Ed Sheeran – Photograph

Ed Sheeran – Photograph

Ed Sheeran – Photograph.
Amare è l’unica cosa che so

La scorsa settimana mi è capitato di ascoltare la canzone “Photograph” di Ed Sheeran su Spotify dopo essere stato in oratorio per l’adorazione eucaristica. Masticando un po’ di inglese ho riflettuto sul testo e sulle tante volte in cui ho partecipato ad un’adorazione, in tempi di gioia, di dolore, anche solo per riposarmi un po’, e devo dire che il testo ha preso subito un significato diverso.

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“We keep this love in a photograph
Teniamo questo amore in una fotografia

We made these memories for ourselves
Facciamo queste memorie per noi stessi

Where our eyes are never closing
Dove i nostri occhi non sono mai chiusi

Hearts are never broken
Cuori mai spezzati

Time’s forever frozen still”
Il tempo è congelato per sempre

“Loving can hurt.”

Amare può far male

Tutte le volte che ho visitato Gesù nell’eucaristia ho portato con me I miei sentimenti: storie andate male, solitudine, delusioni. “You know it can get hard sometimes.” (sai che a volte può essere dura). L’amore contenuto in quella piccola ostia Bianca era lì anche nel mezzo delle mie tempeste.

“Loving can heal.”

Amare può curare

Quante volte lo stare con Lui mi ha curato, mi ha ricucito gli strappi, mi ha ridato la voglia di rialzarmi.

“Time’s forever frozen still.”

Il tempo è fermo per sempre

L’Eucaristia che incontro nella piccola cappella dell’oratorio è lo stesso Gesù che è morto per me sulla croce. È lo stesso Gesù davanti al quale si sono inginocchiati I più grandi santi, è lo stesso gesù davanti al quale Domenico Savio andava in estasi.

“You won’t ever be alone.”

Non sarai mai sola

è la certezza che ho ogni volta che sono davanti al tabernacolo, è come una fotografia che possiamo rivedere quando l’altro ci manca… ma una foto è solo una foto, nell’Eucaristia Gesù ci da tanto altro, può avverare quello che l’autore della canzone può solo sognare. Il suo corpo, il suo sangue, la sua anima…. Tutto contenuto in un pezzo di pane.

“sarò con voi per sempre… fino alla fine dei giorni”

Fonte: animatorisalesiani.altervista.org/

Lo sapevi che:

Sheehan ha tenuto un concerto a Bristol il 22 maggio 2012 raccogliendo 40.000 sterline per un ente di beneficenza che offre assistenza alle prostitute. “È bello mostrare comprensione per queste donne che sono persone reali con emozioni reali e che meritano la stessa carità come chiunque altro”-ha sottolineato il cantante- “C’è molta beneficenza più popolare che ottiene un sacco di attenzione. Argomenti come questi sono spesso messi in secondo piano e la gente non dà loro l’attenzione che meritano”.

Gianluca Firetti

Gianluca Firetti

Sottoponiamo alla vostra attenzione la storia di un giovane: Gianluca Firetti

Don Bosco ha creduto fermamente nella capacità dei giovani di vivere in pienezza la vita cristiana, ha dato tutta la sua vita perchè i giovani scoprissero la loro vocazione alla santità.

Oggi scopriamo la storia di un giovane morto il 30 gennaio del 2015, assiduo frequentatore del suo oratorio diocesano, di cui ora sarà un brillante animatore… dal Paradiso. 

Don Marco D’Agostino dopo aver scritto a quattro mani con Gianluca Firetti il libro “Spaccato in due, l’alfabeto di Gianluca”, nel quale è narrata l’esperienza di malattia e di fede di “Gian”, – giovane diciottenne che ha combattuto per due anni contro un sarcoma osseo – ad un anno dalla sua morte pubblica un nuovo testo: “Gianluca Firetti, Santo della porta accanto”.

