Consigli per chi ha un figlio non lettore

Consigli per chi ha un figlio non lettore

di Emanuele Fant per Credere

I ragazzi che non amano i libri non li apprezzeranno con l’obbligo. Le strategie più convincenti passano dalla testimonianza in prima persona.

Caro genitore, che guardi con sospetto tuo figlio che non ha messo nessun libro nella valigia del mare, ti devo parlare. È dimostrato che nessuno si può appassionare per obbligo. Quindi, se speri di vederlo immerso nelle pagine come effetto della tua arrabbiatura, inizi male. Piuttosto fai sparire i libri dagli scaffali, trattali con il riserbo di formulari per iniziati. Svendere un prodotto ne diminuisce il valore. Sfrutta le leggi del mercato (e il potere della proibizione).

Se ancora non ti implora, considera che il gusto per la lettura si sviluppa per imitazione dei familiari. Quindi smettila di screditare il professore di italiano, a tuo parere troppo blando, e prendi in mano tu stesso Jane Austen o un saggio su Napoleone (mentre leggi, il tuo viso deve dire che ti piace).

Se con l’esempio hai ottenuto delle attenzioni, ricorda che il trasporto per un libro è sempre un fatto personale. Quindi non imporgli Kipling perché ha commosso te alle elementari. Gli scaffali delle biblioteche formano strani labirinti con una precisa intenzione: ognuno ci si deve perdere in maniera personale.

Se il tuo giovane bibliofilo vuole iniziare con Colpa delle stelle al posto di Tolstoj, non ti scandalizzare. In ogni svezzamento stanno prima le miscele digeribili, ma che assicurino un buon sapore. Nessuno ti impedisce di assaggiare: scoprirai che spesso i libri commerciali sono buone letture a cui facciamo scontare la capacità di esprimersi in modo trasversale.

Se l’applicazione di questo prontuario si dovesse rivelare un fallimento, ti consoli il fatto che i ragazzi non rischieranno mai di rimanere senza storie. I filologi del futuro non faranno quasi certamente distinzione tra una buona sceneggiatura di una serie tv americana e le sorprendenti trame dell’Ariosto.

Ricorda che la letteratura serve la vita, ma non le è mai superiore. È un peccato non riconoscerne il valore, ma è una forma di perversione anche viaggiare in treno con un libro in mano, senza mai buttare uno sguardo incuriosito fuori dal finestrino.

Il vizio (dimenticato) della gola

Il vizio (dimenticato) della gola

di Emanuele Fant per Credere

Un rapporto eccessivo con il cibo difficilmente viene considerato un male spirituale. E se invece avesse avuto ragione Dante?

Dei sette vizi capitali, ce n’è uno che non prendiamo sul serio. È la gola. Alzi la mano chi lo riconosce come proprio difetto in confessionale. La smodatezza nel mangiare e nel bere è tollerata con compiacenti sorrisini, a volte è imposta ai bambini («Ancora un cucchiaio!»), si impiega per festeggiare sacramenti e cerimonie.

L’uomo medievale aveva una vita spirituale meno disinvolta. Dante Alighieri immaginava una pena tutt’altro che leggera per i golosi del suo Inferno: si rotolavano nel fango come maiali, erano colpiti in eterno da una pioggia scura e puzzolente e, se questo non bastava, a turno venivano scuoiati da un grosso cane a tre teste. «Non è un po’ troppo per dei semplici mangioni?», ci chiediamo sbigottiti rileggendo le tragiche terzine che ci giungono da lontano.

I peccati sono spesso desideri nati sani (la necessità di nutrirsi), corrotti dalle eccessive attenzioni che dedichiamo loro. Come figli viziati, gli istinti, eletti a ragione di vita, pretendono uno sguardo continuo ed esclusivo. E finiscono per farci soffocare. E proprio l’apnea è una delle patologie più comuni tra gli obesi.
Gli accumuli di adipe premono sul diaframma e sulle vie respiratorie, il cuore deve pompare maggiormente un sangue con scarsi livelli di ossigenazione. Le conseguenze di tanto sforzo possono essere anche molto gravi: ben mille persone a settimana muoiono per complicazioni legate all’obesità, e la tendenza è tutt’altro che in diminuzione.

