Domenica della Parola

Domenica della Parola

Domenica della Parola

26 gennaio 2020 – Anno A

 

Vangelo di Mt 4,12-23

 

COMMENTO di suor Maria Vanda Penna, FMA

 

CHIAMATI A DIVENTARE PAROLA

L’ha voluta Papa Francesco, “perché […] abbiamo bisogno di entrare in confidenza costante con la Sacra Scrittura, altrimenti il cuore resta freddo e gli occhi rimangono chiusi, colpiti come siamo da innumerevoli forme di cecità”. (PAPA FRANCESCO, Aperuit illis,2, Paoline 2019)

“Ignorare la Parola è ignorare Cristo” diceva S. Girolamo nel quarto secolo dopo Cristo. Oggi, a circa 1600 anni di distanza, il Papa sente il bisogno di fare questo richiamo al popolo di Dio perché “possa crescere nell’amore e nella testimonianza di fede” (id.).

Un’immagine che ci è molto familiare è quella del libro delle Scritture con accanto una luce che lo illumina. In realtà, dalla Parola si irradia la luce, quella di cui Isaia dice che risplende sul popolo immerso nella tenebre e in ombra di morte. È la luce del Regno che irrompe nel buio della mondanità e diviene lampada ai passi di chi la accoglie, fino a che, giorno dopo giorno, la sua stessa vita diviene luce.

 

Il Vangelo di questa domenica (Mt 4, 12-23) sembra scelto apposta per sottolineare l’importanza di quanto detto prima, soprattutto della testimonianza di fede tra la gente, che, come dice S. Gregorio di Nazianzo, ci fa “altrettanti soli” splendenti per la Parola ascoltata e accolta.

 

Gesù, dice l’evangelista, va ad abitare a Cafarnao, nella terra di Zabulon e di Neftali, terra sospetta e impura, perché abitata da Ebrei e da pagani. E proprio lì la luce risplende. Di lì comincia l’annuncio del Regno che squarcia il buio di una esistenza senza speranza. La luce c’è, occorre non chiudere gli occhi. “Convertitevi – dice Gesù -. il Regno di Dio è vicino”. E il Regno è Gesù stesso, che porta la parola di salvezza a chi crede a questo annuncio. Gesù è presente, il Regno è già realtà, ma non ancora compiuta. I suoi inizi, che nulla hanno a che fare con trionfi e glorie umane, lasciano ancora nel mistero di un annuncio che ha bisogno di collaboratori per diffondersi.

Ha bisogno di “pescatori di uomini”, di chi si metta totalmente a servizio di questo Regno che sarà compiuto e visibile solo alla fine dei tempi, quando il Re verrà nella gloria e svelerà finalmente e compiutamente il senso della vita e della storia del mondo.

E questi “pescatori di uomini”, chiamati da Gesù in un momento così feriale, intenti alle loro reti da pesca, verranno spesso meno a quell’entusiasmo iniziale, a quello slancio interiore per cui subito, dice Matteo, lasciano le reti e lo seguono, affascinati da un appello così inusuale e da uno sguardo – pensiamo – penetrato nel profondo del cuore. Ma l’infedeltà dell’uomo nulla cambia dei disegni di Dio. Quegli uomini continueranno ad essere “chiamati” per un servizio alla Parola che ne farà dei martiri.

La chiamata a lasciare tutto per il Regno: la nostra chiamata. Anche noi, a cui spesso può calzare il rimprovero di Gesù  “gente di poca fede”, come del resto ai primi discepoli, siamo state afferrate dal suo sguardo, dall’aver sentito quasi sensibilmente il nostro nome e l’abbiamo seguito dandogli fede.

Questo è il tempo in cui più che mai va ricordato che la buona notizia del Regno non è solo una proclamazione verbale, ma l’irruzione nella storia della sua potenza liberante. 

La sua Parola, infatti, ha in sé una forza irresistibile e sempre nuova, che si manifesta se, più che letta e studiata, è attuata.

