Chi cerca la verità cerca Dio

Chi cerca la verità cerca Dio

Edith Stein: chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no.

Addentrandosi nella fase storica compresa fra la repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo al potere in Germania, si dispiega la figura della religiosa e filosofa tedesca Edith Stein.
Secondo l’esempio di santa Teresa d’Avila, Madre fondatrice dell’ordine carmelitano scalzo, ella scelse di edificare il proprio castello interiore, nel quale le fondamenta sono date dall’infanzia in seno all’ebraismo, le pareti dalla riflessione filosofico-teologica difesa dagli attacchi del relativismo ma arricchita da oculate osservazioni e le sale più interne dalla profondità della sua persona spirituale.
Ella percorse i corridoi del castello addentrandosi sino al luogo più intimo, dove dimora il Re. La fortezza si eleva su di un’altura ideale, che permette a Edith Stein di considerare gli avvenimenti del proprio itinerario terreno secondo una prospettiva che arriverà a delinearsi come Scientia Crucis.

EDITH STEIN

Il 12 ottobre 1891, in seno a una famiglia ebraica osservante, viene al mondo Edith Stein. Il luogo di nascita è Breslavia (Breslau), attuale Wroclaw, fiorente cittadina della piana della Slesia, ora in territorio polacco; la piccola è l’undicesima figlia di Siegfried Stein e Augusta Courant, settima se si considera che quattro fratelli muoiono in tenera età. Ricorre in quella data, secondo il computo del calendario ebraico, la solenne ricorrenza dello Yom Kippur, “giorno dell’Espiazione”, in cui il capro espiatorio viene caricato dei peccati del popolo e spinto nel deserto. Questa coincidenza assume agli occhi della madre un segno di predilezione da parte di Dio e la induce a manifestare per l’ultima nata un particolare attaccamento.

Poco prima che la piccola compia due anni il padre, commerciante di legname, viene improvvisamente a mancare; la madre diventa, così, il perno del numeroso nucleo famigliare e, oltre ai doveri materni ai quali mai si sottrae, si fa carico degli affari imprenditoriali del defunto marito. Augusta è testimone autorevole di gratuità e di profondissima fede, nella sua vita quotidiana ella s’ispira ai precetti biblici e si presenta fedele al suo Dio e alla tradizione ebraica, irreprensibile nei costumi e caritatevole verso i poveri; è proprio quest’atteggiamento materno che, indirettamente, riconduce la Stein, dopo un lungo periodo di crisi religiosa, all’incontro con il Divino, sebbene non in seno all’ebraismo. Edith è una bambina precoce, intuitiva, dal carattere affettuoso, si dimostra da subito particolarmente versata negli studi e nel lavoro speculativo e nutre un’insaziabile sete di sapere, trovandosi così a interrogare incessantemente i fratelli maggiori e a spiccare nella scuola.

All’età di circa tredici anni, l’adolescente si dichiara atea: non crede all’esistenza di Dio e rimane indifferente circa i problemi religiosi. Scriverà: In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare e abbandonò la fede per affermarsi come un essere autonomo. Dopo qualche anno arriverà a dichiararsi agnostica: Mi sento incapace di credere all’esistenza di Dio. Manifesta anche la decisione di interrompere gli studi, ma poco dopo avverte la mancanza dell’impegno intellettuale; prende quindi lezioni private per recuperare l’anno perso e comincia a maturare in lei il desiderio di diventare insegnante, come la sorella maggiore Else.

Nella primavera del 1908 Edith s’iscrive al liceo scientifico della sua città, il Viktoriaschule, ma un certo scontento interiore rimane, indistinto, per ripresentarsi di lì a non molti anni. La studentessa Stein ama la vita mondana, al contempo è anche riflessiva e riservata e alberga nel suo intimo un’inquietudine che non riesce a confidare a nessuno.

Con il passare degli anni, la passione per le lettere si traduce in una ricerca espressamente antropologica. Nel 1911 Edith s’iscrive all’università di Breslavia, dove studia storia e letteratura tedesca, psicologia sperimentale e filosofia. Prende parte alla vita universitaria, incontra il pensiero liberale, il femminismo e impartisce lezioni private. La questione della religiosità, tuttavia, rimane in sospeso: frequenta la sinagoga solo per non dare un dispiacere alla madre e avverte il Dio d’Israele come lontano dal suo modo di esperire il divino.

