Battesimo del Signore

Battesimo del Signore

Battesimo del Signore

12 gennaio 2020 – Anno A

Vangelo secondo Matteo (Mt 3,13-17)

COMMENTO di suor Patrizia Colombo, FMA

 

Su questa pagina di Vangelo si potrebbe fare un corso di Esercizi spirituali e, di fatto, si trovano tantissimi commenti, testi con esegesi, omelie e riflessioni sul Battesimo di Gesù, e di tanti studiosi autorevoli e preparati, di tanti maestri di spiritualità, di tanti profeti del nostro tempo.

Ecco allora che, solo in punta di piedi, con tanta umiltà, ho cercato di trovare una sfumatura salesiana a questa pagina centrale della vita di Gesù. Di fatto, tanti sono i collegamenti che si possono cogliere tra questo episodio e quanto accade nell’esistenza di Don Bosco e di Madre Mazzarello, qui mi permetto di sottolinearne uno.

Gesù, nel racconto che gli evangelisti fanno del suo Battesimo, sceglie di unirsi totalmente all’umanità a cui era stato mandato, si mette in fila con gli uomini e le donne del suo tempo, si immerge nella loro realtà. Lì dichiara, in modo ancora embrionale, se così si può dire, la sua missione. E la voce del Padre sancisce questa missione, che è poi anche l’identità stessa di Gesù: lui è il Figlio amato, nel quale il Padre trova compiacimento, Gesù fa ciò che piace al Padre.

Matteo parla di una voce che dal cielo si fa udire.

Verrebbe da chiedersi come si è fatta sentire questa voce, chi altro l’ha potuta udire, l’ha sentita solo Gesù? E come fa Matteo a sapere di questa voce?

Forse è stata un’intuizione profonda del cuore che poi Gesù stesso ha raccontato; forse un suono distinto che tutti hanno udito; forse una sensazione che i presenti hanno sperimentato.

Non sappiamo.

Ci restano le parole scelte da Matteo per raccontarci quanto è accaduto.

Non sappiamo come esattamente si sia fatto sentire Dio, sta di fatto che questa rivelazione, questo incontro, è avvenuto e ha dato inizio a qualcosa.

Così come è successo nell’annuncio dell’angelo a Maria, o nei sogni per Giuseppe…

Il Vangelo ci racconta di un Dio che si fa sentire, che sa come manifestare la sua volontà; come questo avvenga non sappiamo bene, ma non possiamo dubitare del fatto che questo accada, perché poi da questi incontri, da queste rivelazioni si mettono in moto dei processi, spesso imprevedibili in precedenza.

Un po’ come, in modo certo differente, è avvenuto poi anche per esempio a Don Bosco e a Madre Mazzarello, i fondatori del nostro Istituto.

Don Bosco racconta del sogno che fece a 9 anni e che segnò e indirizzò tutta la sua vita:

“A 9 anni feci un sogno. […] apparve un Uomo venerando, nobilmente vestito. Il volto era così luminoso che non potevo fissarlo. Egli mi chiamò per nome e mi ordinò di pormi alla testa di que’ fanciulli aggiungendo queste parole: «Non colle percosse ma colla mansuetudine e colla carità dovrai guadagnare questi tuoi amici. Mettiti adunque immediatamente a fare loro un’istruzione sulla bruttezza del peccato e sulla preziosità della virtù»”.

(Giovanni Bosco, Memorie dell’Oratorio, LAS, Roma, 2011, pp. 62-63)

 Anche per Madre Mazzarello c’è una rivelazione che ha del misterioso e che, tuttavia, traccerà la sua missione e, quindi, anche la sua identità profonda:

 “Passava un giorno per Borgoalto, quando le parve di vedere di fronte un gran caseggiato con tutta l’apparenza esteriore di un collegio di numerose giovanette. Si fermò a guardare piena di stupore e disse fra sé: – Cosa è mai questo che io vedo? Ma qui non c’è mai stato questo palazzo! Che succede? – E sentì come una voce: «A te le affido». Maria si allontanò rapidamente di là e procurò di non ripensarvi; ma sì, quelle giovanette erano sempre lì quasi a chiamarla, specialmente ogniqualvolta era costretta a ripassare per quell’altura”.

