecnici che gli sportivi chiamano “i fondamentali” e che vanno sempre ripetuti, come un calciatore che dovrà continuamente esercitarsi nel palleggio o nella precisione dei passaggi o un pianista che dovrà fare scale e solfeggi per tutta la vita.
Così è anche nella vita spirituale: ci sono i fondamentali (la Confessione e l’Eucaristia, la devozione mariana, la lettura della Parola di Dio) che vanno sempre praticati e per cui di per sé non serve una direzione spirituale, ma se vogliamo progredire, se vogliamo crescere nell’intimità con il Signore, diventare veri amici di Dio, abbiamo bisogno di un personal trainer, di un accompagnatore che ci guidi passo passo nel percorso aiutandoci a migliorare sempre di più.

Lo scopo di questo accompagnamento è quello di personalizzare l’insegnamento della fede.

Se si vuole è la differenza che c’è tra un abito pret-a-porter e un abito su misura. Ci sono abiti confezionati di grande qualità e oggi non è difficile procurarsene: si trovano un po’ dovunque catechesi di altissimo livello che ci possono insegnare moltissimo sulla vita spirituale, ma senza un “sarto” che ci aiuti a cucirci addosso questi insegnamenti, così che quell’abito spirituale diventi per noi come una seconda pelle, non si raggiungerà mai l’eccellenza.
Questa è la Direzione Spirituale e da quanto abbiamo detto si capisce chiaramente che non può essere riservata unicamente ai consacrati, ma tutti i cristiani ne hanno bisogno, dai catechisti di parrocchia agli operatori della Caritas, appena superati i primi passi nella fede cerchiamo qualcuno che possa aiutarci a progredire!

Dunque chi è il padre spirituale? Come sceglierlo? Quali caratteristiche deve avere?
Quale è il suo profilo ideale?

Il grande Atanasio forse per primo ne traccia il ritratto in quel testo che non per nulla è stato per tutto il primo millennio il “manuale” fondamentale di tutti i monaci: la “Vita di Antonio”, in cui presentava il grande monaco egiziano come modello di vita cristiana, coniando per lui una definizione che è tutt’ora la più calzante per i candidati al compito della paternità spirituale: Antonio è per Atanasio “l’uomo di Dio”, cioè colui che fonde perfettamente in sé la natura umana che gli è propria per nascita e quella divina ricevuta in dono grazie al Battesimo.
Si capisce allora subito la prima qualità del padre spirituale: egli deve essere innanzitutto un uomo di Dio, deve cioè avere una calda e profonda umanità perfettamente integrata con lo Spirito Santo, tanto da non poter quasi distinguere nella concretezza della vita di ogni giorno cosa viene dall’una e cosa dall’altro.

I padri del deserto hanno fatto proprio questo principio di Atanasio elevando la paternità spirituale quasi a regola di vita, tanto che nella loro tradizione nessuno può dirsi monaco senza aver trascorso lunghi anni sotto la guida di un Abba che lo abbia iniziato e condotto nelle asperità del deserto.
San Benedetto recepisce lo stesso principio mettendo i monaci sotto il governo di un Abate (significativamente il nome di Abate viene proprio dalla parola ebraica Abba), che appunto deve essere come il padre della comunità, e a partire da lui tutto il monachesimo occidentale segue lo stesso indirizzo.

In questa forma (che è quella comune fino più o meno al periodo della Riforma) si può definire la Direzione Spirituale (tanto nel Cristianesimo Orientale, quanto in quello Latino) secondo la fortunata formula di Gisbert Greshake “esibizione esemplare della vita cristiana”.
Colui che vuole crescere nella fede si pone alla sequela di un maestro di cui cerca di ripercorrere le orme e per poterlo seguire più da vicino naturalmente ne condivide la vita il più possibile, o nella comunione monastica o in una frequentazione assidua, così che l’insegnamento è dato molto più dalla prassi quotidiana che dalle parole, non si tratta di “sapere cose su Dio”, ma di vedere “come vive un uomo di Dio”, così da poterlo imitare.

La nostra concezione moderna della Direzione Spirituale è radicalmente cambiata innanzitutto per l’enorme influsso esercitato da Sant’Ignazio di Loyola e dai suoi Esercizi Spirituali. Gli Esercizi Spirituali possono essere definiti come una formidabile “macchina da discernimento”, il loro scopo fondamentale è imparare a discernere la volontà di Dio nel concreto della nostra vita, l’attenzione così si focalizza non più tanto o soltanto sui gesti e le opere, quanto sulle motivazioni e le intenzioni che le muovono, si tratta infatti di imparare a distinguere in noi stessi le ispirazioni divine da quelle diaboliche o soltanto psichiche.
Per questo diventa indispensabile il direttore spirituale, perché nessuno è davvero capace di essere del tutto obbiettivo su di sé, ed è sempre necessario qualcuno con cui aprire il nostro io più profondo per confrontare le nostre aspirazioni e desideri e giungere così a quel discernimento della volontà di Dio che è l’obbiettivo non solo degli Esercizi, ma di tutto il cammino della fede.
In questa prospettiva si capisce allora che l’importante non è più tanto la santità del Padre Spirituale, ma la sua competenza, la sua preparazione teologica, tanto che Santa Teresa d’Avila raccomandava alle sue suore di scegliere un Padre Spirituale più dotto che santo.

