Generalizzare è sbagliato!

Generalizzare è sbagliato!

QUATTRO STORIE DIVERSE

LA PAURA FA GENERALIZZARE, MA GENERALIZZARE E’ SBAGLIATO!

Riflessioni di un papà che crede nelle risorse della differenza.

Generalizzare è sbagliato. Lo ripeto ai miei figli affinché capiscano che su questa terra non esiste un essere vivente, generato naturalmente, uguale ad un altro. Non una pianta identica ad un’altra. Non un gatto identico ad un altro. Non un essere umano. Per cui le azioni possono essere illimitatamente diverse, ed è ciò che facciamo o non facciamo a definirci come persone, non chi sono i nostri genitori o il luogo dove viviamo e neppure ciò che diciamo.

Lascia senza fiato l’infinità che sott’intende questa verità. L’infinità di Dio.

Eppure spesso, bombardati dai mass media, di fronte alle cose che accadono, anche a me capita di cadere nella pressapochezza del generalizzare, soprattutto rispetto alle razze, alle etnie, al colore della pelle.

I tanti fatti di cronaca che riportano di reati commessi da quello o da quell’altro: gli zingari e i rumeni che rubano, i cinesi che non muoiono mai se non clandestinamente, i latinoamericani che si ubriacano e si ammazzano nelle strade, i medio-orientali che non pagano le spese condominiali e sono terroristi, i nigeriani o senegalesi accattoni e stupratori… gli stranieri che vengono in Italia per rubarci il lavoro, non rispettano le leggi, non vogliono integrarsi, ma solo sfruttare il nostro buonismo.

Per carità, non nego che in tutti questi “luoghi comuni” non ci sia anche del vero. C’è, e posso testimoniarlo in prima persona, però recentemente mi sono capitati alcuni episodi che mi hanno fatto riflettere.

Conosco un ragazzo della Costa d’Avorio arrivato nel nostro paese all’età di 14 anni che lavora spesso anche il fine settimana facendo le pulizie. Risparmiando è riuscito solo di recente a comprarsi un’auto usata. Prima passava le ore sui mezzi pubblici per spostarsi. Posso garantirvi che è un ragazzo d’oro, gentile, educato e generoso col poco che ha. E’ di fede musulmana, ma più cristiano nelle azioni che compie di tanti che si professano tali.

Tre volte l’anno vado a tagliarmi i capelli presso alcuni cinesi. All’inizio era difficile comunicare con loro perché di parole italiane ne conoscevano ben poche. Col tempo però le cose sono migliorate. L’ultima volta che sono stato lì, uno dei figli leggeva in italiano dal suo libro dei compiti delle vacanze. Un italiano un po’ stentato, ma si capiva. Che tenerezza! Gli ho fatto i complimenti e la madre (che nel frattempo stava tagliandomi i capelli) è intervenuta dicendo che avrebbe dovuto essere più bravo nella lettura, ma così non era a causa della pigrizia e della poca voglia di studiare. Esattamente come un qualunque altro bambino!

Nel 2011 ho lavorato come rilevatore per il Censimento ISTAT e una sera ricordo di essere capitato in una casa abitata da quattro ragazzi rumeni (due maschi e due femmine). Una casa con un mobilio essenziale ed evidentemente recuperato. Mi colpì la loro accoglienza e disponibilità a fornirmi ogni tipo di dato o notizia su di loro necessari per il censimento. Mi offrirono anche da bere e da mangiare. Ricordo che fumavano tutti come dannati e che lavoravano lontano rispetto a dove abitavano in affitto, arrivando a casa ad orari proibitivi per poi ripartire poche ore dopo.

A volte durante la pausa pranzo, mangio presso un fast-food gestito da egiziani. Anche lì ho assistito a scene di una dolcezza infinita tra una bimba, figlia del titolare, e quest’ultimo impegnato a cucinare. Sempre più spesso poi si incrociano stranieri conversare coi propri figli. I primi nella lingua d’origine, i secondi in italiano perfetto. Quindi l’integrazione ci sarà?