(dalla “Cronistoria” dell’Istituto delle FMA).

Intuizioni. Segni di Dio nella loro storia, segni che non si erano costruiti da soli, che non erano illusioni o allucinazioni, parole a cui hanno creduto e che hanno tracciato la loro missione.

Dio si rivela, anzi, “ci rivela”, ci fa capire chi siamo e cosa siamo chiamati a fare.

Dio si fa sentire da chi ha il cuore docile, da chi “lascia fare” a lui, da chi cerca di fare ciò che piace al Padre, da chi non soffoca le intuizioni che non si è dato da solo, anche se non tutto il cammino è chiaro e tracciato sin dall’inizio.

Gesù, nel suo Battesimo, si fa uno di noi e il Padre approva totalmente quel gesto del Figlio amato. Per Gesù certo è avvenuto in modo unico e irripetibile, eppure anche di noi, in maniera differente, sebbene non poi così diversa, il Padre può compiacersi.

Che cosa grande: siamo chiamati a immergerci nella realtà condividendo il cammino di ogni uomo e a sentirci figli amati, a fidarci totalmente di Dio così da intuire la sua approvazione, da desiderare di renderlo contento, tanto da conformarci alla sua Parola.

Che cosa grande: lasciar fare a Dio perché ci purifichi, ci faccia sentire la sua voce e ci conduca dove la sua gioia corrisponde a ciò che è il meglio per noi.

Che cosa grande: sentire che Dio ci è Padre, che ci ama e che in noi si compiace, che noi possiamo rendere felice Dio di averci come figli, che Dio ci ama e ci manda ai fratelli perché tutti conoscano il suo amore.

E che cosa grande avere Gesù come maestro e come modello. “Lascia fare per ora”: Gesù ci dà l’esempio, egli chiede a Giovanni di non fermare quel gesto che dice l’amore trinitario che unisce il Padre e il Figlio e il Figlio ad ogni uomo e donna.

Che anche noi possiamo riconoscere, come Giovanni il Battista, che siamo noi ad aver bisogno di essere battezzati e che invece è Gesù che per primo ci viene incontro, affinché impariamo da lui cosa piace a Dio Padre.

Domenica dopo l’ottava del Natale

Domenica dopo l’ottava del Natale

Domenica dopo l’ottava del Natale

5 gennaio 2020 – Anno A

Vangelo di Luca 4, 14-22

Commento di suor Simona Bisin, FMA

 

Oggi Gesù realizza la buona notizia che libera l’uomo da ogni forma di chiusura per aprirlo alla vita in pienezza. Inizia il ministero di Gesù. Un ministero che annuncia il compimento di un’attesa, di una salvezza tanto desiderata.

 

Gesù torna in Galilea, torna a casa, nella sua terra, nel luogo che l’ha visto crescere e diventare uomo, tra la gente che ha vissuto accanto a lui per molti anni senza scorgere nulla di straordinario nel suo parlare e nel suo agire. Ma oggi ritorna in modo nuovo, “con la potenza dello Spirito”, e da esso si lascia guidare in atteggiamento di docilità.

 

Gesù entra in Sinagoga, spazio di condivisione della fede e compie i gesti usuali, tipici della religiosità di Israele. Gesù si mette in ascolto delle Scritture, si inserisce nel solco dei Profeti, ma questo rotolo nelle mani di Gesù e con la voce di Gesù si trasforma in qualcosa di più grande di una profezia antica. Oggi Gesù si presenta come compimento delle Scritture, benedizione di Dio e realizzazione delle promesse. Gesù sa interpretare le Scritture nell’oggi del presente e incarnarle nei gesti che, di lì a poco, renderà Lui stesso visibili: gesti carichi di vita, di bene, di liberazione, di misericordia.