Ecco la testimonianza che oggi ci viene richiesta. Siamo chiamati a farci Parola attraverso modalità di vita e di relazioni che hanno le loro radici nell’Amore: “Amatevi come io vi ho amati”; “Avevo fame e mi avete dato da mangiare”; “Guai a chi scandalizza uno di questi piccoli”…

Don Bosco ha preso sul serio quello che Gesù ha detto e ci ha lasciato in eredità uno stile di vita e di azione adatto ad ogni tempo, proprio perché ancorato a queste parole: stile di santità feriale che si impone per la sua semplicità, per il non straordinario, per l’attenzione speciale ai piccoli del Vangelo e che, proprio per questo, infonde speranza e annuncia con la vita che il Regno di Dio è in mezzo a noi.

 

Giovane stagista scopre nuovo pianeta

Giovane stagista scopre nuovo pianeta

Giovane stagista scopre nuovo pianeta

17 anni, stagista alla Nasa da tre giorni: ha scoperto un nuovo pianeta

Da fan di Star Wars a vero scienziato, ha scoperto un pianeta che orbita attorno a due soli come quello in cui è nato Luke Skywalker.
Cari ragazzi, la conoscenza è proprio un’avventura!

Di Annalisa Teggi per Aleteia

Una cameretta piena di poster di Star Wars e una scrivania zeppa di quaderni e libri, passioni e studi di un giovane 17enne dal nome curioso: Wolf Cukier. Sì, in italiano si chiamerebbe Lupo e – battuta scontata – ha dimostrato di aver un fiuto invidiabile. La sua storia sta facendo il giro del mondo perché, dopo soli tre giorni di stage estivo alla NASA, ha scoperto un nuovo pianeta, a cui è stato dato il nome molto tecnico di TOI 1338b.

Eppure le sue caratteristiche ricordano molto da vicino Tatooine, il pianeta natale di Luke Skywalker: si tratta infatti di un pianeta che orbita attorno a due soli. La passione del ragazzo per la saga stellare si è incontrata con lo zelo del vero astronomo; e questa scoperta imprevista e straordinaria meriterebbe proprio una battuta di Yoda.

Occhio vede, algoritmo duole

Ci sono un sacco di cose che assomigliano a pianeti quando ti metti a cercare. – ha dichiarato Cukier – Mi ci è voluto tempo per verificare seriamente che quello era un vero pianeta e non un tremolio del telescopio o qualcosa di simile.

(da New York Post)

Infatti:

Come spiegano gli stessi scienziati Nasa, gli algoritmi faticano a trovare pianeti attorno a stelle binarie, perché le eclissi delle stelle stesse confondono i calcoli, e il transito di un pianeta può passare inosservato. L’occhio curioso di Wolf invece ha fatto centro. Per verificare che non fosse un errore strumentale, il segnale è stato dato in pasto a eleanor, un programma che ne identifica l’affidabilità. Eleanor ha detto sì, confrontando quell’osservazione con altre precedenti, stabilendo che il TOI 1338 b orbita attorno alla coppia di stelle in circa tre mesi terrestri.

(da Repubblica)

Gli ci è voluto tempo a verificare, ma questo giovane talentuoso ragazzo ha individuato ciò che anche gli algoritmi faticano a distinguere. Come a ricordarci: benvenuta intelligenza artificiale, ma la meraviglia dell’intelligente occhio umano sarà sempre qualcosa di inarrivabile (… d’altra parte il marchio di fabbrica è Suo).  Ma chi è Wolf Cukier? È un supercervellone o è uno studente come tanti?

È senz’altro un ragazzo appassionato e questa spinta è una delle migliori qualità in ogni ambito di conoscenza.

[…] frequenta l’ultimo anno alla Scarsdale High School di Scarsdale, nello stato di New York, era al posto giusto, al momento giusto: il suo compito, era controllare i dati di Tess, già analizzati dal pubblico attraverso il progetto Planet Hunter Tess, un lavoro collettivo in crowd sourcing che la Nasa ha attivato, chiedendo agli appassionati sulla piattaforma web di segnalare i cali di luminosità delle stelle fotografate da Tess. È lì che Cukier ha trovato l’anomalia, era al terzo giorno di stage estivo al Goddard Space Flight Center, e grazie alla sua intuizione è arrivata la scoperta: “Stavo cercando tra i dati tutto quello che i volontari avevano spuntato come binarie a eclissi – ha detto Cukier ricordando quei giorni d’estate del suo stage – un sistema in cui due stelle orbitano una attorno all’altra e dal nostro punto di vista si eclissano a ogni orbita”.

