Solo a Francesco è riuscita la rivoluzione

Solo a Francesco è riuscita la rivoluzione

di Emanuele Fant per Credere

Mentre i ragazzi degli anni Sessanta urlavano di voler cambiare il mondo, un giovane studente gesuita argentino si atteneva al rigido silenzio degli esercizi ignaziani…

I ragazzi degli anni Sessanta erano ribelli per vocazione. Sentivano che un universo migliore era già lì ad aspettarli nel futuro, serviva solo l’occasione per andarlo a catturare.

Tanto per iniziare, tra questi c’era mio padre: da un paesino del Veneto è partito per l’Africa con l’obiettivo di raddrizzare alcuni insopportabili squilibri dell’economia mondiale.
Nel frattempo, più a Ovest, il medico argentino Ernesto Guevara puntava sulla lotta armata per rovesciare i regimi latinoamericani.
A Londra, stilisti e creativi confezionavano abitini in plastica e caftani, per gli eccentrici guardaroba del domani.
Al di là dell’Atlantico, Bob Dylan sciorinava cantilene folk contro le ingiustizie del potere, avvisando che «i tempi stanno per cambiare».

Mentre il mondo giovanile urlava in coro una voglia condivisa di rivoluzione, nel chiuso di una casa religiosa argentina lo studente gesuita Jorge Mario si atteneva al rigido silenzio degli esercizi spirituali ignaziani. Anche volendo, non avrebbe potuto gridare: gli mancava mezzo polmone asportato in seguito a una malattia, qualche tempo prima.

Nel 1968 i Beatles scoprivano di avere un fulcro spirituale e viaggiavano verso l’India per approfondirlo. Con loro sempre più ragazzi, delusi dai cambiamenti che tardavano ad arrivare, barattavano l’impegno sociale con un meno impegnativo rinnovamento interiore: autoanalisi di gruppo, sostanze allucinogene per allargare la percezione, ambientalismo eletto a religione.

Nel 1969, l’atto finale: ad agosto, sul prato di Woodstock, i migliori musicisti rock in circolazione intonavano il requiem a una stagione resa ormai inoffensiva dalle droghe, dalla promiscuità, dalla delusione. Per la generazione dei ribelli quel festival fu il necrologio di ogni passione. Ma mentre moriva la chitarra incendiaria di Jimi Hendrix, a dicembre dello stesso anno il giovane Jorge Mario Bergoglio festeggiava la sua ordinazione sacerdotale. E dava inizio a una nuova storia.

Visto da ora, il religioso argentino con mezzo polmone è l’unico a cui davvero sia riuscita la rivoluzione.

Le professioni “collegiali”

Le professioni “collegiali”

Emanuele Fant per Credere

Siamo un popolo che interviene nella correzione dei lavori altrui, soprattutto di alcuni. Come quello dei docenti.

A me non verrebbe mai in mente di andare dal fornaio e suggerirgli un tempo diverso per la lievitazione del pane perché l’ho sentito a Bake Off. Tantomeno ho mai consigliato al mio parrucchiere il tipo di forbice da usare, mi limito semmai ad indicare l’effetto complessivo che voglio ottenere con il nuovo taglio.

Esistono invece mestieri che definirei “collegiali”: gli italiani non sopportano che si svolgano da soli, ritengono sia un dovere collettivo intervenire, come se il professionista del settore soffrisse di una continua solitudine.

Al terzo posto c’è il medico: è prassi, ormai accreditata dai migliori ospedali, l’abitudine a cercare i propri sintomi su Google, per poi rivolgersi al dottore che aggiungerà modestamente il suo parere all’autodiagnosi.

Al secondo posto c’è l’allenatore: i bar della penisola, il lunedì mattina, sono una panchina diffusa. Tra un cappuccino e un cornetto, si chiarisce cosa non stava in piedi nella formazione del giorno prima e si stabilisce la punizione adatta al centravanti che pensa solo alla Velina.