 

È una storia che chiede di coinvolgerci in prima persona nella consapevolezza che l’ “Oggi” è l’ “Oggi” che Dio rivolge anche a me ogni volta che mi metto in ascolto della Parola di Dio.
Oggi, cioè qui, adesso, per me. Un oggi che vale sempre.

 

Gesù, all’inizio di un nuovo anno, ci invita a credere al suo messaggio e a farlo diventare strumento di discernimento per la nostra vita e le nostre scelte quotidiane. L’invito può essere quello di diventare amanti frequentatori della Parola di Dio perché questa diventi nutrimento per la nostra vita, guida ai nostri passi e si trasformi in gesti e in parole di benedizione e liberazione per noi stessi e per le persone che avviciniamo.

Solo così potremo diventare autentici testimoni del Suo Volto.

Battesimo del Signore

2^ domenica dopo il Natale

2^ domenica dopo il Natale

5 gennaio 2020 – Anno A

 

Vangelo di Giovanni 1, 43-51

Commento di suor Silvana Mascotto, FMA

 

In questo episodio, Gesù è deciso, sceglie, ordina: “Filippo, seguimi.”

E Filippo si fida, lo segue. Ma Gesù sa anche attendere.

Natanaele, a cui Filippo annuncia la scoperta di Colui che doveva venire, non è immediato nella sequela, pensa, si riserva delle perplessità che attinge all’esperienza ed esprime con chiarezza. Non teme giudizi, non teme di scalfire la fiducia dell’amico. Infatti Filippo ascolta i dubbi di Natanaele, non commenta, gli lascia tempo, anche se non demorde perché la sua percezione di chi sia Gesù è ferma.

L’intervento di Gesù crea un capolavoro di libertà comunicativa.

I personaggi sono tre. Gesù regala la sua stima a 360° a Natanaele. Filippo rimane nell’ombra. Natanaele con-testa, vuole avere un quadro preciso, chiede, non si ferma neppure al dono di apprezzamento ricevuto, vuole capire. Chiede, raccoglie informazioni.

E Gesù dialoga. Nulla di immediato, di scontato, nessuna folgorazione, solo un processo di conoscenza. Un’opera d’arte di modalità relazionali.

Uno, Filippo, ha già capito tutto, ha già scelto e propone all’amico.

L’altro, Natanaele, pur essendo amico, riflette, sonda. È la sua personalità, non poteva che comportarsi così, infatti Gesù dirà di lui ‘che non aveva falsità’. E Filippo accoglie l’amico con le sue considerazioni e anche col suo essere elogiato da Gesù. Filippo non si turba benché, nel contesto, forse si meritava una pacca sulla spalla, magari con un ‘beato te che hai creduto subito’!

Nessuno si scompone.

Natanaele, compiuta la sua indagine con il cuore sano che si ritrova, esprime con gioia il suo atto di fede, ormai convinto. E Gesù conclude l’incontro riaprendolo in un crescendo.

Non è finita lì, c’è dell’altro, c’è di più: dialogo, ricerca e “cieli aperti”!

Grande esempio di possibilità relazionale, di risposta alla fede, fatta di proposte, di ascolto, di attesa, di rispetto della differenza di ciascuno.

Quando è possibile? Quando l’amicizia, il dialogo, la ricerca è su ciò che conta e che, in ultima analisi, si chiama Gesù.

È l’essenziale, il non banale, che rende rispettosa e feconda la relazione.

Auguri per un anno generativo

Auguri per un anno generativo

Auguri per un anno generativo

“Ma nel mio cuore c’era come un fuoco ardente, trattenuto nelle mie ossa;
mi sforzavo di contenerlo, ma non potevo”.

