Ci stiamo avvicinando alla 48a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che si terrà a Cagliari dal 26 al 29 ottobre, dedicata al tema del lavoro libero, creativo, partecipativo, solidale.

Il problema dell’occupazione, prima di essere di ambito socio-economico, presenta criticità sul piano dei principi: manca, infatti, una seria riflessione che coniughi dignità del lavoratore, sana competitività, cultura d’impresa, progresso sociale. L’equilibrio tra questi fattori è il punto centrale della riflessione della Settimana Sociale ed è un serio impegno per noi cattolici, che abbiamo il compito di elaborare e condividere proposte concrete per un’alleanza tra imprenditori e lavoratori, nel segno della collaborazione prefigurata già alla fine dell’Ottocento da Leone XIII.

Bisogna riflettere, anzitutto, sul parallelismo tra cultura e lavoro: entrambi possono essere considerati come un mercato (inteso come luogo di scambio e condivisione), dove ciascuno è chiamato ad investire il proprio capitale di abilità, conoscenze ed esperienze, in vista di un progresso comune.

Ora, ciascuno deve essere incentivato a scommettere su di sé, e l’azione politica, invece di offrire una protezione assistenzialistica (per di più insostenibile e iniqua), deve mettere tutti nelle condizioni di investire su se stessi e dare un proprio contributo, in altre parole, di condividere le proprie potenzialità innovative. Proprio sul terreno dell’innovazione – divenuta uno slogan abusato – iniziano le divergenze: vi è chi la condanna come l’origine della disoccupazione, chi la ritiene la soluzione di tutto, chi intende limitarla, chi potenziarla.

Eppure, nessuno ha considerato che l’innovazione è la prospettiva di cambiamento che si innesta nel passato, si realizza nel presente e si proietta al futuro. Innovare è raccogliere il meglio di quanto abbiamo raggiunto e progettare il domani con una coscienza aperta e propositiva, nella consapevolezza della responsabilità verso le generazioni future.

Infatti, se la crisi è giunta a questi livelli, è perché chi ci ha preceduto ha agito irresponsabilmente, credendo in un benessere infinito e a costo zero.

Nel mondo, niente è gratuito e ciò che non si paga oggi, si pagherà domani con gli interessi: questa basilare regola ci spinge a riconsiderare i nostri rapporti sociali in un’ottica di solidarietà intergenerazionale e di partecipazione al bene comune. Tuttavia, si potrà obiettare che, prima di poter pensare al futuro, si devono risolvere i problemi attuali: qui entra in gioco l’elemento della creatività.

Creatività che non porta ad escludere l’uomo tra i fattori produttivi, ma a riconoscergli la dignità; creativo non è colui che toglie posti di lavoro introducendo macchinari più efficienti, ma colui che, pur essendo all’avanguardia con la tecnologia, riesce a potenziare il lavoro, permettendo ad altri l’accesso al benessere economico.

Attualizzando la parabola dei talenti, vediamo che ciascuno è chiamato ad essere imprenditore di sé, accettando il rischio di condividere e far fruttare le proprie capacità innovative. Creatività, partecipazione, solidarietà: su questi tre elementi poggia il diritto di lavorare, cioè contribuire al progresso di tutti, accogliendo la sfida della libertà economica e della responsabilità sociale.