FMA-libri-ginluca-firetti

Questo secondo libro racconta di come il giovane abbia fatto breccia nei cuori e nelle vite di tantissime persone, soprattutto dei giovani, attratti dal vero miracolo avvenuto nella vita di Gianluca – non la guarigione dalla malattia – ma il compimento della sua vita nell’amore dato e ricevuto, nella preghiera costante, nell’affidamento a Dio, e infine in una morte santa, pacificata.

Tantissime mail e messaggi testimoniano come la vicenda di Gian abbia coinvolto mamme, papà, sacerdoti, anziani e giovanissimi – dall’Italia e dal mondo – che pur non avendolo incontrato, hanno raccolto “vita” da lui, lo hanno sentito fratello e amico in Cristo.

«Carissimo Gian, stavolta, davanti al “nostro libro” – lo chiamo ancora così con presunzione – non c’è la tua lettera, ma solamente la mia. E questa è una sofferenza.
La sola di queste pagine. (…) Le pagine che ci stanno davanti raccontano ancora di te e di quanti, ormai non siamo più in grado di contarli, in te e con te, si sono riattivati grazie a una scintilla di fede e hanno attinto un briciolo di coraggio per la loro esistenza. In tutti la forza da te seminata attende che l’unico Seminatore faccia crescere il chicco deposto in ciascuno».

La storia di Gian narra la malattia e la sofferenza, ma al contempo la grazia straordinaria e la santa ordinarietà che ha vissuto.

Quella santità di cui ha parlato Papa Francesco nell’angelus del primo novembre dello scorso anno, e che offre all’autore un’occasione preziosa per riflettere sui santi dei nostri giorni, “quei santi non canonizzati, che si sono sforzati di vivere il Vangelo nell’ordinarietà (…)forse ne abbiamo avuto qualcuno in famiglia, oppure tra gli amici e i conoscenti”.

«Quando Francesco scende nei particolari del suo discorso non posso non pensare a Gian. (…) io, un santo così, l’ho conosciuto veramente e, insieme con i suoi amici, lo porto con me, nelle parrocchie della diocesi di Cremona e in molte parti d’Italia.

Gian, santo della porta accanto.

Un santo che ha aperto le porte di casa sua a Dio, ai suoi, agli amici, anche a me. Un santo che whatsappava: moderno, contento e luminoso. Un santo che contagiava, perché l’amore è sempre più intenso e duraturo rispetto al male, al peccato e al buio. Un santo nel quale le tenebre non hanno vinto perché attaccato alla Luce vera, quella che veniva nel mondo e illumina ogni uomo.

Un santo che il web ha fatto “suo”, sotto la voce “giovane laico, testimone” (www.santiebeati.it).

Giovane. Con la forza e il coraggio dei giovani. Anche con le speranze di chi la vita se la sente in mano. Laico. Con la bellezza e la genuinità del Vangelo. Con la libertà e la schiettezza del dire e del ragionare, di essere un ragazzo del mondo e, al contempo, di aver imparato anche ad avere una visione esterna al mondo, lievito e sale come quella del Vangelo. Testimone. Sia della vita che si stava spegnendo, sia della bellezza che la malattia aveva deturpato, sia della fede che andava brillando».

Gianluca non è diventato un “santo della porta accanto” all’improvviso, ma giorno dopo giorno, poco alla volta. Nella sofferenza e nel dolore quotidiano ha scoperto che Dio lo amava, che lo sosteneva nella sua terribile prova, che poteva “smezzargli la croce” e così si è trasformato sempre di più in un Suo strumento d’amore per gli altri.

«Eh sì, perché se la metafora del Papa è vera, se queste persone sono sante, a loro va attribuito il vocabolario dei santi, con tutti gli annessi e connessi.

