Il comandamento dell’Amore secondo Saint Exupery

Il comandamento dell’Amore secondo Saint Exupery

Proponiamo una declinazione originale di A. de Saint Exupery del comandamento dell’amore contenuta nel Vangelo…Amare chi riteniamo nemico, amare chi sentiamo distante, amare tutti, sempre. Perché come diceva Etty Hillesum: ” non esiste alcun nesso causale tra il comportamento delle persone e l’amore che si prova per loro “

 

Io ti sconsiglio la polemica poiché essa non approda a nulla.

Prima di polemizzare contro quelli che s’ingannano poiché rifiutano le tue verità in nome delle proprie evidenze, pensa che agendo in tal modo tu rifiuti la loro verità in nome della tua evidenza. Accogli. Prendili per mano e guidali.

Devi dire loro: “Avete ragione, saliamo tuttavia la montagna”, e così stabilisci l’ordine ed essi respirano nella vastità che hanno conquistata. Infatti come possono gli uomini rendersi conto delle loro azioni se non hanno faticosamente scalato la montagna nella solitudine per tentare di divenire nel silenzio?

È chiaro che solo Dio piò conoscere la forma dell’albero. Un albero si fonda inconsciamente. E solo chi fa il profeta sulla montagna se ne rende conto.

Tu ami perché ami. Non esiste alcuna ragione per amare. L’unico rimedio è creare poiché tu fonderai la loro unità soltanto sui movimenti del loro cuore. E quel canto che darai loro sarà una ragione profonda per agire.

Antoine de Saint-Exupéry

 

Moni Ovadia: «Il pugno di Francesco è lungimirante»

Moni Ovadia: «Il pugno di Francesco è lungimirante»

La libertà di espressione e la satira.
Tutto è lecito? Non ci sono limiti?

Vi proponiamo questo articolo per dare un contributo interessante a tutto il dibattito suscitato dai fatti di Parigi

Moni Ovadia: «Il pugno di Francesco è lungimirante»

di Lorenzo Alvaro

Per lo scrittore la battuta del Pontefice non è casuale né ingenua: «è stato un modo con cui non solo ha chiarito che come Papa difende la Chiesa ma anche che non è indifferente al ridicolizzare le fedi, il tutto però sdrammatizzando. Oggi si tende a commentare tutto in diretta. Dovremmo cominciare a riattivare l’uso del cervello e lasciare da parte le budella»

Il grande dibattito che l’attentato alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi ha scatenato in Occidente è in particolare sulla libertà di espressione e sulla satira. Tutto è lecito? Non ci sono limiti? Proprio nel mezzo di queste discussioni è arrivata una battuta del Papa che è deflagrata come una bomba. Il Pontefice dopo aver chiarito che non si può uccidere in nome di Dio e chiarito che l’irrisione della fede è sbagliata ha concluso «se insulti la mia mamma, ti tiro un pugno». Per riflettere su questi temi abbiamo chiamato lo scrittore Moni Ovadia noto, tra le altre cose, in particolare per essere un formidabile raccontatore di barzellette ebraiche.

Moni Ovadia

Cosa ne pensa di questo dibattito sulla libertà di espressione?
Il primo emendamento della costituzione degli Stati Uniti dice che non si può arrestare nessuno prima che abbia parlato. E secondo me è sacrosanto. Quindi le censure non si possono fare a priori. Secondo me poi non si possono fare neanche a posteriori, a meno che non si rintracci una qualche forma di diffamazione o calunnia. Nel qual caso ci sono le leggi.

Secondo lei, al di là della legge, esiste un limite non valicabile?
Il limite da porre alla libertà di espressione è certamente un problema. Ad esempio, se io ridicolizzo una vittima di pedofilia, irridendone le esperienze e la sofferenza, come verrebbe preso? O se facessi satira sulle vittime della Shoah che cosa accadrebbe? È chiaro che ci deve essere un limite, ma deve essere etico, affidato alla coscienza di ognuno. Non può essere stabilito per legge.

C’è poi un’altra faccenda sul tavolo. Qual è l’oggetto della satira?
Certamente. Se io prendo in giro Ruini su, ad esempio, l’eterologa, a mio avviso sto facendo satira. Nel senso che il prelato che vuole intervenire sulle questioni che afferiscono alla sfera politica può essere un tema satirico. Ma se comincio a irridere la Vergine Maria o Gesù Cristo sto irridendo valori sacri. Qualcosa che è al di sopra di un chierico e delle sue azioni. E questo vale anche per l’ebraismo e per l’Islam. Sparare a zero con la satira su certi atteggiamenti dei rabbini in Israele è sacrosanto. Irridere la Torah invece no. Lo stesso vale per l’Islam. Nel caso dei mullah, è giusto poter essere satirici, anche in modo aggressivo. Maometto invece è un’altra cosa. Non per ragioni politiche, di politically correct o riverenza nei confronti del potere, sia chiaro. Si tratta di rispettare la fede autentica.