A Breslavia avviene per la giovane Edith il primo contatto con la teoria fenomenologica, attraverso la lettura delle Ricerche logiche di Edmund Husserl, che promettono una conoscenza oggettiva partendo dal fenomeno esterno, sino a giungere, tramite l’osservazione dei suoi vari aspetti, a delle certezze verificate. La psicologia sperimentale, però, delude la Stein, giacché si tratta di una disciplina ancora priva di strumenti d’indagine validi; per tale ragione, nel 1913 s’iscrive all’università di Gottinga, dove insegna Husserl stesso, riconoscendo nella fenomenologia la modalità di pensiero più autentica; questa si qualifica come scienza rigorosa, in grado di corrispondere alle esigenze teoretiche del pensiero e si propone di soddisfare la domanda sul senso dell’esistere che, con chiarezza sempre maggiore, per la studiosa si rivela fondato nella stessa natura umana.

La tensione sincera verso la verità, che la Stein incontra frequentando i membri del Circolo di Gottinga, la riporta inaspettatamente al problema religioso: questo accade attraverso le tante conoscenze, in ambito universitario, che ritrovano la fede per il tramite della fenomenologia; fra queste vi sono Dietrich von Hildebrand, Siegfried Hamburger, Max Scheler, i coniugi Adolf e Anne Reinach, Theodor Conrad e la cara amica Hedwig Martius. L’atteggiamento fenomenologico, tramite l’epochè, favorisce una duttilità mentale e culturale propizia ai cambiamenti più radicali, che, in taluni casi, può condurre sino alla conversione.
La fede diviene ora per lei una realtà degna di considerazione, per il fatto che queste persone, da lei sommamente stimate, la sperimentano nel quotidiano. Edith si chiede, allora, se non sia possibile anche per lei affrontare la questione alla luce dell’intelletto, la sola di cui si fida in questa fase della sua vita. Accoglie così, senza opporre resistenza, tutti gli stimoli che le provengono dall’ambiente che frequenta e ne viene gradualmente trasformata.

Un tragico evento interrompe bruscamente il sereno percorso di formazione della giovane filosofa: lo scoppio del primo conflitto mondiale la inquieta e la interpella circa il suo progetto di vita. Molti compagni di studi partono per il fronte e alcuni non vi fanno più ritorno. La stessa Edith non si sottrae a quello che considera un dovere nei confronti della patria in questo frangente, prestando servizio come crocerossina nel reparto di malattie infettive dell’ospedale militare di Mährisch-Weisskirchen, sul fronte austriaco, dove rimane per circa sei mesi, e al termine riceve la Medaglia del Coraggio – Tapferkeitsmedaille – della Croce Rossa.

Il contatto diretto con la sofferenza e la morte la spinge a riflettere sulle implicazioni di ogni amore autentico e gratuito, il quale è sempre caratterizzato dal sacrificio. Lo stesso Adolf Reinach, assistente di Husserl e suo caro amico, cade in battaglia, mentre si trova sul fronte delle Ardenne. La moglie Anne, conoscendo le capacità intellettuali di Edith, la prega di ordinare gli scritti del marito. Dopo un’iniziale ritrosia verso la coppia da poco convertita alla fede evangelica, Edith accetta l’invito, sperando di trovare le parole adeguate per confortare la giovane vedova. Al contrario di quanto previsto, si trova dinanzi un volto che diffonde pace, seppur segnato dal dolore per la dolorosa perdita. Edith ne rimane internamente scossa; nessun fenomeno e nessuna capacità umana riescono a dare ragione dell’atteggiamento di fiduciosa mestizia di Anne, che diventa dono per Edith, rischiarando l’intuizione della grazia che emana dalla fede cristiana. La donna vive compostamente il proprio lutto, nella comunione con Cristo.

La Stein appunterà poi: questo è stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori (…). Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse. E ancora: Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che -visto dal lato di Dio- non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta.

Una volta congedata dal suo servizio di crocerossina, Edith riprende gli studi e termina la stesura della sua tesi di dottorato, il cui argomento è stato suggerito da Husserl: il problema dell’Einfühlung nel suo sviluppo storico e nella riflessione fenomenologica. Edith si laurea summa cum laude il 3 agosto 1916, unica donna di tutta la Germania, quell’anno, a ottenere il Dottorato.

La studiosa aspira alla libera docenza; tuttavia ciò non si realizza, poiché la carriera accademica risulta essere ancora preclusa alle donne. Il Maestro ha comunque altri progetti per lei: le chiede di diventare sua assistente presso l’università di Friburgo, in Brisgovia, dove ha la possibilità di tenere dei seminari introduttivi alla fenomenologia di Husserl. L’impegno lavorativo, però, è presto abbandonato, a causa di una profonda insoddisfazione rispetto al tipo di lavoro a lei richiesto, limitato alla catalogazione degli scritti del filosofo. Nel febbraio del 1918, Edith Stein si dimette, quindi, dall’incarico di assistente, lasciando però aperta la possibilità di occupazioni intellettuali di altro genere.