E i santi, grazie a Dio nel quale vivono, i miracoli li fanno sul serio. Gian è uno di questi. Autentico, molto efficace, che spacca in due come il Vangelo. Il suo bello è essere un santo normale, cioè quotidiano e feriale. Un amico santo. (…)La santità di Gian ci mostra il volto di un Dio che sa amarci ancora. E non smette di farlo. Anche nel dolore. Anche nel buio delle salite che la vita presenta. Nei lutti e nelle lacrime. Nella violenza e nel terrore. (…) Le storie di santità ci invitano ad avvicinarci a Dio.
Al suo regno nel quale “non ci si arma, ma ci si ama” soltanto».

Il dolore che il tumore infligge a Gianluca è un’esperienza difficilissima e terribile, ma lui non lo rifiuta, non lo maschera, vive la sua vulnerabilità, la sua “nudità”, che misteriosamente il Signore trasfigura in forza. La sofferenza che prova, non diviene muro invalicabile per gli altri, non lo allontana dai suoi amici, dalla famiglia, dai cari, al contrario, lo avvicina sempre di più a loro, diviene un magnete che attrae e unisce. Il letto dell’Hospice si trasforma così da luogo di morte, a luogo di incontro, amicizia e preghiera.

“Questa è l’invocazione che spesso, sul letto d’ospedale, nella sua mente e nel suo cuore, Gian ripete: “Signore, smezzami la croce”. (…) Gian è molto simile al primo Adamo. Non vuole stare da solo. Non è bene che l’uomo sia solo (Gen 2,18). Ha intorno una famiglia, i suoi parenti, una parrocchia, un oratorio, degli amici che vivono e pregano con lui e per lui. Lo aiutano e si sentono aiutati. Per questo il luogo del dolore, come la via del Calvario per Gesù, diventa terra di grazia e di luce. Profuma di vita e di speranza. (…) una mèta e un pozzo, dai quali attingere forza per la vita, coraggio per la giornata. (…) Gian attira. Porta la croce pesante di Gesù, sente quei chiodi entrare nella sua carne attraverso chemio, morfine e medicazioni. Ma si verifica anche il contrario perché Gian permette, con estrema libertà, a chi vuole, di aiutarlo a portare quella croce che, da solo, sente impossibile sorreggere. E Gesù si prenota per primo. Lo aiuta. Lo solleva. Gli fa tornare il sorriso anche quando l’osteosarcoma gli spacca lo sterno. Anche quando il respiro viene meno. Le gambe non si muovono. (…) Una presenza singolare, quella del Signore crocifisso, che si manifesta in un giovane speciale. Proprio per questo la stanza di Gian non è mai vuota e diventa un piccolo cenacolo, una chiesetta raccolta nella quale si prega, ci s’incontra, si parla, si dialoga, si sta zitti, ci si rivela, s’invocano la misericordia e la grazia di Dio. (…)In ospedale si va per lottare. Così aveva scritto al Papa. Ma non ci va da solo. Sempre col Signore.
E, quando non ce la fa più, proprio a Lui non chiede di guarire, ma

«se puoi, smezzami la croce. Spaccala a metà, perché per me è troppo pesante»”.

Sono molti i ricordi preziosi che il “Don”, come lo chiamava Gianluca, riporta nel libro. C’è un episodio particolarmente significativo, “liturgico”, di enorme affetto e devozione, avvenuto la domenica prima che Gian morisse. I due dopo aver parlato a lungo, pregano insieme l’Ave Maria e poi don Marco si piega a baciare il capo e le mani di Gian, come il venerdì santo ci si china a baciare il Crocifisso.