(Ibid)

 

Per riuscire a entrare come stagista alla NASA aveva scritto tantissime email, perché la passione è fatta anche di una grande dose di testardaggine e umiltà. Nel luglio scorso Wolf ha coronato il suo desiderio e dopo soli tre giorni si è imbattuto in un puntino che ha catturato la sua attenzione. Là fuori, nel grande universo, da chissà quanto tempo c’era questo pianeta che nessuno aveva mai visto prima. Che domande apre il tema della scoperta! Chissà quante cose esistono che sono ancora ignote? Perché esistono? Che progetto ha Dio per loro? Le cose non esistono solo perché l’uomo le veda, ma quando le scopre cosa cambia per l’umanità? Insomma, scoprire un pianeta non è solo scoprire un pianeta, è anche andare più a fondo della grande galassia che è il nostro intimo di esseri umani. Però senza perderci troppo in entusiasmanti rivoli filosofici, com’è questo TOI 1338b?

TOI 1338b è un pianeta inabitabile, quasi sette volte più grande della Terra, molto, troppo vicino a una coppia di stelle (TOI 1338) che si trova a circa 1.300 anni luce di distanza: compie un giro ogni 93-95 giorni terrestri. Ma la particolarità che ha fatto parlare di sé è proprio che sul suo orizzonte (posto che ne abbia uno, potrebbe infatti essere un pianeta gassoso) sono due i soli, come Tatooine della saga di Star Wars.

(Ibid)

Ora Wolf è conteso da tutte le televisioni e strappa davvero un sorriso il commento che ripete a tutti: «Però, per il resto dello stage non ho scoperto altro». Non è uno sminuirsi, è la sincerità di chi è entusiasta e si aspetta che l’universo abbia ancora tante sorprese da svelargli. Ed è davvero così, ma non sono da cercare solo in galassie lontane e sperdute … c’è tanto da vedere anche a un passo da noi. L’ignoto può essere anche insospettabilmente vicino.

Pepite d’oro a ogni passo

In fondo l’avventura di Wolf Cukier alla Nasa ci permette di dire, una volta di più, che guardare la realtà – in tutta la sua smisurata grandezza o anche infinita piccolezza – è più entusiasmante che fissare lo schermo di un cellulare. Cari ragazzi, abbiate fiducia nello spostare lo sguardo nel regno degli avvenimenti; c’è tanto bisogno del vostro occhio fresco e brillante!

Due giorni fa è morto il giornalista Giampaolo Pansa, lo stimavo molto pur essendo una sua lettrice occasionale. Ho riguardato con piacere, e grazie alla mia amica Simona che lo ha postato su Facebookl’intervento che fece al Meeting di Rimini del 2009 e queste sue parole mi paiono le più azzeccate per descrivere cos’è una scoperta:

La conoscenza per me è sempre un avvenimento. E confesso che ogni volta che mi capita di scoprire una cosa che non conosco, soprattutto quando non l’ho cercata e mi viene incontro, c’è una grossa prova – dico una parola complicata, perché spesso io non so esercitare questa virtù – di umiltà … è una grossa prova di umiltà riconoscere la pepita d’oro che non hai cercato, ma che ti ferma per strada e ti dice: “Ehi, tu sei Giampaolo Pansa? Guarda che io sono venuta qui per te. Ti regalo una cosa che non conosci”.

 

Che tu sia giornalista o scienziato, o che tu sia un semplice ragazzo in cerca del suo destino, ti attende là fuori qualcosa che ti chiama per nome.

L’universo è disseminato di un’attesa, di pepite ancora invisibili che attendono di essere guardate, e poi raccontate e svelate. Non è detto che attendano solo in galassie sperdute, ci sono tantissime scoperte che non hanno bisogno né di telescopio né di microscopio.

Hanno bisogno dei tuoi occhi vivi, o anche solo delle tue orecchie … chissà.

E scoprire è un verbo bellissimo, perché è «a doppio senso di marcia»: Wolf Cukier ha scoperto un pianeta, ma cosa scoprirà di sé grazie a questo evento?

