Solo perché non è sotto i nostri occhi, non vuol dire che non ci sia. Stiamo parlando di un’isola ben poco esotica, grande come la Francia, che galleggia al centro dell’oceano Pacifico settentrionale.

La conformazione è quanto mai sospetta: un agglomerato di rifiuti plastici che i vortici di correnti e venti hanno prodotto nel tempo. Purtroppo non è l’unica, ma è stata recentemente aggiunta ad altre quattro discariche di rifiuti galleggianti. Com’è stato possibile? Proviamo a farci aiutare da qualche numero (cfr. www.lescienze.it).

Dagli anni ‘50 del Novecento al 2015 sono stati prodotti 8,3 miliardi di tonnellate di materie plastiche, metà delle quali solo negli ultimi 13 anni. 6,3 miliardi di tonnellate sono già spazzatura. Purtroppo solo il 9% della plastica giunta a fine vita è stata riciclata, il 12% incenerito e ben il 79% accumulato in discariche o disperso nell’ambiente, ovvero anche nel mare creando un grave danno agli ecosistemi. La produzione di plastica è destinata principalmente al packaging, agli imballaggi, dunque con una vita molto breve; infatti è stato calcolato che in media la plastica diventa un rifiuto dopo non più di 4 anni di utilizzo.

Cosa fare? Al di là di prendere coscienza di tale situazione, possiamo individuare due percorsi, a livello personale e comunitario.

Il primo è quello di interrogarsi seriamente se non sia giunto il momento di diminuire il nostro utilizzo della plastica. Basterebbe cominciare a prestare attenzione agli imballaggi inutili quando facciamo la spesa, a preferire le “ricariche” per tutti quei prodotti che utilizzano contenitori di plastica (detersivi liquidi, acqua, ecc..), oppure il vetro per altri alimenti (yogurt, latte, ecc…). Un’attenzione al nostro stile di acquisto e di consumo che trova un terreno fertile nell’entrata in vigore, il prossimo 10 ottobre, del Regolamento del Ministero dell’Ambiente sul vuoto a rendere, come previsto dal Collegato ambientale approvato a dicembre 2015. Bar, ristorante, alberghi o altri punti di consumo che lo vorranno, potranno riutilizzare gli imballaggi – bottiglie in vetro, plastica o altri materiali contenenti acqua minerale o birra – oltre dieci volte prima che questi diventino scarti. E al consumatore verrà restituita, in cambio di bottiglie vuote, la piccola cauzione versata al barista o al commerciante al momento dell’acquisto. Impariamo dunque a prestare attenzione agli esercenti aderenti all’iniziativa, che esporranno un simbolo all’ingresso dei propri locali per avvertire i clienti della novità.

Sono piccoli passi nella direzione della transizione energetica e dell’economia circolare. Il nostro stile di vita e di consumo può e deve fare la differenza!

Il secondo percorso coinvolge la comunità internazionale. E se si facesse dell’isola di plastica il 196esimo Stato indipendente, riconosciuto a livello mondiale? Potrebbe sembrare una proposta provocatoria, così come provocatorio è stato il primo passaporto onorario rilasciato ad Al Gore (ex vice presidente degli USA) dall’organizzazione ambientalista Plastic Oceans Foundation, ma solo così l’isola di plastica godrebbe di protezione ambientale e si potrebbero ipotizzare operazioni di smantellamento.