«È stata la domenica delle grandi domande (…) Gian si è posto davanti alla morte con coraggioso timore. Aggrappandosi, fino all’ultimo, a quella croce pesante che non ha mai mollato. “Don, ma secondo te come sarà la morte? Che cosa troverò? Il Signore che cosa mi mette davanti?” (…) Davanti a lui, steso sul letto e affaticato, mi è venuta questa intuizione. “Gian, pensa alla tua vita. È stata bella quando stavi bene. È ed è ancora più bella nella malattia. Pensa a tutto il bene che tu hai fatto in questi due mesi”. (…) L’ho visto sorridere. (…) “Gian, pensa a quanto bene stai facendo e a quante persone”. E a quanti ancora… non sapevamo che ne avrebbe fatto! Lui chiudeva gli occhi. Come a dire: “Mi fido, don, se lo dici tu”. E anche queste erano parole che “spaccavano”, aprivano il cuore, chiedevano conversione. Gian ci crede, si affida, spera e prega. Insieme lo facciamo, per l’ultima volta, con un’Ave Maria. “Sento la Madonna vicina”, ripete. La sente veramente. Per questo preghiamo. Poi la benedizione.
E, al termine, mi è venuto naturale baciarlo. Sulla testa prima, sulle mani dopo. Baciarlo come si bacia il Crocifisso, nell’azione liturgica del venerdì santo. (…) Gian mi guarda, spalancando quegli occhi che sembrano sorridere. “Perché Don?” mi chiede, in attesa di risposte esaustive. La mia non si fa attendere. “Perché baciare il Signore è un privilegio di pochi”. Annuisce con la testa. Non per presunzione. Perché comprende il mistero di passione e morte. E in quell’atmosfera di commozione ci salutiamo».

 

Fonte: animatorisalesiani.it

Da Animatore Salesiano a “Salesiano”

Da Animatore Salesiano a “Salesiano”

Da Animatore Salesiano a “Salesiano (consacrato!) Animatore”… La testimonianza di un giovane che ha deciso di stare con Don Bosco… per sempre.

«Probabilmente non sarò mai pienamente cosciente della grandezza e della bellezza della mia chiamata alla consacrazione religiosa salesiana, anche se in questi mesi ho maturato un profondo senso di gratitudine a Dio per la proposta di Amore che mi ha fatto. Oggi sono assolutamente convinto che questa è la mia strada e ho un desiderio profondo di percorrerla con tutta la mia povertà, perché si sa il Signore sceglie “ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti” e “ciò che nel mondo è debole per confondere i forti” (cfr 1Cor 1,27). […] Intimamente innamorato di Cristo, vero Dio e vero uomo, e del suo servo don Bosco, profondamente uomo e profondamente santo, sento radicalmente mie le parole di Paolo “pur essendo libero da tutti, mi sono fatto servo di tutti per guadagnarne il maggior numero [—]; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno. Ma tutto io faccio per il Vangelo, per diventarne partecipe anch’io” (1 Cor 9,19.22-23); “ritengo che tutto sia una perdita a motivo della sublimità della conoscenza di Cristo Gesù, mio Signore. Per lui ho lasciato perdere tutte queste cose e le considero spazzatura, per guadagnare Cristo” (Fil 3,8)».

Con queste parole, più di quattro anni fa, concludevo la mia domanda per l’ammissione alla prima professione religiosa nei Salesiani di Don Bosco. E così oggi eccomi qui, giovane salesiano in formazione ancora profondamente innamorato di Cristo e di don Bosco.

E sia ben chiaro è solo per questo profondo e viscerale Amore che ancora continuo a camminare, barcollando, su questa strada che il Signore ha tracciato unicamente per me.

Quando da ragazzo leggevo la biografia di Don Bosco rimanevo impressionato dalla sua capacità di saper scrutare i segni dei tempi senza accontentarsi di percorrere sentieri già battuti. È per il suo amore incondizionato verso Gesù Cristo e i giovani poveri e abbandonati che Don Bosco riesce a

non conformarsi alla mentalità del suo tempo
per poter essere strumento di carità
in modo originale ed originario.

Non si tratta di un amore platonico, ma dell’Amore cristiano che segue la logica dell’incarnazione. Il suo cuore batte all’unisono con quelle dei suoi ragazzi e rende, ancora una volta, vive le parole di Paolo: “rallegratevi con quelli che sono nella gioia; piangete con quelli che sono nel pianto. Abbiate i medesimi sentimenti gli uni verso gli altri” (Rm 12, 15-16). Don Bosco è un mix esplosivo di umiltà, empatia e passione. I giovani non sono solo i destinatari della sua missione ma anche i suoi principali maestri e collaboratori: è questo lo stile del lab-oratorio di Valdocco. Passione, empatia e umiltà sono anche i sentimenti a cui mi ispiro da quando all’età di tredici anni ho iniziato ad “essere” animatore salesiano.