Concludo questa mia riflessione col ribadire che non chiudo gli occhi di fronte ai problemi reali collegati all’immigrazione, dico solo che dobbiamo sforzarci di non dimenticare che prima di tutto sono persone, figli di Dio, da accogliere, se possibile, aspettando a giudicare.

Per loro, come per noi, saranno le scelte personali ad essere motivo di lode o di condanna.

Giorgio Frigerio – caposcout

Perché un padre e una madre

Perché un padre e una madre

Riflessione di un papà

Nel dibattito di questi giorni. Nella confusione di pareri soggettivi, l’affermazione di un padre che dichiara: “un bambino ha il diritto/bisogno di avere un papà e una mamma di genere diverso”.

Con un poco di timore, mi accingo a scrivere qualche riga riguardo al dibattito di queste ultime settimane sull’introduzione delle unioni civili tra persone dello stesso genere, equiparandole al matrimonio eterosessuale (civile o religioso) e alla possibilità di affittare gravidanze e permettere adozioni a coppie omosessuali.

Dico timore, perché riconosco la mia scarsa conoscenza scientifica, sia in ambito medico e psicologico, sia relativamente alla molteplicità di opinioni che ci sono a riguardo, dentro e fuori dalla Chiesa.
Molti, che si professano cristiani, e perfino cattolici, su questi argomenti si sentono in totale disaccordo con i Vescovi.
“E’ una questione di diritti, di eguaglianza, di civiltà!”. O almeno è questa la chiave di volta sulla quale si basano tutte le argomentazioni.
“E poi in tutta Europa siamo rimasti gli unici “indietro nel tempo”, in una sorta di Medio Evo oscurantista. E questo è accaduto a causa del Vaticano e delle Chiesa”.

A parte il fatto che i secoli successivi alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente al Rinascimento, non son stati quel periodo oscuro e retrogrado che comunemente si pensa: sebbene abbiano incarnato molti aspetti riprovevoli, sono stati anche culla di grandi slanci religiosi, artistici e culturali.
Insomma non son stati così turpi e bui come ci hanno insegnato!

Tornando all’argomento iniziale, se il “focus” sono i diritti delle persone, allora sono dell’opinione che le persone da mettere al centro debbano essere i bambini e non probabile egoistico desiderio di maternità o paternità ad ogni costo, da parte di adulti forse un po’ immaturi ed incapaci di trovare un senso alla loro esistenza, al di là delle loro tendenze sessuali, perché impossibilitati a procreare biologicamente.

La fecondità di una coppia (e non mi addentro sul tipo di coppia) non si esaurisce nella procreazione! Quest’ultima è sì la possibilità di proseguire l’opera creatrice di Dio, ma va inserita in un discorso di fecondità spirituale, umana e sociale! A mio parere, procreazione attraverso la ricerca spasmodica di alternative “forzate”, senza una vera vocazione alla fecondità, è egoismo.

E poi, soffermandomi un attimo sulla possibilità di adottare da parte di coppie omosessuali, non mi sembra cosi difficile da capire che ci sarebbe qualcosa di “stonato”. Perfino io, che non ho alle spalle studi pedagogici e scientifico-educativi, ma solo una esperienza di educatore volontario e di genitore, arrivo alla conclusione che un bambino ha il diritto/bisogno di avere un papà e una mamma, di genere diverso. Non è solo questione di “amore”, come dicono in TV (“…l’amore vince!”…), ma di processi educativi e di formazione della persona!

Perché nell’esempio quotidiano e nel confronto/scontro con i genitori, uomo e donna, il bambino prima, il ragazzo poi, capisce chi è. Comprende che persona può essere, anche relativamente al genere di appartenenza. Identifica ciò che i genitori gli hanno passato, anche in termini fisici, e ciò che invece è unicamente ed irrepetibilmente suo. La differenza di genere, non solo fisica, è profondamente impressa dentro ciascuno di noi.