Le due vie della Paternità Spirituale, quella monastica e quella ignaziana, a mio giudizio possono e debbono integrarsi, correggendo reciprocamente i propri limiti: vedere il Padre Spirituale come un maestro di vita da cui imparare soprattutto attraverso la convivenza, libera il modello ignaziano da una sorta di aura elitaria che trasforma il Padre Spirituale in una specie di esperto che non ha bisogno di un caloroso legame empatico con i suoi “figli”, mentre l’approccio ignaziano aiuta il Padre Spirituale di stile monastico a dare il primato alle intenzioni e alle motivazioni rispetto ai gesti e quindi sposta molto più nell’interiorità il principio della vita spirituale e l’azione di sostegno e accompagnamento.

Questo primato dell’interiorità non deve però essere confuso con la psicologia: lo scopo del Direttore Spirituale non è quello di farci giungere alla nostra vera volontà (che potrebbe essere forse lo scopo di uno psicologo), ma alla volontà di Dio, e non è affatto detto che le due cose coincidano. Al tempo stesso è chiaro che una conoscenza delle basi della psicologia (almeno in quella forma dettata dal buon senso pratico) è utile al padre spirituale per non prendere fischi per fiaschi e distinguere il livello psichico da quello spirituale così da giungere ad un discernimento vero. Guai però se la psicologia prendesse il posto della Direzione Spirituale in senso stretto. Si tratta di una scienza ausiliare e tale deve restare, anche perché scopo e metodologia dello psicologo e del direttore spirituale sono del tutto differenti: il primo ha come méta la sanità del paziente, il secondo la sua santità, il primo lavora soprattutto sul passato e il secondo sul futuro, il primo si occupa dell’inconscio il secondo dello spirito.

Riassumendo quindi: chi è il Padre Spirituale?

Innanzitutto è un uomo di Dio, capace di coniugare una profonda umanità con una ricca vita spirituale, è un uomo da seguire, attraverso una convivenza il più stretta possibile, per imparare da lui il “come si fa” della vita cristiana, ed è una guida che aiuti nel discernimento degli spiriti, cioè a riconoscere in noi le ispirazioni che vengono da Dio.

Da quanto detto si comprende subito che il Padre Spirituale non deve essere in senso stretto un sacerdote: anche un laico, indifferentemente uomo o donna, può svolgere questo compito, purché rientri nei requisiti sopra descritti.

È chiaro d’altronde che il ministero della Confessione è del tutto differente dalla Direzione Spirituale, mentre infatti il Confessore si concentra sui peccati commessi e conseguentemente sul perdono e la misericordia di Dio, il Padre Spirituale guarda invece alle aspirazioni e ai desideri della persona, la sua attenzione quindi è soprattutto rivolta in avanti, non tanto a ciò che la persona ha fatto, ma a ciò che potrà fare mosso dallo Spirito. 

Il suo compito quindi è orientare, sostenere e incoraggiare, mentre il compito del Confessore è piuttosto guarire le ferite del passato e consolare.

Si capisce anche che mentre nessun sacerdote può esimersi dal dovere di amministrare il sacramento della Confessione ad un penitente che lo richieda, il rapporto di Direzione Spirituale è e deve restare assolutamente libero da ambo i lati, proprio perché ha come suo requisito essenziale un legame empatico tra i due, deve scattare, per così dire, una “scintilla”.

Diverse volte mi è capitato che dopo un paio di colloqui “preliminari” mi sono reso conto che questa empatia non scattava ed ho quindi consigliato alla persona che veniva a cercarmi come Padre Spirituale di trovare qualcun altro. Occorre sempre aver chiaro che nessuno ha Grazia per tutti e che quindi il rapporto di Direzione Spirituale è e deve restare libero, simile in questo all’amicizia, che se non è voluta da entrambi non può durare.
Come l’amicizia del resto la Direzione Spirituale è contingente e non necessaria, molto raramente un Padre Spirituale ci accompagna per tutta la vita. Di solito il Signore ci mette accanto la persona che ci possa guidare in un determinato periodo della nostra vita relativamente ad esigenze molto specifiche e non bisogna aver paura di cambiare quando si sente che un rapporto ha fatto il suo tempo, anche se naturalmente è bene che questo avvenga in maniera consensuale, per evitare il rischio di una fuga di fronte ad una richiesta difficile.

L’ultima cosa che voglio dire su questo argomento è che un Padre Spirituale è un dono e come ogni dono va chiesto nella preghiera.
Chiedete a Dio di mostrarvi chi può essere il vostro maestro in questo tempo che state vivendo, sarà Lui stesso ad ispirarvi e suggerirvi la persona concreta adatta per voi.

A un certo punto della mia vita ho dovuto lasciare il mio Padre Spirituale, che diventato vescovo non poteva più seguirmi, e ho dovuto aspettare anni prima di poter incontrare di nuovo qualcuno, ma la grandezza del dono ricevuto con questo nuovo incontro mi ha largamente ripagato per la fatica dell’attesa.

don Fabio Bartoli