Scimmia nuda? Il dramma di “Occidentali’s Karma”

“Comunque vada panta rei and singing in the rain”: il refrain di “Occidentali’s Karma” di Francesco Gabbani è il nuovo tormentone, reduce da un’inaspettata vittoria al Festival di Sanremo.

Il cantante ha bissato il successo dell’anno scorso portando sulla ribalta un ritmo travolgente, in cui sono mixati alla rinfusa gli “articoli di fede” della società postmoderna. L’umanità ne esce “con le ossa rotte” da questo graffiante testo: anzi, non esiste più umanità, rimane la folla virtuale, alle prese con lo scorrere inesorabile e accidentato dell’evoluzione.
Se l’individuo moderno riconosceva il proprio statuto ontologico nella ragione, la postmodernità è riuscita a demolire questa certezza per farci sprofondare in “risposte facili, dilemmi inutili”.
Filosofie orientali, interconnessioni, selfie anonimi, sex appeal: ecco i prodotti dell’uomo.

Ben poca cosa, no?

Canzone orecchiabile, tragico testo, quasi offensivo, eppure è stato portato alla vittoria a pieni voti. Contenti gli ascoltatori, contenti tutti…
Ma non ho intenzione di criticare il geniale Francesco Gabbani che, anzi, ha riesumato la satira dallo scrigno impolverato della letteratura latina.
Il conformismo imperante è definito effetto della volontà di distinguersi: le gocce di Chanel servono a coprire l’odore dei simili; per affermare il proprio essere rispetto alla massa, quest’animale sociale sceglie di camuffarsi nella mischia. Perde l’identità per acquistare uno status asettico e anonimo. Un ciclo senza fine che conduce alla spersonalizzazione completa.
Darwin e, in generale, l’ottimismo positivista hanno fallito miseramente: altro che selezione naturale, progresso dei migliori! È la vittoria dell’inettitudine!

È come se l’istinto di sopravvivenza ci obbligasse a mantenere un profilo basso, per non rischiare ci rintaniamo nella palude.

Ritorna l’idea dell’uomo come scimmia nuda

Dopo la vittoria di Gabbani, gli internauti italiani hanno imparato che esiste in qualche libro di etologia e zoologia un certo Desmond Morris (non a caso è uno dei primi risultati di Google quando si digita la lettera “d”).
Chi è l’uomo se non un primate che si è spogliato della peluria?
Un grosso gorilla, gibbone, bonobo: a ciascuno la scelta di ricercare i propri progenitori.
Al solo pensarci, rimango inorridito; non trovare alcuna differenza tra l’uomo e il resto del creato, secondo me, è la più amara sconfitta della nostra specie.
Neanche il più ferreo evoluzionista era giunto a negare la nostra specificità (anche derivata); Morris, Gabbani (e il mondo dei televotanti) lo hanno decretato.
Anzi, lo hanno ratificato, dato che il j’accuse del cantante è rivolto al nonsenso della nostra società.
Una speranza (o un’illusione) rimane nel dramma evoluzionistico (o, meglio, “involuzionistico): la scimma si rialza. Forse un scatto d’orgoglio? O forse (e temo sia il vero significato del testo) l’effetto allucinogeno delle sovrastrutture, oppio dei popoli secondo Marx?
Non so cos’altro voglia dimostrare Francesco Gabbani, certamente non ripone fiducia nella felicità, né tanto meno in qualche potenzialità spirituale (basta pensare al brano “Amen” della scorsa edizione del Festival).
Eppure, la nostra specificità di uomini, di persone, è proprio l’essere capaci dell’infinito, del superamento dei limiti. Non siamo programmati staticamente, ma siamo un divenire proiettato all’alterità.

E quel karma, identificato come cifra dell’individuo del nostro tempo, non sarà più l’ineluttabile destino, ma il risultato di un processo creativo del nostro essere, l’adempimento del nostro dovere di diventare, ogni giorno, un po’ più persone.

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