Ogni scoperta non è fine a se stessa e apprezzabile solo in termini di soldi e visibilità (… scusate, dovevo dirlo perché mio figlio mi ha chiesto: “Ora diventerà più famoso di un calciatore?”). Ogni scoperta è una chiamata: perché, quasi come nella fiaba di Pollicino, Dio ha disseminato il cosmo di briciole di pane, adatte a ciascuno di noi, per riportarci tutti a casa. La strada per arrivarci è un’avventura scritta su misura per ogni cuore, con un abito di alta sartoria.

2 libri per provare a capire

2 libri per provare a capire

2 libri per provare a capire

Due libri per capire i ragazzini che fuggono dall’Africa e arrivano da noi

 

di Riccardo Bonacina per Vita

 

Possiamo provare a capire, o almeno a soffermarci con più consapevolezza su storie come quella di Ani Guibahi Laurent Barthélémy il ragazzino di 14 anni trovato morto l’8 gennaio scorso? Due libri ci aiutano.

Un saggio, “Teen immigration” di Anna e Elena Granata e un romanzo “La seconda porta” di Raul Montanari

 

Arrivano attaccati ai carrelli degli aerei o con le barche, nascosti nei camion o a piedi sulle strade secondarie dei Balcani, poco più che bambini. Partono soli, viaggiano senza familiari e non hanno familiari da raggiungere, vivono in mezzo a noi, una generazione intera che arriva da noi dal sud del mondo.

Possiamo provare a capire le loro storie? Possiamo raccontarle oltre le retoriche contrapposte tra buonisti e cattivisti? Due libri, diversi per registro e per finalità, ci aiutano. Il primo è un saggio che è anche la riflessione intorno a un’esperienza di accoglienza in prima persona vissuta dalle due autrici, le sorelle Anna ed Elena Granata, la prima, ricercatrice in Pedagogia interculturale all’Università di Torino, la seconda docente di urbanistica al Politecnico di Milano.

Sono loro a firmare “Teen Immigration, la grande migrazione dei ragazzini” (ed. Vita e Pensiero).

Il secondo è un romanzo, “La seconda porta” (ed. Baldini + Castoldi) di Raul Montanari in cui il protagonista è Adam un diciasettenne scappato dall’Egitto e poi da un Centro di accoglienza.

Due libri che in modo diverso e mai banale ci aiutano a capire, o almeno a soffermarci con più consapevolezza su storie come quella di Ani Guibahi Laurent Barthélémy il ragazzino di 14 anni trovato morto l’8 gennaio scorso nel carrello di atterraggio di un aereo Air France arrivato a Parigi da Abidjan, in Costa d’Avorio. Ani è uno delle migliaia di ragazzi che soprattutto dall’Africa si spingono verso l’Europa, per le più diverse ragioni. In fuga da parenti dopo la morte dei genitori, inseguendo il sogno di un successo sui campi di calcio, spinti da un parentato che tramite loro insegue un minimo di reddito e di benessere, in fuga da carestie e magari guerre o semplicemente da un destino che pare senza futuro.

Viaggi diversi, percorsi complicati, lunghi e pericolosi per molti.

Ognuno però con il proprio carico di speranza, obbligati a imbarcarsi su un gommone che può sgonfiarsi da un momento all’altro e far naufragio poche miglia dopo aver lasciato le coste del Nord Africa.

 Per tutti quelli che arrivano lo stesso destino, una protezione e percorsi di integrazione sino al 18° anno di età grazie alla legge n. 47/17 che ha posto le basi per un sistema di protezione e inclusione uniforme, ma poi, una volta diciottenni, gli si dice “e ora arrangiatevi”.

Dal 2015 ad oggi in Italia di ragazzini ne sono arrivati più di 60 mila (circa 6400 nel 2019). Il 60,2% di loro arriva quando ha 17 anni, i sedicenni costituiscono quasi un quarto del totale, l’8% ha 15 anni e il 7% ha meno di 15 anni. Decine di migliaia di ragazzi dal 2015 ad oggi, hanno compiuto i 18 anni e non sappiamo quanti hanno poi trovato una strada per l’integrazione sociale e lavorativa.