La prima posizione è saldamente nelle mani del professore: tutti sanno sempre, esattamente, cosa deve fare. Non esiste un genitore che non abbia ipotizzato una didattica migliore per suo figlio. I gruppi WhatsApp sono inesausti laboratori di soluzioni pedagogiche innovative. Le assemblee di classe a volte sembrano processi dove chi è seduto in cattedra sembra l’unico chiamato a imparare: «Professore, non crede che dovrebbero fare più temi?», «Siamo sicuri che questa gita cada nel momento migliore?», «Perché non mettete gli armadietti come nei licei americani?».

Com’è difficile affidare un figlio a una persona che non siamo. Come è complesso non spiare mentre si compie il rito inaccessibile della sua formazione.

Ma è pure essenziale riconoscergli il diritto di subire un’ingiustizia, una lezione fatta male, lo scontro con un professore impreparato.
Anche questa è educazione. Anche il coraggio di saperlo abbandonare.

Sei Padre?

Sei Padre?

di Emanuele Fant  per Credere

Ho letto questo titolone: “La Chiesa di Svezia smetterà di riferirsi a Dio al maschile: -Non ha genere-”.

L’assunto è semplice: se il Creatore è infinito, sfugge alle nostre classificazioni terrene, quindi è pure gender-free (se volete altri scoop: Dio non ha neppure la barba, né l’abito bianco, né il volto di Morgan Freeman).

Dio è senza dubbio impossibile da classificare, ma resta il fatto che noi guardiamo a Lui solo tramite gli occhiali stretti della nostra intuizione limitata. Quindi, o ci rassegniamo a lasciarlo distante, nel cielo; o lo costringiamo ad indossare il vestito insufficiente di alcuni parametri umani che ci danno indicazioni per conoscerlo.

Perché le Sacre Scritture hanno sempre chiamato Dio con la parola che identifica il genitore maschile? È stato solo un miope obbligo culturale, o c’è di più?

Per capirlo, sarebbe necessario ricostruire qual è il ruolo ancestrale del padre, al netto degli stereotipi e delle mode sociali. Gli psicanalisti spiegano che, in una famiglia sana, il papà ha la funzione di mettere un freno al desiderio di fusione tra la mamma e il suo bambino. È la famosa dinamica edipica, alla quale tante volte si sente accennare: il genitore maschio è un “terzo incomodo” che taglia una volta per tutte il cordone, indicando un obiettivo oltre, un desiderio che superi la semplice autoconservazione. Solo grazie a questo trauma salutare, il ragazzo potrà intuire di avere un proprio, singolare, destino.

Se Freud aveva ragione, dobbiamo ricordarci che Dio è un nome maschile ogni volta che rifiutiamo la nostra alterità di creature, aspirando ad una fusione impossibile. L’uomo che dà l’assalto al cielo per arrivare alla celeste stanza dei bottoni, è destinato a sfracellarsi, a fallire, perché ha abdicato al ruolo che gli è proprio: quello di creatura.

Dio è papà perché non può accettare la fusione coi suoi figli. Il taglio è soltanto all’apparenza crudele, è un gesto d’amore: l’unico che ci permette di inseguire la nostra vera vocazione.

Elogio di Cristina Plevani

Elogio di Cristina Plevani

di Emanuele Fant per Credere

La concorrente della prima edizione del Grande Fratello, dopo alcune comparsate, oggi fa la cassiera. Ebbene, so che il televoto è chiuso da 18 anni, ma io scelgo lei.

«Come si è ridotta? A fare la cassiera», dicono, sfogliando una rivista, le signore in fila dal parrucchiere. Parlano di Cristina Plevani, vincitrice della prima edizione del Grande Fratello nell’anno 2000. Io me la ricordo: riccioli biondi, sfrontatezza mitigata da una accesa sensibilità femminile, quel qualcosa più di un bacio col concorrente Pietro Taricone. Ora è una signora di 45 anni che si fa fotografare dietro al nastro scorrevole della sua nuova postazione di lavoro.