 È una frase del profeta Geremia, nell’antico testamento.

 

Una frase che esprime con parole chiare e universali il tema del desiderio: qualcosa che ci attraversa, preme, ci spinge a uscire da noi stessi e ad andare oltre.

 

Non crediamo a chi ci dice che questo desiderio ha un nome, che può esserci qualcosa o qualcuno capace di soddisfarlo. È la forza della vita, che ci rende vivi facendoci uscire e aprire al mondo.
Quando questo desiderio incontra la realtà e si lascia fecondare possono nascere cose straordinarie: inedite, inaudite, imprevedibili – impossibili, secondo le categorie del già dato.

 

È questa la via di un cambiamento che sia veramente umano.
Che non si riduca a fabbricare (dove il soggetto è il protagonista assoluto, e tutto ciò che è altro da sé diventa oggetto manipolabile secondo i propri piani, a immagine di sé e dei propri limiti) ma sappia generare (mettere al mondo l’inimmaginabile, grazie ad altri e per altri).

 

L’augurio per il nuovo anno è che sia generativo:
capace di andare oltre le contraddizioni del presente,
nella consapevolezza che una nuova prosperità
potrà essere raggiunta solo cambiando la relazione
tra il desiderio che anima la vita di ciascuno
e l’organizzazione sociale, economica e istituzionale che ci circonda.

Con un’idea di libertà più ricca e consapevole,
capace di accettare il rischio di attraversare il vuoto che il desiderio ci spalanca davanti,
attraverso un’affezione creativa che, proiettata verso il futuro,
non pretenda di dominare ciò che ama.
Ma anche con la serena consapevolezza
che ogni equilibrio che ci pare di aver raggiunto è destinato a rompersi.
E che questo è un fiorire e insieme un passaggio.

Buon anno davvero nuovo!

 

 

Fonte: generativita

La generazione dei Neet

La generazione dei Neet

La generazione dei Neet

«I vostri figli vi stanno ponendo delle domande a cui non sapete rispondere»

 

Di Anna Spena per Vita.it

Lo scrittore Eraldo Affinati, fondatore della scuola Penny Wirton parla dei Neet e ne restituisce un’immagine inedita che ribalta quel luogo comune molto italiano de “sono tutti sfaticati” e mette al centro la persona.

Il termine Neet è un’invenzione piuttosto recente. Acronimo di Not in Education, Employment or Training è stato utilizzato per la prima volta nel 1999 in un documento del governo britannico.

Oggi si usa comunemente per indicare chi non è impegnato nello studio, né nel lavoro e neanche nella formazione. Partiamo quindi dal primo dato, sintetico e allarmante: nel 2018 in Italia, i Neet nella fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni sono pari a 2.116.000 e rappresentano il 23,4% del totale dei giovani della stessa età presenti sul territorio. L’Italia è la prima tra i Paesi europei per presenza di Neet, dove la media attuale è del 12,9% (sul numero di Vita magazine in distrubuzione l’inchiesta) . Lo scrittore Eraldo Affinati, fondatore della scuola Penny Wirton, ne restituisce un’immagine inedita che ribalta quel luogo comune molto italiano de “sono tutti sfaticati” e mette al centro la persona.

Come vive davvero un ragazzo che di fatto non ha prospettiva?