Lo vedo tutti i giorni osservando ad esempio mia figlia, che ha atteggiamenti tipicamente femminili, che non sempre sono riscontrabili in egual misura o ambito in sua madre. Ma allora da dove arrivano?
Dal suo profondo, dico io, ma certamente necessita di confrontarsi con sua madre per vedere le uguaglianze, che adesso le danno certezze, ed un domani le differenze, che le daranno identità. E ciò vale anche nei miei confronti, nella diversità.

Mi chiedo: un bambino con genitori delle stesso sesso, può essere comunque in grado di fare questi passaggi fondamentali della crescita oppure rischia di vivere in una gran confusione?

Confusione, ecco cosa ci riserva secondo me il futuro!

Perché è sicuro che finiremo con l’adeguarci al resto del mondo.
Generazioni di persone forse “incomplete”, che vivranno in una società dove qualunque cosa, perfino la vita stessa, sarà relativizzata e filtrata dal “mi piace o non mi piace”, dal “ho voglia o non ho voglia” e dall’incapacità di fare scelte definitive.

Giorgio- papà scout

Il Paradiso è pieno di matti

Il Paradiso è pieno di matti

Recentemente ho letto alcune righe scritte da un caro amico che ricordava un servizio di un paio di anni fa: si era reso disponibile ad accompagnare un’ assistente sociale in un trasferimento di una donna con grossi problemi psichiatrici.

La storia di quella persona è veramente straziante, con un matrimonio fallito alle spalle e una figlia che non vede da anni e sente solo brevemente al telefono ogni tanto. Una infinita serie di spostamenti da una casa famiglia o un ospedale ad un altro….

Non riuscendo neppure ad immaginare cosa voglia dire una vita così e col cuore colmo di riconoscenza verso il Signore, che mi ha indegnamente e, per certi versi inspiegabilmente, voluto donare una cosiddetta vita “normale”, mi sono ritrovato a chiedermi quale possa essere il Suo progetto in casi simili: già normalmente è difficile comprenderlo, figuriamoci in situazioni di grande sofferenza come quella!

E allora si è affacciata alla mia mente la consapevolezza che il Paradiso è pieno di “matti”.

Il termine non vuole assolutamente essere dispregiativo, ma puramente indicativo. Indicativo di tutti coloro che vivono una vita di stenti o di malattia grave, come i malati mentali, senza magari averne piena coscienza.

E mi sono tornate in mente le parole del brano del Vangelo in cui il Re invita al banchetto i reietti della società … gli storpi, i menomati … i matti… tutti loro mi precederanno in Paradiso!

Quindi, io, noi, che talvolta ci crogioliamo nelle nostre soddisfazioni, tronfi per quel che facciamo, possediamo, diciamo … dobbiamo rammentarci che tutto ciò, se da un lato ci permette di vivere in una certa misura una vita felice, contemporaneamente ci allontana dal luogo, o meglio, dallo stato d’essere, al quale siamo chiamati! Io devo ancora meritami un posto, mentre quella donna probabilmente lo ha già pronto fin da quando è nata.

Non so, non ho studiato e non sono un teologo, Sono solo pensieri sparsi, ma quando ringraziamo per i doni ricevuti, chiediamo al Signore che ci aiuti anche a viverli correttamente, perché al termine della nostra giornata terrena, l’essere stati … ci sia di lode e non di condanna. Amen.

Giorgio Frigerio

La testimonianza di Giorgio sul “divorzio breve”

La testimonianza di Giorgio sul “divorzio breve”

Sono sposato da quasi 15 anni.
Dico la mia sul “ divorzio breve”.

In queste ultime settimane è stata approvata dal Parlamento la nuova legge sul “divorzio breve”. Lungi da me disquisire in modo dotto sugli aspetti legislativi, filosofici o morali; non ne ho le conoscenze e lo spessore. Voglio però condividere il senso di profonda tristezza che questo ennesimo passo verso un futuro incerto, ha prodotto dentro di me.