Le clienti del salone sbarrano gli occhi di fronte a quell’articolo che considerano quasi osceno: non riescono a capire come un essere umano possa piombare dal desiderabile universo della televisione al mondo dove esistono le tasse, le levatacce, il sudore. A dire il vero, basta leggere l’intervista per capire: Cristina, all’apice della fama, si è dedicata alle ospitate, poi si è accontentata di qualche ruolo minore, infine il telefono dorato ha smesso completamente di squillare.

Il problema dei protagonisti dei reality, si sa, è che si sfidano, possono vincere o cadere, ma si sgretolano in un istante di fronte a un interrogativo essenziale: in quale disciplina eccellono? Così, spenti i riflettori, l’interesse della gente verso di loro si assopisce nel corso di una stagione.

So che il televoto per quella edizione è chiuso da 18 anni, ma io avevo bisogno di un po’ di tempo per capire. Ora è evidente che era lei la migliore. Voto Cristina. Com’è difficile far fuori la retorica del «sogno da inseguire a tutti i costi», che produce intemperanti adulti-bambini, larve umane ridotte a bazzicare eternamente i camerini per implorare una parte minore in uno show.
Cristina si è procurata una sveglia e un grembiule, salvandosi dal gorgo di una finta vocazione. Le aspettative sono sempre affamate, vanno ingozzate di consenso degli altri.

La nostra essenza, bastando a se stessa, non ha il timore di sentirsi banale. Trattatela male!

Resiste alle alte temperature e pure al gesto sempre uguale di una cassiera.

L’illuminazione come arte spirituale

L’illuminazione come arte spirituale

Emanuele Fant per Credere

Illuminare artificialmente un ambiente nel modo adatto predispone alla preghiera. L’uso della luce nell’arte lo dimostra.

Ho scoperto una chiesa straordinaria in un quartiere periferico di Milano. Si chiama Santa Maria Annunciata in Chiesa Rossa e ospita l’ultima opera di Dan Flavin.

Questo artista americano, su invito di un illuminato – è proprio il caso di dirlo – monsignore, ha piazzato decine di tubi a fluorescenza di diversi colori in punti significativi dell’edificio, trasformando il suo interno in un ambiente surreale, ma decisamente adatto alla preghiera. Entrando, la navata riverbera un bagliore azzurrino che segna lo stacco dal mondo di fuori; in fondo si stagliano, caldi e desiderabili, l’abside e l’altare.

Immersi nel colore artificiale, viene da pensare a quanto spesso trascuriamo il linguaggio della luce nei nostri luoghi di preghiera, ci accontentiamo di neon adatti a un grande magazzino; sottovalutiamo che non solo il silenzio, ma anche l’atmosfera favorisce la preghiera.

Le celebrazioni che ricordo con maggiore commozione sfruttavano l’illuminazione con sapienza: le tenebre che il venerdì santo spengono le pareti gialle della mia chiesa parrocchiale; l’accensione cadenzata dei faretti, la notte di Pasqua; l’incedere della liturgia delle ore che, nei monasteri, sembra adeguarsi al diverso bagliore del contesto naturale.

Quando i mistici stanno di fronte al mistero, si dice che abbiano una «visione», ossia un’esperienza che ha a che fare in primo luogo coi loro bulbi oculari. Anche Dante Alighieri, nell’ultimo canto della Commedia, giunto al cospetto del Creatore, resta senza parole, ma prova a descriverlo con un gioco di luce.

Propongo che l’arte spirituale da oggi annoveri tra i suoi strumenti pure le lampadine. I presupposti di questo interesse sono evidenti nei chiaroscuri di Caravaggio, nelle sciabolate di sole che tagliano il rosone delle cattedrali.

Con le nuove tecnologie, l’avvento del led, i videoproiettori, l’arte della luce è un universo gravido ancora tutto da inventare… cosa, meglio della fede, può trattare un flebile riverbero come se fosse un materiale?

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