La missione del pediatra e l’etica dell’informazione responsabile

In occasione della XXIV Giornata del Malato, nell’Anno Giubilare Straordinario della Misericordia, proponiamo ai lettori un’intervista al pediatra nisseno dott. Sergio Speciale, incentrata sulla missione della cura e dell’educazione di pazienti e famiglie, nell’età più vulnerabile e, contemporaneamente, più ricca di sorprese.

Qual è il ruolo del pediatra nel mondo di oggi?

Essere pediatra vuol dire compiere una professione, anzi una missione, a contatto con pazienti che necessitano di una protezione particolare non solo contro le diverse patologie, ma anche contro nuove abitudini negative e sistemi antieducativi che vengono sempre più propagandati nella nostra società.
L’aspetto della cura delle malattie si coniuga sempre più con la prevenzione, con l’informazione e con la formazione consapevole dei genitori. Infatti, il pediatra deve responsabilizzare le famiglie, mettendo in campo tutte le strategie per un percorso condiviso di tutela del bambino.

Proprio la prevenzione riveste un ruolo fondamentale nell’ambito medico-sanitario: qual è il rapporto che si deve costituire tra pediatra e famiglia?

Il pediatra e, più in generale il medico, deve sentire forte l’etica dell’informazione.
Molte malattie possono essere facilmente evitate con l’acquisizione di buone pratiche e i genitori devono essere resi consapevoli, affinché orientino le proprie scelte al vero bene del bimbo. Pensiamo alle malattie del metabolismo: la causa si trova spesso nelle cattive abitudini alimentari e nell’assenza di attività motoria durante l’infanzia; se il rapporto con il cibo e con il proprio corpo non è equilibrato, i rischi a lungo termine, legati all’obesità, sono numerosi e gravi.
Purtroppo, il bombardamento dei media e delle pubblicità non aiuta l’opera di sensibilizzazione del pediatra…

Cibo e rapporto con il proprio corpo: è possibile che lo sviluppo incontrollato dell’Occidente nella conquista del benessere abbia ricadute sul piano dell’educazione alimentare?

Il mondo contemporaneo, nella sua mania materialistica del profitto e dello spreco, ha perso il senso della socialità del cibo.
Con l’accelerazione della vita, il pressante impegno lavorativo e la disgregazione familiare, assumere i pasti è sempre più divenuto un atto individuale, anzi un momento di solitudine, al contrario di quello che accadeva qualche decennio fa.
La condivisione dei pasti era il momento centrale della vita familiare giornaliera: quando padre, madre e figli si riunivano per pranzare o cenare, non solo rispondevano ad un’esigenza biologica, ma trasmettevano le proprie esperienze.
Il neonato stesso, quando viene allattato dalla madre, non riceve solo sostanze nutritive, ma costruisce inconsapevolmente una relazione di affetto. Se, però, questi legami si spezzano, lo sviluppo del bambino è compromesso; nessun mezzo televisivo o informatico potrà mai sostituire il momento di condivisione dei pasti in famiglia o in un ambiente comune, quale la scuola materna o primaria.
Non c’è, quindi, da meravigliarsi se le patologie metaboliche più diffuse abbiano molte volte un’origine anche psicologico-relazionale! Occorre da parte del medico un sostegno nelle scelte educative dei genitori, per evitare l’insorgere di disturbi nel percorso della crescita del bambino, che si concretizzeranno, se non considerati attentamente, in patologie.

In chiusura: quale messaggio si può dare a coloro che scelgono la strada, come prospettiva lavorativa, della Medicina e della specializzazione in Pediatria?

Più il tempo passa, più mi accorgo che aver scelto di diventare pediatra è stata la via migliore per la realizzazione dei miei obiettivi. Il rapporto con i pazienti più piccoli e i loro genitori ti dona una ricchezza esperienziale enorme: vedere crescere i bambini dai primi giorni di vita alle soglie dell’adolescenza è una gioia immensa.
Anzi, proprio grazie alla sincerità e all’affetto spontaneo che mi hanno regalato questi bimbi, sono diventato quasi uno di famiglia. Il medico non solo si occupa di loro, ma si preoccupa, sente il peso della responsabilità della loro salute e della loro gioia nella crescita.
Ancora oggi rimane un filo rosso che lega le generazioni di quelli che sono stati miei pazienti e, oggi, adulti, portano i loro figli: significa che l’impegno e la dedizione sono ampiamente ripagati dalla vita.
Pertanto, auguro a coloro che scelgono la strada della pediatria di poter ottenere il miglior frutto del loro impegno e della loro passione, che è la felicità di poter contribuire alla salute altrui.

Andrea Miccichè

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