Presepe, simbolo di pace, emblema dell’integrazione, è al centro di numerosi dibattiti e prese di posizione, non sempre aperte al dialogo.

Alcuni dirigenti scolastici, seguendo la dottrina della “tolleranza”, avrebbero vietato, nelle rispettive sedi, la celebrazione del Natale “tradizionale”, sostituendolo con una più laica “Celebrazione dell’inverno”, capace, secondo loro, di superare le barriere religiose che si
frappongono tra studenti di nazionalità diverse.
Prima di attaccare frontalmente e strumentalizzare politicamente quanto accaduto, come hanno già fatto sedicenti politici di opposti schieramenti, ritengo giusto passare in rassegna le motivazioni che supportano queste decisioni e proporre una visione “laica” del presepe.
Una delle obiezioni più ricorrenti alla celebrazione di feste religiose è il rispetto delle fedi religiose di tutti.

“Rispetto”, cosa vuol dire? L’etimologia latina può aiutare: respectus deriva dal verbo respicio, che significa, in prima battuta, “voltarsi per guardare”, che traslato figurativamente, diviene “prendersi cura di qualcuno”.

Il presepe non è forse il simbolo dell’attenzione rivolta a qualcuno?
Tutti i personaggi sembrano fare a gara per venerare il Santo Bambino, per prendersi cura di lui; al di là del senso religioso, chi non riuscirebbe a vedere in un neonato il miracolo della vita e la debolezza intrinseca all’umanità che si apre alla vita?

Nel presepe si nasconde l’idea stessa di comunità familiare, di relazione che supera ogni difficoltà, ogni ostacolo che si pone per la realizzazione personale e sociale: basta ricordare che la Santa Famiglia, secondo i Vangeli, è stata cacciata dalle locande e ha trovato riparo in un luogo di fortuna (stalla o grotta non è importante…).
Non è forse il dramma che vivono il profugo, gli ultimi della società, gli emarginati?
È una valutazione soltanto religiosa?

Un altro esempio: la venuta dei Magi; quale segno più grande ed esplicito di intercultura esiste, se non l’incontro delle diverse popolazioni verso il Cristo?

Uno sguardo laico – mai laicista – non può prescindere da questo simbolo di apertura al mondo; i Re Magi non erano Ebrei, eppure entrano a contatto col popolo eletto e, attraverso una cultura totalmente diversa dalla loro, scoprono il senso della vita.
Senza il contatto con gli Ebrei, senza quest’osmosi, i Magi non avrebbero mai trovato Gesù, infatti, la Stella, che li accompagnava, ricompare solo dopo il dialogo con i sapienti di Israele. Il presepe, dunque, ci richiama ad un qualcosa di più alto rispetto alla semplice tradizione, in esso sono racchiuse le coordinate che hanno garantito al mondo occidentale lo sviluppo delle sue potenzialità di dialogo e di riconoscimento dei diritti.

Chi avversa il presepe, propone argomenti in evidente contraddizione con lo stesso rispetto delle fedi altrui; e meraviglia, d’altro canto, che coloro che difendono questa tradizione, sono totalmente contrari a qualsiasi forma di integrazione.
Abbiamo perso il senso cristiano dell’Europa, siamo in aperta antitesi tra la realtà e la finzione politica: pur di raccogliere qualche voto, si strumentalizza il segno stesso della concordia.

Pensiamo solo che, colui che ha inventato il presepe, San Francesco è lo stesso che, qualche anno prima, era stato accolto dal sultano Malek al-Kamel.
Riflettiamo se questo non sia autentico dialogo interreligioso…

Andrea Miccichè

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