La mia vocazione è nata
vivendo in mezzo ai ragazzi,
passando i pomeriggi in cortile insieme a loro,
condividendo
con loro il tempo del gioco, della formazione e della preghiera.

Ci tengo a sottolineare che il fatto che io sia, da più di quattro anni, un salesiano consacrato ciò non comporta assolutamente un passaggio ad un grado superiore rispetto a quello di animatore salesiano. Si è animatori salesiani per tutta la vita o sennò probabilmente non li si è mai stati.

La scelta della consacrazione non è stata per nulla facile perché mi sono dovuto disarmare e affidare totalmente alla Sua volontà, mediata anche da un accompagnamento spirituale serio e costante.

In questi quindici anni di animazione ho sperimentato quanto siano vere le parole di Don Bosco nella lettera da Roma del 1884:
“Chi sa di essere amato ama e chi è amato ottiene tutto specialmente dai giovani. Questa confidenza mette una corrente elettrica fra i giovani ed i superiori”. Credo che con la corrente elettrica prodotta nell’oratorio di Valdocco ai tempi di Don Bosco si sarebbe potuta illuminare un’intera città. È proprio questa “corrente elettrica”, di cui parla Don Bosco, che ogni pomeriggio cerco di attivare in cortile con i ragazzi.
Produrla non è facile perché significa istaurare, coltivare e curare relazioni con ogni singolo ragazzo con l’obiettivo di essere per lui segno e portare dell’Amore di Dio nel suo quotidiano. In questi mesi riflettendo sulla mia missione nell’Oratorio di “Santa Chiara” nel quartiere dell’Albergheria a Palermo appuntavo nel mio diario personale:

«Grazie, Signore, per la “lotta” giornaliera nella relazione con i ragazzi, soprattutto in oratorio; è una lotta perché è un continuo lavorio nel cercare il giusto modo di far sperimentare loro l’Amore di Cristo. Questo costante tira e molla fatto di affetto effusivo e di fermezza, di dolci parole e di rimproveri, di incoraggiamenti e di freni inibitori, di sorrisi e di sguardi seri spesso mi logora, ma nello stesso tempo percepisco che è l’unico modo per amarli veramente».

Io credo fermamente che Dio è Amore di relazione

e che se siamo stati creati a Sua immagine vivremo veramente nella misura in cui intessiamo relazioni di amore gratuito e incondizionato. Questo è quello che io ho sperimentato nella mia breve vita e cerco, con tutta la mia povertà e fragilità, di costruire ogni giorno, soprattutto quando sono in cortile in mezzo ai ragazzi. E si sa quando una relazione si fonda sull’Amore autentico non si può valutare chi da e chi riceve ma si può solo gioire di una felicità con non passa ma dura in eterno.

Non so pregare

Non so pregare

Guida pratica per un giovane impegnato (e non solo…)

Non so pregare, non ho tempo per pregare, non ne ho gran voglia e forse non so nemmeno a che mi serve…

Ottimo punto di partenza vero? Eppure… che direbbe Don Bosco? E poi… addirittura un ragazzino l’altro giorno me lo ha chiesto durante l’incontro… “Tu preghi??” ..sono diventato mezzo rosso e mezzo verde e ho abbozzato un “sì” tiratissimo…

Come devo fare? Tre Ave Maria e un Padre Nostro???

Ti propongo un metodo semplice, concreto e verificabile. Quindici – massimo proprio venti, dipende da te – minuti al giorno, quando? Prima di andare a dormire, mentre ti metti il pigiama… quel momento tranquillissimo e solo tuo.