I primi interrogativi rispetto al problema della fede sono già presenti durante la sua permanenza a Gottinga e ospite degli amici coniugi Conrad-Martius a Bergzabern, in una notte d’estate del 1921 Edith Stein legge l’autobiografia di Santa Teresa d’Avila: Senza scegliere, presi il primo libro che mi capitò sotto mano: era un grosso volume che portava il titolo “Vita di S. Teresa scritta da lei medesima”. Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità.

L’assoluto diventa, così, il movente di una ricerca che non parte più dalle cose esterne, interpellate fenomenologicamente, ma dall’intimo del cuore toccato dalla grazia, tramite un’illuminazione soprannaturale che apre prima gli occhi del cuore (Ef 1, 17) e poi si diffonde nell’intelletto, perché partecipi del dono divino. Questo evento decide le sorti del cammino di riscoperta della fede, in quanto la verità si mostra, ora, assoluta, impegnativa e totale, al di là di ogni umana attesa.

Edith Stein riceve il battesimo il 1° gennaio del 1922 nel Palatinato di Bergzabern. Questo primo passo segna l’inizio di un cammino già chiaro dentro di lei, che la porterà a varcare le porte del Carmelo. La studiosa, tuttavia, non riesce a coronare nell’immediato il suo desiderio, perché la sua conversione getta scompiglio tra i familiari; in aggiunta, all’interno della Chiesa si ritiene che una persona della statura intellettuale della dottoressa Stein possa essere molto più utile nel mondo che nel silenzio del chiostro. Ella non rinnega nulla della fede praticata da bambina, ma ne approfondisce tutte le valenze, rinnovando la propria appartenenza al popolo d’Israele. La vita del pio israelita consiste, infatti, nel cercare Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima (Dt 4, 29), tramite un atteggiamento di ascolto bene espresso dallo Shemà, Israel (Dt 6, 4) biblico.

Gli anni compresi fra il 1919 e il 1933 rappresentano quindi un periodo di forte impegno sociale per Edith Stein, profuso prima nelle conferenze e nell’insegnamento, poi nella ricomposizione intellettuale, dalla fenomenologia alla Scolastica, nel segno di una raggiunta sintesi personale; qui prende avvio l’itinerario verso la Verità, sino alla donazione radicale di sé, che nella separazione dal mondo trova un punto di arrivo e di partenza allo stesso tempo.

Nella Pasqua del 1923 la studiosa accetta un posto da insegnante a Spira, presso l’Istituto Magistrale delle domenicane di Santa Maddalena e vi rimane sino alla Pasqua del 1931. Qui insegna lingua e letteratura tedesca e si occupa della formazione pedagogica delle insegnanti e delle suore. Il suo modo di servire gli altri, modesto e affabile in ogni aspetto del quotidiano, è indice dell’intensa preghiera e della grazia che la pervade.

In questi anni conosce il padre gesuita Erich Przywara, il quale la invita a tradurre in tedesco il Diario e le Lettere del cardinale John Henry Newman. A tale proposito, il religioso le suggerisce di trascorrere del tempo presso l’abbazia benedettina di Beuron, luogo in grado di assicurarle la tranquillità necessaria per il lavoro che deve intraprendere. Quest’attività è per lei un vero e proprio apostolato, specie nel clima di tensione politica e sociale che si va instaurando. Sempre su suggerimento di padre Przywara, la studiosa traduce in tedesco le Quaestiones disputatae de Veritate di Tommaso d’Aquino, pubblicate in due volumi nel 1931-1932.
La filosofa può così accedere al cuore del pensiero cristiano medievale, esaminandone le matrici e ricostruendone gli sviluppi secondo un processo fenomenologico, nel quale ritrova la sua lingua filosofica materna e un punto di partenza per il primo approccio alla Scolastica dell’Aquinate. La traduzione riceve l’apprezzamento del noto teologo Martin Grabman: egli, nella sua prefazione all’opera, loda le capacità linguistiche della studiosa, la quale sa conferire all’originale terminologia di Tommaso d’Aquino un abito linguistico moderno senza, tuttavia, tradire il significato originale dei contenuti.

L’incontro con il Doctor Angelicus le indica la possibilità di mettere la conoscenza al servizio di Dio; questo la conduce, nel 1929, a pubblicare negli Annali il saggio La fenomenologia di Husserl e la filosofia di San Tommaso. Tentativo di confronto, per ricercare alcune possibili relazioni tra i metodi d’indagine delle due filosofie.

Nel 1931 la Stein, su suggerimento di Padre Raphael Walzer, lascia Spira per avere più tempo da dedicare all’attività scientifica; l’anno seguente accetta una cattedra all’Istituto Tedesco di Pedagogia Scientifica Münster, in Westfalia. Continua qui il suo apostolato in un periodo in cui inizia a diffondersi la propaganda nazista, spronando le allieve a condurre una vita cattolica esemplare e promuovendo la dignità della persona come inalienabile.