Se ai tempi di Dante era in sovrappeso solo qualche esponente delle classe sociali elevate, oggi le statistiche dicono che a mangiare troppo e male siamo in molti e, curiosamente, le persone meno abbienti sono le prime, vista l’offerta di cibo-spazzatura a basso prezzo.

Alla luce di questo allarme universale che preoccupa le organizzazioni di sanità, forse dovremmo rivalutare la bilancia come dispositivo per un allarme spirituale; ammettendo che l’anima sta addirittura in relazione con la nostra, imminente, prova-costume.

Il tormentone dell’estate resta sempre l’amore

Il tormentone dell’estate resta sempre l’amore

di Emanuele Fant per Credere

Come ogni anno coi primi caldi le radio iniziano a trasmettere a ripetizione ballabili canzonette di scarsa qualità.

Se dico Spagna, la mente del lettore devoto correrà alle vertiginose estasi di Teresa d’Avila, o alla fede militante del grande Ignazio di Loyola. Io, invece, penso ad Álvaro Soler. Non ne vado fiero, ma non è nemmeno del tutto colpa mia: ravvisando nell’aumento delle temperature un anticipo dell’estate a venire, le radio stanno trasmettendo il suo ultimo tormentone con frequenza allarmante. «Vieni verso di me come le onde del mare, vieni verso di me non ci possiamo fermare»: questa è la sommaria traduzione di uno dei versi salienti della ballabilissima La cintura.

In effetti, da che mi ricordo, l’estate, per essere tale, ha sempre avuto bisogno di una canzone in spagnolo. Nel 1983 la celebre Vamos a la playa dei fratelli Righeira faceva rimbombare i juke box di tutti i locali vista mare della penisola. «La canzone si distingue principalmente per l’iterazione del titolo e del relativo ritornello che non aggiunge ulteriori parole oltre a un ritmico oh oh oh oh oh, producendo un effetto di ridondanza ossessiva», questa è la ficcante chiosa alla canzone che sono riuscito a recuperare su Wikipedia.

Quando i Righeira hanno perso capelli e guadagnato chili, lo scettro di capofila è passato di mano in mano: prima il duo attempato di Macarena, motivo legato a una irresistibile danzetta che non sono mai riuscito a completare; poi i brani energetici del sensuale Ricky Martin («Un, dos, tres, un pasito pa’lante María»); più di recente, Enrique Iglesias, afflitto da perenni delusioni sentimentali nonostante l’aspetto da fotomodello latino.

Se nel suo Siglo de Oro la Spagna regalava al mondo le riflessioni innovative di santi eccezionali, ora ha piegato le sue esportazioni verso un settore meno di nicchia, e decisamente più remunerativo.

Resta un filo sottile per chi vuole sostenere che non tutto è perduto: nelle alte parole concepite nella quiete delle clausure, come nei banali ritornelli da ascoltare in costume, il tema è ostinatamente l’amore.

Sarà il Sinodo dei giovani. Anche di quelli assenti

Sarà il Sinodo dei giovani. Anche di quelli assenti

di Emanuele Fant per Credere

Santi ben conosciuti come Francesco, Agostino o Camillo de Lellis se fossero oggi ventenni, non parteciperebbero al sinodo dei giovani.
O forse sì, senza saperlo…

Se avessero invitato Francesco d’Assisi al Sinodo dei giovani, probabilmente, a vent’anni, si sarebbe rifiutato di andare. Sfoggiava sontuosi vestiti inusuali, usciva tutte le sere con la stessa brigata di amici ubriaconi, declamava in perfetto francese fantasiose storie provenzali, suscitando l’ammirazione delle ragazze equivoche che affollavano i locali.

Alla stessa età, anche Agostino d’Ippona non era messo troppo bene. Era impegnato con il figlio avuto un paio d’anni prima da una concubina. La sua ansiosa ricerca di assoluto lo aveva già portato ad abbracciare l’eresia manicheista, facendo piangere la mamma Monica che, ormai, non lo voleva nemmeno più vedere.