È una preghiera valida per chi ha 13 anni e chi ne ha 90 … La chiamo, di solito,

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LA PREGHIERA DEL PIGIAMA

Cercare e trovare Dio in tutte le cose

Non ti faccio grandi sermoni sulla preghiera, andrò subito al concreto. Però devi assicurarmi che farai cinque rivoluzioni nel tuo comune modo di pensare:

Prima rivoluzione:

nella preghiera il protagonista è Dio, quello che deve parlare è Lui, non tu! Tu devi ascoltare (e ma come? Dio parla? A me? Concretamente??)

Seconda rivoluzione:

durante la giornata Dio semina continuamente degli appelli, delle chiamate nella tua giornata… alcune le cogli, altre no… ma quotidianamente Dio continuamente ti lancia segnali di fumo… il fatto è che Lui è un tipo discreto: la preghiera della sera è lo scanner di queste chiamate (ma perché non parla più chiaramente? Come faccio a capire se una cosa viene da Dio o no??)

Terza rivoluzione:

Dio parla in Te, se fai silenzio e spazio. Dio, nella tua coscienza, farà emergere ciò che è necessario tu senta e sappia, lo “sentirai”!

Quarta rivoluzione:

per assicurarti che hai davvero pregato-dialogato con Dio hai una verifica infallibile: alla fine della preghiera ti senti portato ad amare di più… Se sì, hai pregato, se no hai sfarfallato per i fatti tuoi (ma non bastava dire tre Ave Maria e un Padre Nostro?).

Quinta rivoluzione:

La preghiera ha bisogno di esercizio quotidiano, sii ferreo e regolare in questo e vedrai che miracoli farai… (tipo trasformare un 3 e mezzo in matematica in un 7 più!?)

Capito ste cinque cosette? Don Bosco le aveva assai chiare (di lui Michele Rua diceva: “camminava come se vedesse l’invisibile” e un altro diceva “Don Bosco parla con Dio anche mentre scende le scale! )… Don Bosco era un “contempl-attivo!”

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Concretamente… veniamo a noi… giornata finita, cellulare spento (mi raccomando!), sei in camera tua, in silenzio, luce spenta, pigiama di pile messo, tre paia di calzettoni…

1) Mettiti comodo…

seduto, inginocchiato, steso… purchè tu sia a tuo agio, anche il corpo prega!

2) Entra nella preghiera in un modo che a te piace:

leggi il Vangelo del giorno dopo (ci sono delle App apposite anche OFFLINE), ascolta una canzone che ti dia pace, accendi una candela…

3) Invoca lo Spirito:

è Lui la star della serata! Anche una preghiera elementare: Spirito di Dio aiutami, parlami, vieni in me… quello viene davvero… o meglio si rende presente… Lui abita sempre in noi!

4) Fai silenzio

non pensare! Eeeeeeeh nna parola… Invece no! È molto facile… Parti dal sentirti amato da Dio… come? Lasciati abbracciare! Hai presente quando abbracci una persona a cui vuoi un sacco di bene, o quando vieni improvvisamente abbracciato? Di solito la gioia e la consolazione sono così forti che non ti viene da pensare a nulla, solo ti godi l’abbraccio… per un minuto buono goditi solo quell’abbraccio… sentiti abbracciato, non pensare ad altro, fai vuoto, fai silenzio, chiudi gli occhi, entra in te stesso in punta di piedi.
Ssssshhhhhhhh Dio vuole solo stritolarti… se hai avuto una brutta giornata è l’abbraccio di un Padre che ti consola, se hai avuto una bella giornata è l’abbraccio di un Padre che gioisce con te, se hai avuto una giornata anonima è l’abbraccio di un Padre che ti vuole vivo! Che spettacolo…

5) Guarda la tua giornata,

parti dal mattino, scorri le varie cose che hai fatto… Fai attenzione alle immagini, sensazioni, situazioni che emergono… se hai fatto bene l’invocazione allo Spirito e hai fatto davvero silenzio dentro di te… si evidenzieranno immagini, persone, episodi non casualmente. NON PENSARE SIANO DISTRAZIONI… DIO PARLA COSì!!! Sarà un valzer fra il cuore e la testa… Non cedere a spiritualismi strani o a calcoli troppo razionali… equilibrio!