Una volta fuoriusciti dai circuiti dell’accoglienza, infatti, i neomaggiorenni patiscono la mancanza di politiche di integrazione, con il rischio concreto che il percorso di inclusione realizzato fino a quel momento vada disperso nei meandri della burocrazia, nelle norme incattivite, nei pericoli delle strade su cui devono camminare soli. Sono moltissimi quelli che si disperdono e di cui poi non abbiamo tracce. Ragazzi che vanno ad aggiungersi ai minori migranti scomparsi. Solo nel 2019 in Italia si sono perse le tracce di 5.320 minori stranieri non accompagnati. A questi va aggiunto il numero di quanti sono arrivati con sbarchi autonomi che sfuggono a ogni sistema di monitoraggio.

Sin qui i dati pur clamorosi e la sociologia, poi, come suggeriscono Anna ed Elena Granata nel loro bello e appassionato saggio che certo non si sottrae ai dati di contesto, ci sono le vite, quelle di Ani Laurent, Pabi, Fadi, Samba, Kanjura, Moussa, Omar, Sherif, Modu. Nomi, storie, volti che incontriamo sulle nostre strade, nelle nostre città, nelle nostre scuole. Bisogna tenere insieme, provare a connettere queste due dimensioni, quella di una lettura sociologica e quella della capacità di incontrare con sguardo aperto questi ragazzi.

Le sorelle Granata ci invitano a guardare loro come risorse preziose: «chi si è messo in movimento con straordinario coraggio, spesso con il desiderio di migliorare la propria vita e quella della propria famiglia, ed è sopravvissuto al viaggio più pericoloso, porta con sè risorse straordinarie oltre che un’eccezionale voglia di futuro che la vecchia e depressa Europa non solo fatica a comprendere ma che farebbe bene a non perdere». Insomma i ragazzi migranti sono uno straordinario capitale umano e culturale che non possiamo permetterci di buttare via, è il loro invito.

Ragazzini che arrivano da “Una seconda porta” come recita il titolo del romanzo di Raul Montanari il cui protagonisti sono Milo Molteni, un grande pubblicitario, le campagne sociali sono il suo pane, e Adam, ragazzino egiziano ospitato da un centro di accoglienza HoSpes, che si installa in un appartamento sfitto che Milo ha da poco acquistato. «Era come se il mondo che avevo sempre tenuto fuori dalla porta avesse trovato la chiave e fosse entrato. Era qui», constata il famoso pubblicitario che nel corpo a corpo con la storia, le bugie e le sofferenze di Adam («Non puoi sapere. Un italiano non può sapere, per sapere devi vivere», sono le parole di Adam) trae qualche conclusione sulla sua vita e sulla bolla in cui vive: «Il mondo in cui vivevo io era un’allucinazione benevola, confortante, in cui ero invitato come tutti a farmi cullare dall’idea che a essere anornale fosse la vita degli altri, non la mia. (…) Le campagne sociali mi sembravano ormai enormi foglie di fico stese a coprire le vergogne di tutti (…) Di mestiere faccio il procacciatore di alibi a me stesso e a tutti».

Un romanzo avvincente quello di Montanari che disegna un ritratto collettivo dell’universo progressista rendendolo dinamico usando come detonatore la vicenda drammatica che viene raccontata nel libro con meccanismi anche tipici di un romanzo poliziesco.

Milo si pone una domanda che riguarda tutti: è possibile fare del bene? È possibile accogliere? Se sì come?

Domande a cui provano a rispondere Anna ed Elena Granata che cercano di disegnare e prefigurare un modello possibile partendo dalla loro esperienza di famiglie che in percorsi informali e liberi hanno accompagnato a Milano una trentina di neo maggiorenni stranieri.

Ne esce il ritratto di una comunità civile e accogliente che subentra ai servizi sociali, senza entrare in sovrapposizione, una comunità autopromossa e sussidiaria rispetto al ruolo del pubblico, reticolare e soprattutto replicabile, capace di fare rete e costruire relazioni accompagnando i ragazzi accolti nelle famiglie verso l’autonomia abitativa e lavorativa.

Cosa significa educare?

Cosa significa educare?

Cosa significa educare?

Educare vuol dire esporsi al mistero dell’altro

 

di Simonetta Grementieri per il Giornalino della Fraternità di Romena

 

Johnny Dotti vive in una comunità di famiglie nella campagna del bergamasco insieme alla moglie e ai suoi quattro figli. Negli oltre trent’anni di vita comunitaria vissuta racconta di aver avuto circa una sessantina di figli. Oltre a quelli ‘biologici’ ne ha infatti avuti tanti ‘di cuore’. Alla luce di queste esperienze oggi sente di poter affermare che «educare è impossibile ma, esattamente perché è impossibile, è umano».