La Stein si trova a leggere il Mein Kampf di Adolf Hitler, nel quale riconosce la progressiva affermazione di un pericoloso totalitarismo. Con lo scopo di contrapporre a questa propaganda una visione cristiana della società e dello Stato, Edith Stein invia una lettera al Santo Padre Pio XI; inoltre, chiede espressamente alle donne di entrare a far parte di una “resistenza”, per lo meno spirituale, all’ideologia che si sta diffondendo. Avverte con urgenza la necessità di rilanciare una profonda riflessione sull’Europa e sulla sua condizione spirituale e desidera prodigarsi per indirizzare la razionalità all’incontro, al riconoscimento e al rispetto dell’alterità.

Il 30 gennaio 1933 Hitler è nominato cancelliere del Reich; in aprile inizia la persecuzione contro gli ebrei, tramite il boicottaggio delle loro attività economiche e slogan minacciosi, e anche la professoressa Stein, sebbene prestigiosa docente di un istituto cattolico, viene invitata dalla direzione alla sospensione temporanea delle lezioni.

La studiosa, sfumate definitivamente le occasioni di servire la Chiesa nel mondo, vede realizzarsi la possibilità di entrare nell’Ordine Carmelitano e varcare la soglia del Carmelo di Colonia il 14 ottobre 1933, all’età di quarantadue anni.

Consapevole dello stato emotivo in cui lascia l’anziana madre e la maggior parte dei parenti, Edith riconosce l’entrata nell’Ordine come ulteriore passo verso l’offerta suprema. Sempre attenta a quanto accade all’esterno della clausura, confida alla superiora di volersi immolare come vittima d’espiazione per la dura prova che la Germania e il popolo ebraico stanno vivendo.

Il 15 aprile 1934, giorno della festa del Buon Pastore, Edith riceve l’abito delle carmelitane, assumendo il nome di Teresa Benedetta della Croce: sceglie di chiamarsi Teresa in onore di Santa Teresa d’Avila, sua maestra e modello di vita, Benedetta per ricordare i soggiorni all’Abbazia benedettina di Beuron -con questo gesto riconosce l’importanza dei due fondatori nel suo cammino di discernimento e predilige, a quello benedettino, l’istituto carmelitano, nel quale ritrova maggiormente la sua dimensione eremitica e cenobitica- e “della Croce”, a simboleggiare la sequela di Cristo sino al massimo supplizio.

I superiori chiedono a suor Teresa Benedetta di proseguire nell’impegno intellettuale, con le dovute limitazioni che impone la clausura, ritenendo che l’operato della filosofa possa avere grande rilevanza pedagogica, sia in ambito carmelitano, sia per la Chiesa Cattolica.
Negli orari di ricevimento discute con amici filosofi riguardo ai progressi del proprio lavoro, ora profondamente illuminato dalla Rivelazione. I frutti maturi di questa riflessione si trovano nell’incompiuta Scientia Crucis, nella quale spiega che la Croce di Cristo non è un dono che Dio riserva alla singola anima, ma che al contrario deve essere mezzo di corredenzione.

In questi anni la persecuzione nei confronti degli ebrei va intensificandosi e raggiunge anche chi protegge o intrattiene legami con loro. Dopo questi fatti sconvolgenti, suor Teresa Benedetta, ebrea per nascita, decide di cercare rifugio all’estero, per non mettere in pericolo le proprie consorelle. Nella notte di San Silvestro del 1938, un fedele amico del Carmelo la conduce oltre la frontiera olandese, sino al Carmelo di Echt. Nonostante il dolore per la separazione dalla sua prima famiglia religiosa, suor Teresa Benedetta accetta con serenità l’accaduto e presto si adegua al nuovo contesto.

Il primo settembre 1939 le truppe tedesche invadono la Polonia, dando così inizio al secondo conflitto mondiale. Nel maggio 1940 anche l’Olanda viene occupata. Già dall’inizio del 1942 appare chiaro che i tedeschi intendono attuare lo sterminio sistematico degli ebrei olandesi: Edith e la sorella Rosa -terziaria carmelitana- sono nuovamente un potenziale pericolo per la comunità che le ha accolte; per questo chiedono di essere trasferite in Svizzera o in Spagna. Le trattative con altri conventi carmelitani all’estero insospettiscono la Gestapo, che sottopone le due sorelle a estenuanti interrogatori.

Nel frattempo, i vescovi olandesi protestano con forza per contrastare le inique misure adottate contro gli ebrei e chiedono di risparmiare dalla persecuzione i cristiani di origine ebraica. L’accordo non si ottiene, e la fermezza dell’episcopato cattolico scatena, per ritorsione, l’ordine di arrestare tutti i religiosi non ariani. In questo periodo Suor Teresa Benedetta sta ultimando la sua Scientia Crucis, commissionatale dall’Ordine per le celebrazioni del quarto centenario della nascita di San Giovanni della Croce, che ricorre in quell’anno: il lavoro rappresenta anche il testamento spirituale della religiosa, che andrà docilmente incontro al martirio.