Ne ho conosciuti diversi di questi ragazzi: spesso sono figli di coppie benestanti dove apparentemente non esistono problemi. Tuttavia la famiglia a volte assomiglia a una mela che vista da fuori è bella lucida, te la mangeresti in pochi bocconi, ma poi dentro nasconde il verme. Cosa ne sarà di Valerio, che non ne vuole sapere di continuare ad annoiarsi sui banchi di scuola ma rifiuta anche di andare a lavorare nella macelleria del padre? Stiamo parlando di un ragazzo sveglio, uno di quelli che una volta sarebbero saliti in sella al destriero diretti contro il nemico senza paura di farsi ammazzare: ti guarda e gli si accendono gli occhi, uno che capisce tutto al volo e forse proprio per questo, paradossalmente, rifiuta il sistema di valutazione che di fatto l’ha già condannato alla serie cadetta. Come finirà Francesco che a venticinque anni cincischia con gli esami di anatomia e sta tutto il giorno a casa a picchiettare sui tasti del computer alla ricerca di qualche lavoretto? I suoi genitori, preoccupati, non sanno cosa fare. Alle dieci di mattina, ancora in pigiama, inzuppa il biscotto nel latte come faceva da bambino. Eppure io mi ricordo che alle spiegazioni era attento, non saltava nemmeno una riga leggendo Jack London, prendeva persino gli appunti sul quaderno coi disegni dei samurai, non avevo mai l’impressione di perderlo, così carico d’energia vitale, pronto alla battuta, ironico, scaltro, senza titubanze.

Cosa non siamo in grado di vedere e di raccontare di questi giovani?

Quando arrivano certi genitori disperati alla ricerca di un aiuto perché non sanno come fare coi loro ragazzi che hanno abbandonato gli studi e stanno tutto il giorno soli a casa seduti davanti al computer, io guardo questi padri, queste madri, e penso: i vostri figli vi stanno ponendo delle domande a cui voi non potete né sapete rispondere. Cose grosse: riguardano il senso del nostro stare al mondo, i valori che abbiamo deciso di perseguire.

Nel mio ultimo libro, Via dalla pazza classe, parlo di questo. Gli adolescenti, nella loro inconsapevolezza, ci mettono con le spalle al muro. E’ come se ci dicessero: ma siete proprio sicuri che questo sia il migliore dei mondi possibili? E se invece fosse un inganno? Un quindicenne può fare soltanto le domande. Siamo noi che dovremmo rispondere. Ma siamo troppo fragili e insicuri per farlo.

Perché la società si allarma solo quando vengono resi pubblici i dati delle ricerche?

Ci si allarma di fronte al suicidio di un ragazzo, oppure a un gesto di violenza, ma in quel momento è troppo tardi per intervenire. I dati generali accendono una luce rossa ma non rivelano granché in quanto ogni situazione è diversa. Per questo le spiegazioni sociologiche non mi hanno mai convinto.

Non è riduttiva la traduzione di “neet” come ‘ragazzi che non studiano e non lavorano? La questione vera non è capire perché né studiano né lavorano?

Certo. Questa dovrebbe essere la vera questione. Ma per capire perché un ragazzo non studia né lavora dovremmo scendere, uso un’immagine di Papa Francesco, nella sua ‘notte spirituale’. Conoscere l’adolescente, parlare con lui, fronteggiarlo, affrontando la sfida che ci lancia, anche combatterlo, offrirgli delle concrete possibilità. Dove sono gli adulti credibili in grado di fare questo? Non c’è niente che possa colpirmi come vedere la mortificazione di un giovane.
Al solito sarebbe facile chiamarsi fuori dicendo: io non c’entro. Ma quanti sentieri abbiamo tracciato per quelli come Valerio? Quali stelle ancora oggi vogliamo indicargli? Ammesso e non concesso che lui possa trovare un lavoro, in che mondo gli stiamo chiedendo di vivere? Uno scenario urbano di palestre e circonvallazioni, piccoli e grandi schermi, lacrime finte, sorrisi di plastica, valori infangati, fedi distrutte, cibi leggeri e saporiti. Pensiamo sul serio che tutto questo possa bastare per trasformare un ragazzo in un “homme ideal”?

Quali sono le forze e gli strumenti da mettere in campo per ricominciare?

Dobbiamo stabilire le condizioni per realizzare una nuova esperienza superando le illusioni della civiltà digitale. Portare i ragazzi nel fuoco della controversia per farli uscire dal torpore.

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