 

L’educazione non aiuta a funzionare, ma ad esistere.

Dotti inizia il suo intervento a Romena rompendo subito gli argini della parola educazione, mostrando con chiarezza quanto ci coinvolga e ci riguardi:

«Educare è una delle questioni rimaste alla libertà dell’uomo e in questo senso è oggi urgente e importante. Perché sperare, oggi, significa educare ed educare significa sperare. Tutto il mondo dell’educazione è diventato un grande baraccone di tecnica: il grande baraccone della scuola, delle terapie, dei servizi, delle competenze, dei progetti; tutte cose interessanti nate con l’intenzione di dare importanza alla questione umana, ma che oggi sono diventate dei ‘dispositivi’ che si muovono da sé. Quando si entra nella scuola, ad esempio, si entra in un sistema tecno-burocratico molto più grande di noi, dove l’educazione si confonde con l’istruzione (educare non è istruire), con la formazione (educare non è formare), con l’apprendere (educare non è apprendere).

Educare invece è ‘accompagnare il venire al mondo del mistero dell’altro’; in questo senso è cosa profondamente umana che ha a che fare radicalmente con l’invisibile e l’impossi- bile.

Purtroppo però tutto il ‘grande sistema’ che abbiamo montato ha rimosso quasi totalmente la questione umana, riducendo quest’epoca ad un periodo tecno-gnostico la cui unica ossessione è quella di ‘funzionare’. L’educazione non aiuta a funzionare, aiuta ad esistere. Le macchine funzionano, noi invece siamo strutturalmente disabili, strutturalmente fragili, feriti, mortali.
La grande rimozione dell’esistenziale ha portato l’educazione dentro un rapporto specialistico, facendoci credere che si deve fare un corso per imparare a educare, un corso per diventare mamma e papà. Ma non è così: la vita richiede un’esposizione costante al rischio.

Occorre attraversare il rischio dell’educazione, che è un rischio misterioso perché è l’esposizione all’enigma dell’altro; non all’identità dell’altro, non a ciò che io desidero dell’altro, non a mettere l’altro dentro una cosa che io ho pensato prima, ma esposizione al far venire al mondo il mistero dell’altro. Questo richiede che rivieni al mondo anche tu diventi padre nel far venire al mondo il mistero del figlio».

 

L’educazione si nutre di esperienze.

In tutte le società la speranza è una virtù che accompagna l’immaginario giovanile, ma oggi come facciamo a sperare avendo pochi giovani (a breve gli over 65 supereranno gli under 25) costretti in un sistema rigido, sia nelle forme scolastiche che lavorative, con una richiesta di performance che comincia esporsi al mistero dell’altro fin da piccolissimi? Qual è lo spazio dell’educare, oggi?

Per Dotti non c’è dubbio: «Quello dell’esperienza che è sempre un’esposizione mortale alla realtà. Recuperare uno spazio di libertà e di responsabilità, immaginare di fare più cose con i giovani che per i giovani, dove anche loro possano recuperare uno spazio reale di responsabilità, uscendo dall’idea di montare servizi ‘per’ loro, cercando piuttosto di costruire esperienze ‘con’ loro.

Questo alimenta la fiducia nell’altro. La sicurezza umana è sempre il rischio di una relazione con l’altro e passa dalla fiducia: nessun sistema tecnico ci renderà sicuri. Questo richiede a noi adulti la capacità di fare un passo indietro per rigenerare uno spazio entro cui i giovani possano giocare il ‘rischio’ della vita, nell’accezione più nobile del termine.

La vita è essenzialmente novità, è venire al mondo di qualcosa che non c’era e quando anche si ripete ciclicamente, come le stagioni, ogni stagione non è mai uguale alla precedente. Un’esperienza, questa, lontana dai giovani di oggi, spesso imprigionati in una struttura tecnica così fortemente determinata in cui l’unica cosa possibile da fare sembra rendersi adeguato ad un sistema pensato da qualcun altro».