Le SS si presentano alla porta del Carmelo di Echt il 2 agosto 1942, con l’ordine di prelevare le sorelle Stein. Le ultime parole di suor Teresa Benedetta udite a Echt sono rivolte a Rosa: Vieni, andiamocene per il nostro popolo. Assieme a molti ebrei convertiti al cristianesimo, le due donne vengono portate al campo di raccolta di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Da qui giungono gli ultimi messaggi della religiosa indirizzati alle consorelle: si dice serena, prega molto e chiede alle suore di non preoccuparsi per il suo destino. Anche i pochi giorni passati a Westerbork e la deportazione in treno, verso est, rappresentano per suor Teresa Benedetta l’occasione per servire e donare consolazione ai compagni di quel viaggio. Nel cuore dei deportati rimase una chiara immagine di lei: Tra tutti gli altri deportati suor Teresa Benedetta attirava l’attenzione per la sua calma e il suo abbandono. Le urla e la confusione nel campo erano indescrivibili. Lei andava qua e là tra le donne consolando, aiutando e calmando come un angelo. Molte madri, vicine ormai alla follia, non si occupavano più dei loro bambini e guardavano davanti a sé con ottusa disperazione. Lei li lavava, li pettinava, e curava. Lo stesso Husserl dirà della sua assistente: In Edith Stein c’è sempre stato qualcosa di assoluto, e insieme un inespresso desiderio di martirio.

Alcune testimonianze riportano il suo ingresso, assieme alla sorella Rosa, nella camera a gas di Auschwitz, il 9 agosto 1942.

Teresa Benedetta della Croce è la prima apostata dell’ebraismo ad andare incontro alla santificazione per opera della Chiesa cattolica.
La causa di beatificazione di Teresa Benedetta della Croce, introdotta nel 1962 dal Cardinale Joseph Höffner, Arcivescovo di Colonia, trova compimento nella stessa città a opera di Papa Giovanni Paolo II, il 1° maggio 1987. Lo stesso pontefice la proclama Santa, a Roma, l’11 ottobre 1998 definendola una figlia d’Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea.

La croce non è fine a se stessa. Essa si staglia in alto e fa richiamo verso l’alto. Quindi non è soltanto un’insegna, è anche l’arma potente di Cristo, la verga del pastore con cui il Davide esce contro all’infernale Golia, il simbolo trionfale con cui Egli batte alla porta del cielo e la spalanca. Edith vede la Croce come l’unione nuziale dell’anima con Dio, fine ultimo per il quale è stata creata; unione che si ottiene con la croce, si consuma sulla croce e verrà sigillata con la croce per tutta l’eternità (…), una unione e una trasformazione dell’anima attraverso l’amore…prendere la propria croce è abbandonarsi alla crocifissione .

La chiave di tutto è la Croce. Predicare la croce sarebbe vano, se non fosse l’espressione di una vita in unione con il Crocifisso.

Tutti nascono come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie

Tutti nascono come degli originali, ma molti muoiono come fotocopie

Carlo Acutis a 15 anni si inserisce in questo stuolo di piccoli che con la loro esistenza narrano la bellezza e la gioia di donarsi per amore di Dio e il bene del prossimo.

 

Carlo Acutis nasce a Londra il 3 maggio 1991, dove i suoi genitori si trovano per lavoro. Si rivela da subito un bambino di straordinaria intelligenza, con una geniale capacità di utilizzare i computer e i programmi informatici. Frequenta le scuole elementari e medie presso le Suore Marcelline di Milano, poi si iscrive al Liceo Classico Leone XIII retto dai Padri Gesuiti. Ha un temperamento solare, è accogliente e attento, nessuno è mai escluso dal suo cuore.

Allo stesso tempo è un grande amico di Gesù, partecipa ogni giorno all’Eucaristia e si affida alla Vergine Maria. Affetto da una leucemia fulminante scriverà: “offro tutte le sofferenze che dovrò patire, al Signore, per il Papa e per la Chiesa, per non fare il Purgatorio e andare dritto in Paradiso.” Muore a soli 15 anni, contento di raggiungere quel Gesù tanto amato.

 

Una cosa distingue Carlo da tanti suoi coetanei: sin dalla tenera età scopre Gesù, del quale s’innamora perdutamente, tanto da vivere nel totale abbandono in Lui.

Cresce in un ambiente profondamente cristiano, in cui la fede è vissuta e testimoniata con le opere, e in un mondo basato sull’effimero e sulla volgarità testimonia il Vangelo, che molti hanno smarrito o dimenticato, o addirittura combattono. Non ha paura di presentarsi come un’eccezione al mondo.