Anche il futuro patrono degli operatori sanitari, Camillo de Lellis, a vent’anni aveva altro a cui pensare. Aveva appena rinunciato alla carriera nell’esercito, a causa di una piaga al piede che lo faceva impazzire da tempo. Si stava reinventando inserviente in ospedale, ma i suoi superiori sostenevano che avesse poca voglia di lavorare, una propensione eccessiva per il bere e le bische clandestine.

Pure il ventenne Clemente Rebora era tutt’altro che un sacerdote rosminiano. Spendeva i pomeriggi a improvvisare furiose melodie sul pianoforte, aveva appena scoperto di non essere tagliato per la facoltà di medicina; dubbioso sul futuro, si sfiancava con scalate in solitaria, autoimponendosi digiuni e abbozzando versi strani.

Non si può che essere fieri di tutti quei ragazzi che al Sinodo dei giovani saranno in prima fila, entusiasti e collaborativi. Questa paginetta serve solo a ricordare che a volte sono misteriosamente Chiesa anche i tanti che si rifiutano di partecipare, che preferiscono criticare da un divano, da un fronte opposto e lontano, che non sapranno nemmeno di questa occasione. Ogni giovane che spinge la sua ricerca interiore verso un limite estremo, con arditezza e passione, si avvia senza saperlo, nel cammino sinodale. Rispondiamo con coraggio, e stiamolo a sentire.

Nonostante Freud ho scoperto un’inattesa verità

Nonostante Freud ho scoperto un’inattesa verità

di Emanuele Fant per Credere

Andare in gita con la classe a Vienna e vedere che nulla è rimasto del celebre psicanalista. Per poi fare una scoperta ancora più interessante.
Gita scolastica con la quinta superiore. Obiettivo: Vienna, casa di Sigmund Freud. Facciamo la scelta anacronistica del pullman, al posto dell’aereo: stiamo incollati ai sedili per circa undici ore.

Il giorno successivo, il sonno ci ha rigenerati dalle fatiche autostradali. Colazione continentale, e poi di corsa verso il nostro obiettivo. L’appartamento del primo psicanalista si trova nella Berggasse, al numero 19. Dobbiamo aspettare l’orario di visita, l’attesa gonfia le aspettative fino al limite.

Entriamo e mi guardo in giro: un ampio salotto completamente vuoto. Mi lascio sfuggire una risatina. La guida illustra che la famiglia ebrea del celebre dottore è dovuta scappare a Londra, durante le persecuzioni naziste. Ovviamente, hanno portato tutti i mobili con loro. Della casa di Freud sono rimasti solo i muri, per giunta ritinteggiati.

Mi chiedo se ne valeva la pena: vibrare tutte quelle ore con le fronti appoggiate ai finestrini, per scoprire solo un appartamento vuoto. La celebre dormeuse, dove il dottore interrogò i suoi primi pazienti, si è ridotta a un modellino in scala. La poltrona su cui amava leggere non è quella originale, anche se ci assicurano che era uguale. Le foto appese sono copie.

«Cosa si aspettava di trovare?», mi chiede uno studente entusiasta del niente che ci sforziamo di apprezzare. «Non dico Freud in persona, ma almeno, non so, le sue lettere originali».
L’alunno mi squadra con compassione: «Quelle le può trovare su internet. Ci sono le foto ad alta definizione». Resto un momento senza parlare. Credo che il mio studente, nel campo dei viaggi d’istruzione, abbia qualcosa da insegnare anche a me.

Oggi che il mondo ci viene incontro lì dove siamo, la meta è un bene meno prezioso, non è propriamente ciò che cerchiamo. Quello che manca è l’immersione in un contesto, il confronto con lo spazio, lo stimolo dell’emozione di un gruppo che si muove insieme.

Quel ragazzo ha ragionato come un vero pellegrino: il tesoro di un viaggio, è soprattutto il cammino.

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