 

L’educazione è fatta di mente, di cuore e di mani

“Esporre alle esperienze – prosegue Dotti – vuol dire esporre all’esperienza integrale di sé: la dimensione umana è fatta contemporaneamente di mente, di cuore e di mani. Oggi i giovani vivono questa dimensione nelle tre parti separate; paradossalmente il digitale se viene lasciato a sé colonizzerà una certa forma di intelligenza, certamente non aprirà ad esperienze di corpo e tantomeno ad esperienze emotive e spirituali di cui l’uomo ha costitutivamente bisogno.

L’educazione ha bisogno di corpo, odore, tatto perché il mistero viene sempre fuori nell’incarnazione, non è un algoritmo. Dio lo mangi, l’altro devi mangiarlo se vuoi che venga al mondo il suo mistero.

Oggi nessuno abbraccia più nessuno e senza abbracciare non c’è educazione. Prendiamoci in casa i figli degli altri allora, facciamo noi questo movimento amoroso, semplice, in cui non serve un progetto finanziato, serviamo noi e basta.

Non avremo più servizi, più erogazioni, ma più vita però!

Servono esperienze integrali e integrate, bisogna riportare al lavoro presto i ragazzi; non al posto di lavoro, ma all’esperienza del mettere al mondo, attraverso il proprio corpo, la propria intelligenza, il proprio cuore, qualcosa di utile a sé e agli altri. Bisogna infine portarli a sentire l’altro, a farsi prossimo dell’altro, a sentirlo importante.

L’educazione a cui penso non immagina di rivolgersi a degli utenti a vita. L’educazione non prevede utenti. Prevede le persone che hanno un senso al di là della funzione».

The Gift: il percorso di Johnny Cash

The Gift: il percorso di Johnny Cash

The Gift: il percorso di Johnny Cash

Il film sul doppio viaggio dell’Uomo in nero

 

Di Lorenzo Randazzo per ilsussidiario

Su Youtube è disponibile gratuitamente un documentario (sottotitolato) di un’ora e mezza diretto da Thom Zimny sulla vita di Johnny Cash

“Il Signore ha messo la sua mano su di te, non dimenticare mai il Dono”. Johnny Cash rievoca le parole della madre quando lo sente cantare per la prima volta con quella voce incredibile. La Voce come Dono: “È la prima volta che lo ha chiamato così. Cantare, comporre canzoni per la mia voce, questo è il Dono”. 

Per chi ha conosciuto e amato Johnny Cash grazie alle sue canzoni, tramite i video dei suoi celebri concerti nelle prigioni o anche solo grazie al film Quando l’amore brucia l’anima – Walk the line in cui il ruolo Johnny è interpretato dall’ottimo Joaquin “Joker” Phoenix, non può perdersi la visione di The Gift: The Journey of Johnny Cash. Si tratta di un documentario di un’ora e trenta del regista Thom Zimny (Western StarsSpringsteen on Broadway) disponibile gratuitamente e in esclusiva su YouTube che percorre la vita del Man in Black tramite foto e filmati originali con la voce narrante dello stesso Cash, dei suoi figli Rosanne Cash e John Carter Cash e di artisti del calibro di Graham Nash, Jackson Browne e Emmylou Harris.

Nel documentario ci sono parecchi brani della produzione di Cash (su Spotify è disponibile l’intera playlist) e l’apertura è con il classico Folsom Prison Blues (Hello, I’m Johnny Cash!!!) in cui scorrono diverse immagini del famoso concerto nel carcere di Folsom. La colonna sonora originale del film, in cui le parole di Cash sono parte integrante, è invece opera di Mike McCready, chitarrista dei Pearl Jam, che accompagna il viaggio umano e artistico dell’Uomo in Nero dalla nascita nell’Arkansas rurale nel 1932 fino alla sua scomparsa a Nashville nel 2003.

Nei giorni nostri si sente spesso parlare del Green New Deal che innoverà la produzione industriale mondiale e che rivoluzionerà la società con una nuova impronta verde.

Nel 1935 il “New Deal” del presidente Roosevelt ha invece come obiettivo di promuovere lo sviluppo agricolo della Nazione consegnando un appezzamento di terra, una casa, un fienile e un mulo a centinaia di famiglie… il padre di Johnny è uno dei fortunati vincitori. Johnny cresce quindi in un contesto umile di provincia e di duro lavoro nei campi e dopo una breve parentesi in fabbrica alla Pontiac, si arruola nell’Air Force dapprima in Texas, dove conosce la prima moglie Vivian Liberto, e poi in Germania dove viene impiegato nel reparto radio a decifrare i codici russi.