La sequela di Gesù gli fa conoscere ben presto l’umiltà e il sacrificio, che imparerà prendendo come modelli i Beati Giacinta e Francesco Marto, San Domenico Savio, San Luigi Gonzaga, Santa Bernadette e San Tarcisio martire per l’Eucaristia. Con profonda convinzione si inserisce in questo stuolo di piccoli che con la loro esistenza narrano la bellezza e la gioia di donarsi per amore di Dio e il bene del prossimo.

L’Eucaristia? E’ la mia autostrada per il Cielo!

La sua vita è interamente eucaristica: ama e adora profondamente il Corpo e il Sangue di Gesù, accogliendone l’aspetto oblativo e sacrificale. A soli 7 anni riceve la sua prima Comunione nel monastero delle Romite di S. Ambrogio ad Nemus, di Perego, iniziando così a cibarsi di quello che riconosce Suo unico vero nutrimento.

Partecipa alla Messa e alla Comunione tutti i giorni, dedica molto tempo alla preghiera silenziosa e all’adorazione eucaristica, dal quale sembra rapito.

Spesso si offre, prega e ripara i peccati e le offese compiute contro il Cuore di Gesù, che sente vivo e palpitante nell’Ostia consacrata. Alimenta dentro di sé il desiderio di condurre a Lui tante anime, comunicandosi tutti i primi venerdì del mese per riparare i peccati e meritarsi il Paradiso, secondo la grande promessa fatta da Gesù a S. Margherita Maria Alacoque nel 1675. Tra le sue note d’anima scrive: “L’Eucaristia? E’ la mia autostrada per il Cielo!”

Questa sua assidua e quotidiana abitudine di accostarsi all’Eucaristia vivifica e rinnova il suo ardore verso Gesù e fa di Lui un suo intimo amico, tanto da ottenere che uomini lontani dalla fede o di altre religioni arriveranno a chiedere il Battesimo dopo averlo incontrato.

E’ apprezzato e stimato dai suoi compagni di scuola, anche se talvolta deriso per la sua fede vivissima.

Non teme le critiche e le derisioni, sa che sono ineluttabili per conquistare alla causa di Gesù compagni e amici, quella maggioranza spesso avversa che ha solo ragione quando è nella Verità, mai perché è maggioranza.

In molti lo cercano per un aiuto con il computer, verso cui Carlo nutre un grande interesse e un’indubbia attitudine, e apprezzando l’intuizione del Beato Giacomo Alberione a usare i mass-media a servizio del Vangelo, non perde occasione di dare testimonianza.

Altra colonna fondamentale su cui costruisce la sua vita è la Madonna

A Lei si consacra e si affida, a Lei ricorre nel momento della prova. Affascinato dalle sue apparizioni a Lourdes e a Fatima, ne vive il messaggio di conversione, penitenza e preghiera. Impara ad amare il Cuore Immacolato di Maria e in riparazione alle offese che molti le arrecano recita quotidianamente il Rosario.

È impressionato dal racconto della visione dell’inferno riferito da sr Lucia di Fatima nelle sue Memorie, e il fervore per la salvezza delle anime lo pervade completamente. Con questa intenzione ricorda spesso anche il Papa, nella cui figura crede e riconosce il Vicario di Cristo.

In un mondo chiuso alla grande Verità della fede, Carlo scuote le coscienze e invita a guardare spesso al cielo.

In famiglia, nella scuola, in mezzo alla società, diventa testimone dell’Eternità. Vive puro come un angelo, affidandosi alla Madonna e chiedendo preghiere alle monache di clausura che frequenta, interessatissimo alla loro vita di preghiera.

Nei dibattiti in cui si trova coinvolto difende la santità della famiglia contro il divorzio, e la sacralità della vita contro l’aborto e l’eutanasia.

In ogni cosa vedrà Gesù, in ogni discorso farà parlare Gesù, a ogni anima farà incontrare Gesù: Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita.

 

Dicono di lui

La figura di Carlo è possibile riassumerla in questa sua frase: “L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo.”
Mio figlio sin da piccolo, e soprattutto dopo la sua Prima Comunione, non ha mai mancato all’appuntamento pressoché quotidiano con la Santa Messa e il Rosario, e con un momento di adorazione eucaristica. Nonostante questa intensa vita spirituale, Carlo ha vissuto pienamente e gioiosamente i suoi quindici anni, lasciando in coloro che lo hanno conosciuto una profonda traccia. Era un ragazzo esperto con i computer tanto che si leggeva i testi di ingegneria informatica lasciando tutti stupefatti, ma questa sua dote la poneva al servizio del volontariato e la utilizzava anche per aiutare i suoi amici. La sua grande generosità lo portava ad interessarsi di tutti, dagli extracomunitari ai disabili, ai bambini, ai mendicanti. Stare vicino a Carlo era come stare vicino ad una fontana d’acqua fresca. Poco prima di morire Carlo ha offerto le sue sofferenze per il Papa e per la Chiesa. Certamente l’eroicità con cui ha affrontato la sua malattia e la sua morte hanno convinto molti che veramente in lui c’era qualcosa di speciale. Quando il dottore che lo seguiva gli ha chiesto se soffriva molto Carlo gli ha risposto: “C’è gente che soffre molto più di me!”

