Con un gruppo di studenti e di colleghi qualche giorno fa abbiamo visto di pomeriggio “Il giovane favoloso” e subito dopo siamo andati insieme a mangiare un panino.

La visione del film è stata l’occasione per centrare l’attenzione su Giacomo Leopardi, far porre qualche domanda culturale, stimolare la voglia di approfondire.

Non importa dunque se sia piaciuto o meno, se corrisponda al vero o no in tutto o in parte, bensì che ci abbia lasciato qualcosa e magari il sapore della Poesia, come il buon gelato gustato nel film più volte dal poeta di Recanati a Napoli. E poi, se anche uno solo di questa nostra compagnia, come di quelle di altre scuole che hanno fatto esperienze similari, tornando a casa spolvererà un vecchio libro del Poeta o ne digiterà il nome sul web per saperne di più, il lavoro del regista e degli attori sarà stato fruttuoso.

Posso affermare che pure la seconda parte della nostra piccola esperienza extrascolastica è stata ampiamente positiva, poiché ha portato la discussione su Leopardi fuori dall’aula e su un piano quasi da convivio al momento del panino. E ora che il film è quasi fuori dalla programmazione dei cinema, ora che il sipario della critica e dei critici si chiuderà? Che fine farà quel “giovane favoloso” e noi con lui? In una battuta del film si afferma, con ironia mista a disprezzo, che “nel Novecento di Leopardi non si sarebbe ricordata neanche la gobba”; questa affermazione vale se facciamo riferimento non alla Letteratura che non ha potuto fare a meno di lui successivamente, ma a quella parte di società che ha chiuso la Poesia nelle nicchie, a quelle famiglie che non ne hanno fatto pane quotidiano per i figli, a quelle università che l’hanno resa un privilegio per pochi dotti, a tante scuole che l’hanno fatta odiare a memoria, a quella comunicazione di massa che al “vero” e al “bello” ha sostituito la banalità e l’ignoranza.

Eppure, nonostante ciò, la Poesia è fiorita come la ginestra su un terreno aspro in quella parte di società che l’ha accolta come madre e guida, in quelle famiglie che l’hanno raccontata ai piccoli come “storia della buonanotte”, in tante università che ne hanno rivelato i segreti agli studenti, in diverse scuole che non l’hanno frammentata e sventrata analizzandola autopticamente, in quei mass media che hanno dato ai poeti tempo, pagine, spazio, pellicola.

Tra il positivo e il negativo, tra eccezioni e ordinarietà, Leopardi – seppur unico e forse irraggiungibile – vive oggi soprattutto in quei “giovani favolosi” che sono molti dei nostri studenti; sì, coloro che scrivono temi mozzafiato, che leggono i poeti sotto il banco, che appuntano versi nei diari e li incidono sui banchi, che partecipano ai concorsi letterari di nascosto, li vincono pure e i professori gli mettono solo sei in Italiano perché è fuori dai programmi, che pubblicano raccolte di poesia a diciotto anni, che sognano le alte vette fino a “farsi sanguinare il naso”, che parlano “alla Luna” e non si stancano di attendere una risposta.

Marco Pappalardo

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