Esempio: sto pregando, dopo un paio di minuti di silenzio sereno decido di rivedere la mia giornata passata con Dio, parto dal mattino: mi viene in mente la colazione che ho fatto, una frase che mi ha detto mia madre, la sensazione di amarezza che ho provato.
Ecco una prima sottolineatura di Dio! Perché proprio quell’episodio?

  • Cosa vuoi dirmi Signore? Perché è emersa l’immagine di mia mamma?
    Signore, ma tu mia mamma come la vedi? In questo periodo è triste?
    E io cosa posso fare? Cosa faresti tu, Gesù?
  • Ascolto in profondità e con onestà… analizzo i “movimenti interni”, gli scossoni che nella preghiera sento, rimango su una riflessione, la lascio sciogliere, sento fino in fondo tutto quello che emerge… è essenziale essere autentici e coraggiosi qui, cogliere ogni minima intuizione, sentimento, parola che nasce improvvisamente nel pregare.
  • Poi vado avanti, mi viene in mente il percorso da casa a scuola… quel ragazzo che ho visto da solo vicino alla fermata, sul momento non ci avevo fatto tanto caso, perché ora ritorna? (Stesso dialogo, ascolto, analisi…)
  • Continuo… rivivo quella chiacchierata con la mia animatrice… quale frase mi è rimasta più impressa? Perché mi torna in testa quella frase?
    Forse ha toccato un nervo scoperto? Signore cosa vuoi dirmi?
    DIO PARLA COSì.. che ti aspettavi le apparizioni di Lourdes?
    Il nostro è un Dio delle piccole cose… che inabita le nostre giornate…

6) Una volta che ti sembra di aver percorso le cose più importanti

in cui il Signore ti ha voluto parlare durante la giornata, insieme con Lui fai questi tre movimenti del cuore:

  • Loda e ringrazia: Signore grazie perché qui, qui e qui sono stato in gamba, sono cresciuto, ho provato questa gioia… tu mi hai parlato e mi hai fatto capire questo. Ringrazia e gioisci.
  • Riconosci il peccato: Signore, qui e qui avevo intuito che tu mi chiamavi ad amare di più, a mettermi in gioco, a testimoniare qualcosa di più… ma non l’ho fatto… chiedi perdono.
  •  Progetta il domani: Domani che mi tocca? AAAAh devo vedermi con quella persona… Signore, cosa mi dici? Dove mi aspetti? Come posso prepararmi? Vivi con speranza.

 

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7) Esci dalla preghiera

con una preghiera che senti tua: Padre Nostro, Ave Maria, Gloria al Padre, Angelo di Dio… vedi un po’.

8) Scrivi sul tuo quaderno

(se ce l’hai, sennò anche una nota sul cellulare OFFLINEEE!) velocemente 4-5 righe con le cose più importanti emerse dalla preghiera (“Dio mi ha parlato e mi ha detto….”).
Mensilmente o ogni due settimane le condivido con la mia guida spirituale, un salesiano di fiducia, una Figlia di Maria Ausiliatrice, un animatore particolarmente in gamba… sottolineando gli appelli ad “amare di più” (se non hai una guida spirituale… guardati intorno!).
La preghiera vera parte dall’Amore di Dio per me e finisce con l’Amore per i fratelli… sennò sono chiacchiere!

Riflessioni post Halloween

Riflessioni post Halloween

Ogni anno Halloween porta con sé  una disputa culturale tra sostenitori e detrattori. Con questo articolo vogliamo proporvi un punto di vista propositivo e innovativo su questo argomento.

Stai pensando di organizzare una festa di Halloween per i tuoi ragazzi? Stai pensando di distoglierli dal farlo altrove? Stai pensando di boicottare questa festa? Noi ti proponiamo 6 regole per festeggiare Halloween con uno spirito diverso.

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