Sono sposato da quasi 15 anni. Oso dire, felicemente, ma con questo non intendo sostenere che i tre lustri passati siano stati una costante “luna di miele”… vi sono state difficoltà, incomprensioni, fatiche… insieme a gioie e soddisfazioni e… vi sono ancora!
Periodicamente il rapporto di coppia scivola in periodi grevi di difficoltà relazionale, causati dalle fatiche di essere sempre “all’altezza” nel mondo del lavoro, nel ruolo di genitore, perfino nei ruoli di servizio e di volontariato e come coppia stessa! E c’è ancora così tanto da fare!

Ma anche in quei momenti, mai metto in discussione la scelta di fondo. Con piccoli passi e continui micro-perdoni (vicendevoli sia chiaro!), mi “rimbocco le maniche”, forte della consapevolezza che prima di noi due, Dio stesso, ci ha pensati insieme.
E se Lui ci ha chiamato a condividere il suo progetto creazionale e ci ha donato due figli straordinari, nella loro unicità ed irripetibilità, allora qualunque incomprensione può essere superata insieme. Belle parole certo! Io ci credo, ma mi rendo anche conto che probabilmente non ho (ancora?) avuto di fronte prove veramente serie e non intendo quindi giudicare nessuno per le scelte che fa.

Immagino che umanamente parlando, vi possano essere situazioni tali in cui sia lecito ipotizzare uno scioglimento del matrimonio. D’altra parte però, temo che partire con un progetto insieme già “ipotecato” a monte, non permetta quell’affidamento totale nelle mani dell’altro, indispensabile per sapere ricominciare quando serve. Certo è che per investire tutto e per tutta la vita ci si deve esporre maggiormente e si è più fragili perché l’altro può letteralmente distruggerti.

Infine ho l’impressione che anche questa nuova legge, assieme ai discorsi legati alla coppie di fatto, alle teorie che vogliono sdradicare dal profondo la concezione di coppia e di famiglia nella diversità di genere, alla volontà di relativizzare tutto, in virtù di una laicità esasperata che sconfina nel laicismo… tutto questo sminuisca l’essere umano… gli toglie la capacità e la possibilità di fare scelte definitive! Scelte probabilmente più grandi di lui, ma che danno senso alla vita.

Il rischio altrimenti, come scrive, forse fin troppo pacatamente, Mauro Magatti, firma ricorrente di “Avvenire”:
Nell’epoca in cui si celebrano la velocità e la flessibilità e nella quale si ama lo splendore del ricominciamento, il divorzio breve si conforma perfettamente allo spirito del tempo”(…)“ Il tempo ci dirà se questa decisione ci farà davvero felici… Dovremo tutti essere capaci di sopravvivere a rapporti instabili(…) “ Per oggi, come dice il poeta: Chi vuol esser lieto sia, del doman non v’è certezza”.

Giorgio Frigerio

(foto tratta da: news.istella.it)

“Essere adulti significa camminare” parole di Papa Francesco

“Essere adulti significa camminare” parole di Papa Francesco

Giorgio, capo scout, marito e papà, è d’accordo con Papa Francesco.
Riflette sulla sua storia personale e vuole condividerla brevemente con chi sta facendo lo stesso cammino.

Per venti anni mi sono dedicato all’educazione di bambini, ragazzi e giovani tramite lo scoutismo; poi, con l’arrivo del secondo figlio, ho lasciato il mio servizio di capo scout.
Ma il Signore non mi ha dato tregua, facendomi provvidenzialmente “inciampare” nello scoutismo adulto, meno conosciuto del precedente, che si occupa di educare gli adulti.
Non vi sono educatori: ciascuno si auto-educa attraverso il metodo scout all’interno di una comunità, che è obiettivo e strumento al tempo stesso.

Fatta questa doverosa premessa, vorrei condividere con voi alcune riflessioni che ho fatto proprio avendo a che fare con gli adulti.