La mamma Antonia

 

Composto e tranquillo durante il tempo della Santa Messa, ha cominciato a dare segni di ‘impazienza’ mentre si avvicinava il momento di ricevere la Santa Comunione. Con Gesù nel cuore, dopo aver tenuto la testina tra le mani ha incominciato a muoversi come se non riuscisse più a stare fermo. Sembrava che fosse avvenuto qualche cosa in lui, a lui solo noto, qualche cosa di troppo grande che non riusciva a contenere.

La Superiora del monastero di suore di clausura a Perego, parlando della Prima Comunione di Carlo

 

 

Un adolescente del nostro tempo come molti altri, impegnato nella scuola, tra gli amici, grande esperto, per la sua età, di computer. Su tutto questo si è inserito il suo incontro con Gesù Cristo. Carlo Acutis diviene un testimone del Risorto, si affida alla Vergine Maria, vive la vita di grazia e racconta ai suoi coetanei la sconvolgente esperienza con Dio.

Egli si nutre ogni giorno dell’Eucaristia, partecipa con fervore alla S. Messa, trascorre intere ore davanti al Santissimo Sacramento. La sua esperienza e la sua maturazione cristiana testimoniano quanto siano vere le indicazioni del S. Padre Benedetto XVI nella Esortazione Apostolica Sacramentum Caritatis: il sacrificio della Messa e l’Adorazione eucaristica corroborano, sostengono, sviluppano l’amore per Gesù e la disponibilità al servizio ecclesiale.

Carlo ha pure una tenera devozione alla Madonna, recita fedelmente il Rosario e sentendola Madre amorosa, le dedica i suoi sacrifici come fioretti.

Questo ragazzo sociologicamente uguale ai suoi compagni di scuola, è un autentico testimone che il Vangelo può essere vissuto integralmente anche da un adolescente.

La breve esistenza, protesa alla meta dell’incontro con Cristo, è stata come una luce gettata non solo sul cammino di quanti l’hanno incrociato sulla propria strada, ma anche di tutti coloro che ne conosceranno la sua storia.

Guardando a questo adolescente come a un loro compagno, che si è lasciato sedurre dall’amicizia per Cristo, e proprio per questo ha sperimentato una gioia più vera, i nostri ragazzi saranno messi in contatto con una esperienza di vita che nulla ha tolto alla ricchezza dei giovani anni adolescenziali, ma li ha valorizzati ancora di più. La testimonianza evangelica del nostro Carlo non è solo di stimolo per gli adolescenti di oggi, ma provoca i parroci, i sacerdoti, gli educatori a porsi degli interrogativi sulla validità della formazione che essi danno ai ragazzi delle nostre comunità parrocchiali e come rendere questa formazione incisiva ed efficace.

Sua Eccellenza don Michelangelo M. Tiribilli, OsB
Abate generale dei benedettini di Monte Oliveto

“Così vuole Dio” Francesco Possenti, 18 anni, innamorato della vita

“Così vuole Dio” Francesco Possenti, 18 anni, innamorato della vita

Ogni mese un santo. Un ragazzo o una ragazza che ha vissuto bene. Testimonianze belle per tutti! Oggi, Francesco Possenti, spiegato ai miei amici.

L’uomo, sin dalla sua origine, vive nella ricerca di Dio, e la riflessione filosofica si è sempre posta come intermediaria tra la mente umana e quella divina di questa “entità superiore”, onniscente. Poniamo spesso domande a Dio, chiedendoGli aiuto, conforto, ma anche cercando in Lui l’origine dell’universo, il miracolo della vita, noi stessi.
La storia è però costellata da cuori che Lo hanno incontrato più da vicino, da uomini e donne che si sono lasciati sedurre e conquistare, che si definiscono comunemente santi. Agostino, parlando di santità, scriveva: “Viva sarà la mia vita tutta piena di Te”, e don Bosco spiegava a Domenico Savio: “Qui la santità consiste nello stare molto allegri”.

Ecco allora la figura di san Gabriele dell’Addolorata, un ragazzo innamorato della vita, che scelse di accogliere l’invito ad essere felice.