Chi meglio di lui ha orecchio per “comprendere come le parole si combinano e come i versi e i ritmi riescono a combaciare e a stare bene insieme”, racconta il figlio John Carter Cash. Il ritorno e quindi la decisione di intraprendere una carriera musicale sono l’inizio del mito di Johnny Cash.

Bruce Springsteen contribuisce nel filmato con una riflessione sulla musica Country: “Peccato e Salvezza. La musica country è tutta sul sabato sera e la domenica mattina. Pentirsi, pentirsi la domenica per quello che hai fatto la sera prima”. Saturday Night e Sunday Mornings, questo è il Country e questa è stata la vita di Johnny Cash. Le droghe, l’alcol e le medicine, anche prescritte dai medici, servono per sostenere la vita estenuante in Tour e le performance dal vivo cariche di energia. “La vita è una questione di scelte”, si ricorda nel film, come quella di privilegiare la musica con la Columbia (anziché continuare con la piccola Sun Records), che comporta lunghi tour promozionali, piuttosto che dedicare tempo alla moglie e alle 4 figlie.

Quindi l’incontro con June Carter che si unisce ai suoi concerti nel ’62 per non lasciarlo più: si sposa in seconde nozze e rimarrà la sua compagnia per il resto dei suoi giorni.

Tra i passaggi chiave della sua vita, la morte da ragazzino dell’amato fratello Jack per via di un incidente in segheria e il suicidio di Glen Sherley carcerato di Folsom e autore di “Greystone Chapel” che Johnny aveva coinvolto nei suoi show musicali. Johnny Cash continuerà a fare del bene al prossimo, ma questi due eventi drammatici lo aiuteranno a comprendere meglio che la vita degli altri e la loro salvezza non dipendono direttamente dalle sue azioni. Fervente cristiano e amante della Bibbia, Johnny Cash ha sempre tirato dritto per la sua strada, I walk the line.

Il cantautore Claudio Chieffo, attento conoscitore dell’animo umano, cantava in Favola: “Non arrenderti al buio che le cose divora, ora è notte ma il giorno verrà ancora”. Johnny Cash ha camminato più volte nel buio, ma poi ha sempre ritrovato la luce. Loss and Salvation, dolore e luce: la religione e la spiritualità hanno determinato la personalità e hanno sempre guidato la vita artistica di Johnny.

“Quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero ma perde se stesso”?

Ottenuto un successo clamoroso, in cui l’apice viene raggiunto con lo spettacolo televisivo Johnny Cash Show in cui diventa la “Voce d’America”, Cash decide di cambiare rotta artistica e di dedicarsi alla musica gospel e alla difesa di più deboli: “Le vendite dei miei dischi precipitarono quando dichiarai la mia fede”. Per quanto negli anni ’70 le vendite sono scarse a Johnny importa poco, come dice il figlio John Carter Cash in quegli anni il padre: “Individuò uno scopo, chi era e dove era diretto. Da allora visse con gioia la vita”.

Eppure negli anni ’80 Johnny ricade nuovamente con la dipendenza agli stupefacenti e ancora la sua carriera sembra giungere al termine. Nel 1992 ci vuole l’intuizione di quel genio di Rick Rubin che con gli American Recordings riesce a trovare una nuova dimensione all’arte e al talento di Johnny Cash.

In tutto il film emerge la profonda spiritualità che caratterizza non solo la sua produzione musicale, ma anche il suo modo di affrontare la vita. Successo, fallimento, redenzione e rinascita questa è la parabola umana di Johnny Cash che si è ripetuta più volte. Il film si conclude con la musica di Spiritual di Josh Haden degli Spain incisa da Cash per l’album Unchained. Le parole sono quelle di un peccatore che invoca la salvezza prima di morire: “Jesus, oh Jesus I don’t want to die alone, Jesus if you hear my last breath, don’t leave me here, left to die a lonely death”. Johnny certo di quello che ha incontrato in vita si affida completamente al Mistero “Ora tutto quello che ho sei tu”.

 

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