È cominciata la preparazione al prossimo Sinodo dei vescovi (ottobre 2018), che sarà sul tema dei giovani e del discernimento vocazionale.

Ho letto il documento preparatorio, ho letto la lettera del Papa, ho assistito alla conferenza stampa di presentazione, ma più che in qualità di giornalista vorrei dire qualche cosa ai nostri pastori in qualità di mamma di giovani, e anche da ex giovane che ha fatto, pur se a tentoni, il suo cammino di discernimento vocazionale, con catechismo, corsi e direttori spirituali.

Ho notato nel documento, e nel questionario lanciato un grande e sincero desiderio di ascoltare i giovani, di capire cosa è nel loro cuore. Mi è sembrato di cogliere un tentativo di entrare in sintonia, di ascoltare, di seguire. È bello, davvero, ma c’è un rischio. Non penso che ci sia tanto bisogno di ascoltare, se inteso come tentativo di inseguire i giovani sul loro terreno, perché lì saremo sempre perdenti, saremo ridicoli se proveremo a parlare la loro lingua a noi giustamente impenetrabile. Mi sembra invece che manchi una cosa, che è quella che fa funzionare le esperienze vocazionali di cui so.

Queste esperienze sono quelle in cui veri pastori, uomini virili, dicono ai ragazzi che devono buttare via tutto quello su cui hanno fondato le loro certezze prima di incontrare Cristo, devono fare un’esperienza personale e radicale di incontro con l’unico buono, perché l’uomo da sé non è capace di bene, devono partire come Abramo – che è l’immagine da cui parte il Papa – alla ricerca dell’amicizia vera con Dio, quella che i ragazzi forse hanno solo annusato da lontano. Bisogna far capire loro che quello è un grosso affare, e che conviene investirci tutto, buttare il resto, e che non si può salvare qualcosa della vita di prima, perché in questa caccia al tesoro non ti devi distrarre.

I giovani hanno sete di radicalità, di assoluto, di cose grandi. I giovani, i migliori di loro, non tollerano le ingiustizie, le falsità, l’incoerenza, hanno un radar potentissimo contro le falsità.

I sacerdoti che hanno il maggior seguito di ragazzi sono quelli che più che stare ad ascoltarli, annunciano loro la radicalità di Cristo: senza di me non potete far nulla. Non cercano di lisciare loro il pelo, come si dice, non li assecondano. Non fanno concerti o balletti per cercare di attrarli. Ricordo che da ragazza questa era una cosa che mi irritava un sacco. Io dalla Chiesa non volevo proposte di pizzate o iniziative conviviali. Se avessi voluto quello sarei andata a cercare i ragazzi più di moda, quelli fighi veri (che negli anni ’80 erano i paninari, a Perugia “quelli della Jeans West”, casta da me inavvicinabile in quanto sprovvista della divisa di ordinanza, Timberland e Moncler). Va be’, mi piacevano, ma non tanto come quella cosa che avevo intuito.
Invece a 16 anni partii e andai col treno all’altro capo di Italia, solo per sentire ancora parlare Suor Elvira della comunità Cenacolo di Saluzzo, una suora che, per prima, mi parlava di castità, della mia grandezza in quanto donna, delle mie potenzialità di futura madre, e mi faceva battere il cuore dicendomi che una donna consegnata a Dio poteva cambiare il mondo. ma che tutto sarebbe partito dalle ginocchia. Dalla preghiera. Dal digiuno. Quanti sacerdoti hanno ancora il coraggio di proporre queste cose?
Quanti fanno sconti temendo di allontanare la gente, e invece che far crescere vocazioni creano parcheggi (molte parrocchie sono parcheggi)?Non c’è bisogno di convincere le folle, basta qualcuno, qualche giovane santo, che attrarrà gli altri a frotte (come Chiara Corbella Petrillo, come san Jose Sanchez Del Rio, come Carlo Acutis).

Non si può sperare in una società più giusta se non si parte dalla verità: noi siamo mendicanti. Noi siamo feriti dal peccato originale. Noi siamo destinati a morire, e con questo dobbiamo fare i conti. Perché c’è una speranza. Dicono che uno sia risorto, e possiamo decidere se scommetterci su tutto, oppure no. Ma non si può proporre un cristianesimo a base di concertini o di concorsi sul presepe più bello, un cristianesimo che assomiglia al mondo migliore che vogliono tutti, con in più Cristo, così, come accessorio, una specie di ciliegina sulla torta.
La Chiesa tornerà a sedurre – magari pochi, pochissimi, il piccolo gregge, d’altra parte il lievito è un pizzico rispetto alla farina – quando avrà il coraggio di dire che i nostri matrimoni sono diversi, che la nostra ecologia è diversa, che la nostra giustizia è diversa, perché noi supplichiamo a Dio la grazia di mantenerci giusti, ecologisti e sposati solo perché abbiamo incontrato Cristo.
E allora sembriamo sposati come gli altri, mettiamo le bottiglie nella differenziata come gli altri, ma per noi tutto parte da un incontro che cambia le cose in modo sostanziale.

Senza Cristo siamo dei poveracci, dei miserabili. I giovani vogliono qualcuno che dica loro la verità, senza sconti. Venite e vedrete, scrive il Papa ai giovani.
La meta ultima di questo viaggio è il nostro cuore, quello nel quale avviene l’incontro che ci salva, che ci definisce. Non credo che servano pastorali, tecniche, strategie comunicative. Serve che noi guide – anche io mi ci metto, da mamma – ci convertiamo seriamente. Che chiediamo al Signore di farsi carico delle nostre povertà. Che (ri)cominciamo a pregare seriamente. Che chiediamo a Dio di farci santi, cioè totalmente abbandonati al suo amore, totalmente confidenti nella sua iniziativa, veramente figli.
I giovani non ci seguono quando non siamo credibili, quando non vedono che ci facciamo carico gli uni dei pesi degli altri, perdendoci qualcosa di tasca nostra.
I giovani vogliono roba forte (non è un caso che Mein Kampf sia risultato nella classifica dei libri più amati indetta dal Miur: vogliamo lasciare che sia quella roba lì a rispondere alla sete di radicalità dei giovani? Vogliamo lasciare che chi cerca roba forte trovi quello? In un’epoca in cui tutto è sempre più fluido e relativo, noi che sappiamo chi è la Verità vogliamo addomesticare le cose per renderle meno spigolose?). I giovani , i migliori di loro, sono pieni di energie, vogliono spaccare il mondo, vogliono qualcosa per cui combattere.
Bisogna dire loro chi è il vero nemico: è il diavolo, è il peccato, e il campo di battaglia il nostro cuore, e la meta la vita eterna. Non servono tanti sondaggi per capire che solo questo infiamma i cuori, solo questo li attrarrà più del mondo. Sennò, se dobbiamo scimmiottare il mondo, preferiranno l’originale (che il principe del mondo le sue cose le sa fare meglio di noi).

Costanza Miriano