Francesco Possenti nasce in una famiglia aristocratica di Assisi il 1° marzo 1838. E’ l’undicesimo di tredici figli di Sante Possenti, sindaco della città, e Agnese Frisciotti. Nel 1841 il padre è nominato assessore al tribunale di Spoleto, dove si trasferisce con tutta la famiglia; dopo non molto tempo, però, viene a mancare la figura materna, e spetterà a Sante occuparsi dell’educazione dei figli, aiutato dalla figlia maggiore Maria Luisa e dalla fidata governante Pacifica. Francesco inizia le elementari, nel 1846 riceve la cresima e nel 1851 la prima comunione, a tredici anni affronta gli studi liceali nel collegio dei gesuiti. E’ intelligente, esuberante, gli piace seguire la moda, organizzare partite di caccia, ballare e recitare. Fa della sua vita un dono con un concreto impegno verso i poveri, rendendo vive le parole di Isaia: Tu sei prezioso ai miei occhi. Francesco ama il prossimo, perché egli stesso si è riconosciuto amato.

Avverte allora il desiderio di seguire quel Gesù a lui così vicino e si trova a interrogare il suo cuore riguardo il futuro. I ripetuti lutti familiari e alcune malattie vissute nel corso degli anni gli hanno fatto apparire le gioie terrene brevi e inconsistenti; come ultimo dramma, la morte dell’amatissima sorella Maria Luisa. Segue un anno tribolato, senza una scelta precisa, ma l’idea del seminario torna sempre con più insistenza.

A 18 anni la sua vita ha una svolta

A 18 anni vive una svolta: il 22 agosto 1856, durante una processione, quando l’immagine della Madonna del duomo passa davanti a lui, gli risuonano nel cuore chiare parole: “Francesco, cosa stai a fare nel mondo? Segui la tua vocazione!“. Non vuole più opporre resistenza. Il 6 settembre parte da Spoleto e la sera del 7 è a Loreto; nella santa casa trascorre l’intera giornata dell’8 settembre, festa della Madonna. Il 10 è già a Morrovalle per iniziare il noviziato. Lui, il ballerino elegante, il brillante animatore dei salotti, ha scelto di entrare nell’istituto austero dei passionisti, fondato nel 1720 da San Paolo della Croce con lo scopo di annunciare, attraverso la vita contemplativa e l’apostolato, l’amore di Dio rivelato nella Passione di Cristo. D’ora in poi si chiamerà Gabriele dell’Addolorata.

La scelta della vita religiosa è radicale fin dall’inizio: si butta anima e corpo, da innamorato.

“La mia vita è una continua gioia. La contentezza che io provo è quasi indicibile. Non cambierei un quarto d’ora di questa vita.”

Ha trovato finalmente la pace del cuore e la felicità. Scrive al padre: La mia vita è una continua gioia. La contentezza che io provo è quasi indicibile. Non cambierei un quarto d’ora di questa vita. Il 22 settembre 1857 emette la professione religiosa. Nel giugno 1858 si trasferisce a Pievetorina per gli studi filosofici sotto la guida di padre Norberto Cassinelli, che lo seguirà fino alla morte. Il 10 luglio 1859 arriva nel convento dei passionisti vicino a Teramo per prepararsi al sacerdozio con lo studio della teologia. Il 25 maggio 1861, nella cattedrale di Penne (Pescara), riceve la tonsura e gli ordini minori. Verso la fine dell’anno, però, si ammala di tubercolosi; ogni cura risulta vana. Gabriele è comunque sereno, quel che conta è solo la volontà di Dio. Così vuole Dio, così voglio anch’io, scrive. Così la mattina del 27 febbraio 1862, al sorgere del sole, con il volto trasognato e gli occhi sfavillanti che trafiggono un punto fisso sulla parete sinistra, senza agonia sorride alla Madonna che viene a incontrarlo. Ha 24 anni, ancora studente in attesa dell’ordinazione sacerdotale. Ma ha già varcato la soglia per celebrare la messa perenne nello spettacolo dell’eternità in Dio.

Beatificato da san Pio X nel 1908, fu proclamato santo da Benedetto XV nel 1920 alla presenza di oltre quaranta cardinali, trecento vescovi e un’incalcolabile moltitudine convenuta da ogni parte del mondo. Nel 1926 Pio XI lo dichiara compatrono della gioventù cattolica italiana e nel 1959 il beato Giovanni XXIII lo proclama patrono principale d’Abruzzo.

Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione su questo sito, utilizziamo diversi tipi di cookies, tra cui cookies a scopo di profilazione che ci consentono di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Alla pagina informativa estesa è possibile negare il consenso all'installazione di qualunque cookie. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione saranno attivati tutti i cookies specificati in dettaglio nella informativa estesa ai sensi dell’art. 13 del Regolamento UE 2016/679. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi