La missione della memoria e del dialogo con i nostri fratelli ebrei

Un ulteriore passo nel rapporto tra cattolici ed ebrei, un incontro tra fratelli, una comunione di radici: questo il significato profondo della visita di Papa Francesco alla sinagoga di Roma lo scorso 17 gennaio.

Come ricordava il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, con la venuta del terzo pontefice, dopo Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, al Tempio maggiore romano, si instaura una consuetudine fissa – chazaqa’ – secondo la tradizione giuridica rabbinica.

Gli ebrei e i cattolici sono chiamati ad essere uniti per rendere presente ad un Occidente sempre più lontano da Dio le sue origini, le sue prospettive, la sua identità.

Identità che sempre più viene respinta come vetusta, non adatta ai nuovi tempi, oscurantista: nel trionfo del relativismo e dell’individualismo, l’idea della Verità è il punto dolente, la causa delle discordie.

Se, tuttavia, la divisione e l’astio sono diffusi proprio tra coloro che hanno la comune radice, anzi, che hanno ricevuto la Rivelazione e hanno una speciale missione nell’ordine della Storia della Salvezza, quale testimonianza credibile si può dare?

Come ha affermato Papa Francesco, “i cristiani, per comprendere sé stessi, non possono non fare riferimento alle radici ebraiche, e la Chiesa, pur professando la salvezza attraverso la fede in Cristo, riconosce l’irrevocabilità dell’Antica Alleanza e l’amore costante e fedele di Dio per Israele”: se non consideriamo l’elezione del popolo ebreo, il disegno provvidenziale di salvezza per l’umanità è impossibile da capire.

L’Alleanza tra il Signore e l’uomo passa tramite la fede di Abramo, tramite la liberazione dall’Egitto, tramite il patto sul Sinai: Gesù è prima di tutto, nella sua umanità, ebreo.

Nell’Antico Testamento è presente la profezia sul Messia, sul Redentore: ricordiamo solo che gli agiografi del Nuovo Testamento si preoccupano di valorizzare la concordanza tra ciò che si attende e ciò che si avvera in Cristo!

E, se è vero che ci sono stati momenti di scontro, persecuzione, incomprensione, la Chiesa ha sempre condannato coloro che volevano eliminare dal canone biblico i testi dell’Antica Alleanza.

Se il passato ha mostrato aspetti controversi dei rapporto tra ebrei e cristiani, ora il presente è gravido di speranza perché la famiglia di Dio possa trovare un’unità nella diversità e si compiano, per il popolo eletto, le promesse messianiche.

Il campo del dialogo è proprio la dignità umana, che è messa in discussione da più parti: l’uomo vuole distruggere se stesso e la comunità in cui vive.

I conflitti e le guerre, le false illusioni di progresso, il sistema dello scarto sono il segno che si sta perdendo l’orizzonte di significato: colui che è stato “fatto poco meno degli angeli”, come canta il Salmo 8, è divenuto il devastatore della vigna di Dio.

E gli ebrei sono stati tra le prime vittime dell’odio ingiustificabile: a giorni si commemoreranno, nella “Giornata della Memoria”, le vittime provocate dalla cieca furia nazista, che, in quei duri anni, si è arrogata il diritto di stabilire quali vite fossero indegne di essere vissute.

Se la memoria si fermerà solo al dato emozionale o alla nozione storica, il risultato è vano.

È sempre più urgente riconoscere la nostra comune responsabilità: Papa Francesco, nel suo discorso in sinagoga, ha dichiarato che “là dove la vita è in pericolo, siamo chiamati ancora di più a proteggerla”, un impegno che si fonda sulla speranza che “né la violenza né la morte avranno mai l’ultima parola davanti a Dio, che è il Dio dell’amore e della vita”.

L’ultima parola, quella decisiva, non può darla l’uomo, ma Dio, e, sebbene sia semplice dimenticare questo principio, cristiani ed ebrei devono compiere ulteriori passi di unità e coerenza alla Rivelazione ricevuta per testimoniare i progetti di pace che ci condurranno ad un futuro di speranza.

Sta a noi dare un senso al sacrificio innocente, mettendo in guardia la società dai germi di male, subdoli e nascosti, e aprendo vie nuove verso la Verità della Carità.

Andrea Miccichè

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