Siamo cresciuti con l’idea che l’adulto sia il traguardo finale, uno stato d’essere oltre il quale non è più possibile andare. In lui si riassumono le giuste qualità che gli permettono di essere elemento portante della società e della Chiesa. L’adulto è capace di scelte grandi, definitive, totalizzanti. E’ affidabile, competente, sensibile e laborioso.
Mi spiace dirlo, ma mi sembra che la realtà dei fatti sia purtroppo spesso ben diversa.

Non solo oggi come oggi sovente l’adulto non incarna quanto sopra esposto, ma ha invece grandi difficoltà a trovare il senso del suo ruolo educativo e sociale con la conseguenza che rifiuta la sua “adultità” e le responsabilità che da essa derivano, cercando modi talvolta artificiosi per restare o sembrare giovane.
Si aggrappa ostinato a ruoli e posizioni occupandoli per anni e che invece dovrebbero essere passati alle giovani generazioni. Fugge le pochissime scelte decisive che definiscono la vita, una volta superata la fase di sperimentazione tipica della giovinezza, preferendo ad esempio essere amica/o dei figli e non madre o padre, con le gioie e le fatiche annesse e connesse.

Qui ed ora, più che un tempo, c’è bisogno di luoghi e di percorsi che diano occasioni all’adulto di mettersi in discussione, per scuotersi di dosso le proprie paure e trovare dentro di sé la forza di assumersi il ruolo che da sempre la società gli ha dato.

Non ci si educa da soli, ma attraverso una dimensione comunitaria con la mediazione del mondo. Come recentemente ha detto Papa Francesco, essere adulti significa camminare, non errare ma neppure essere quieti”.

Giorgio Frigerio – marito, papà e adulto scout –

 

Il testo integrale di Papa Francesco

Camminare facendo strada: camminanti, non erranti, e non quieti!

“Fare strada in famiglia; fare strada nel creato; fare strada nella città” è l’incoraggiamento che Papa Francesco ha rivolto ai membri del Movimento Adulti Scouts Cattolici Italiani in occasione del sessantesimo anno dalla sua fondazione: fare strada significa camminare e non errare e neppure essere quieti.

“Camminare facendo strada” prima di tutto nella famiglia che “rimane sempre la cellula della società” ha detto il Pontefice “il luogo primario dell’educazione“.
La famiglia, infatti, “è la comunità d’amore e di vita in cui ogni persona impara a relazionarsi con gli altri e con il mondo” ed è proprio nella famiglia che l’individuo riceve quell’educazione primaria che poi gli permette di “proiettarsi nella società, di frequentare positivamente altri ambienti formativi, come la scuola, la parrocchia, le associazioni…“.

“Tutte le vocazioni muovono i primi passi in famiglia” ha quindi detto Bergoglio “e ne portano l’impronta per tutta la vita“. Vita che dalla famiglia si apre in uscita verso il creato: per questo la seconda esortazione del Santo Padre è stata quella di “fare strada nel creato“.

“In quanto discepoli di Cristo, abbiamo un motivo in più per unirci con tutti gli uomini di buona volontà per la tutela e la difesa della natura e dell’ambiente” ha continuato Papa Francesco “Il creato, infatti, è un dono affidatoci dalle mani del Creatore. Tutta la natura che ci circonda è creazione come noi, creazione insieme con noi” e questo “implica non solo il rispetto di essa, ma anche l’impegno a contribuire concretamente per eliminare gli sprechi di una società che tende sempre più a scartare beni ancora utilizzabili e che si possono donare a quanti sono nel bisogno“.

Infine è importante fare strada assieme alle persone che ci sono vicino, assieme al nostro prossimo: questo è il “fare strada nella città: vivendo nei quartieri e nelle città, siete chiamati ad essere come lievito che fermenta la pasta, offrendo il vostro sincero contributo per la realizzazione del bene comune. – ha detto – voi potete testimoniare con semplicità e umiltà l’amore di Gesù per ogni persona, sperimentando anche nuove vie di evangelizzazione, fedeli a Cristo e fedeli all’uomo, che nella città vive spesso situazioni faticose, e a volte rischia di smarrirsi, di perdere la capacità di vedere l’orizzonte, di sentire la presenza di Dio“.

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