Insomma la satira colpisce vizi, atteggiamenti e peccati, non persone o simboli?
Esatto. La satira deve irridere i comportamenti non le figure. Io, ad esempio, sono stato personalmente molto contrario alla satira nei confronti di Brunetta, che si concentrava a colpirne le fattezze fisiche. Non è giusto fare satira su un handicap. Anzi, non credo sia proprio satira.

Un argomento che non vale solo per la satira ma per il concetto di libertà in generale. Libertà non può essere fare quello che si vuole…
Uno dei vizi di questo nostro mondo è quello che si pensa di poter fare qualunque cosa, l’importante è non dare fastidio. Invece, anche se non ci sono conseguenze di legge, non tutto è lecito. O la libertà ha contenuto o diventa arbitrio. E aggiungo che l’attenzione alle sensibilità altrui non è illibertaria ma un esercizio intelligente della propria libertà.

E poi c’è il famoso pugno del Papa. Che ne pensa?
Io credo che abbia pensato a sé da ragazzo. Quando, probabilmente faceva a botte nelle periferie di Buenos Aires come tanti suoi coetanei. Ha fatto riferimento al “vilipendio” della mamma, che in castillano è una cosa estremamente pesante. Per altro dal punto di vista cattolico, guardando al comportamento di Gesù, non è una cosa così strana. La cacciata dei mercanti dal tempio lo fa prendendoli a pedate e bastonate. E il motivo era proprio la mancanza di rispetto per la fede. Gesù non fu tenero e mostrò molto vigore. In ogni caso ritengo che quella battuta sia stato un seme sapiente di lungimiranza.

Lungimiranza? Perché?
Quella battuta dice in una sola volta tre cose a tre mondi diversi.
La prima è rivolta ai cristiani e dimostra come il Papa difenda la fede da chi la attacca.
La seconda è rivolta al mondo occidentale e cattolico e tende a sdrammatizzare e stemperare la grande tensione.
Infine la terza è rivolta ai musulmani comunicandogli che i cristiani non sono indifferenti alle questioni delle offese alla fede, ma chiarendo che non si può uccidere in nome di Dio.
C’è poi un messaggio universale che potrebbe essere il quarto aspetto. Tutto il mondo capisce la differenza tra i terroristi che uccidono e il Papa che, pur con fermezza, fa una battuta di spirito.

A me ha ricordato Don Camillo di Guareschi…
Si è molto doncamillesco ma, ribadisco, anche molto lungimirante. Perché questa battuta in sostanza mira ad evitare la contrapposizione tra cristiani e musulmani. Credo sia stato un atteggiamento molto intelligente per stemperare la violenza. Altro che alimentarla. Comunque sono convinto che il problema, nella comprensione di quello che succede è che siamo diventati tutti troppo frettolosi. Arrivano le cose e noi le giudichiamo al volo. Bisognerebbe cercare di ragionare di più, confrontarsi. Riattivare l’uso del cervello e lasciare da parte le budella.

Don Bosco tienici lontano dalle mormorazioni!

Don Bosco tienici lontano dalle mormorazioni!

C’era una cosa che Don Bosco proprio non sopportava.
Stiamo parlando della mormorazione, della critica, della lamentela.

C’era una cosa che Don Bosco proprio non sopportava. Non la giustificava in nessun caso e da parte di nessuno, né giovani, né salesiani.
Persino in punto di morte la raccomanda nel suo testamento spirituale. Stiamo parlando della mormorazione, della critica, della lamentela.
Definisce la mormorazione come la peste peggiore da fuggirsi. Raccomandava: “Si facciano tutti i sacrifici possibili, ma non siano mai tollerate le critiche”.
Quale sapienza spirituale si nascondeva dietro a questa raccomandazione ma possiamo definirlo un vero e proprio divieto di Don Bosco?

Lo traduciamo nel linguaggio di oggi per comprenderne appieno il senso!
E nella speranza di riuscire a mettere in atto una comunicazione positiva e costruttiva!

 

Ecco che ci ritroviamo al mattino, con un caffè in mano, al bar o in ufficio, o a scuola, ad ascoltare il nostro collega che si lamenta di come vanno le cose “Avanti di questo passo, chissà dove andremo a finire!” “Il mondo va a rotoli!” “L’economia ci sta mettendo in ginocchio!”. Noi annuiamo senza nemmeno renderecene conto e rinforziamo la lamentela.

La qualità delle vibrazioni emesse quando siamo in presenza di persone che si lamentano o che chiacchierano senza un fine costruttivo e propositivo, ha un effetto nocivo sui neuroni del nostro cervello. La lagnanza e la chiacchiera sono il frutto di una strategia di sopravvivenza, adottata dal nostro inconscio per liberarci di stati mentali ed emotivi aberranti, che va a discapito di chi ne subisce l’influsso passivo.

È stato scientificamente provato che le onde magnetiche caratteristiche di lamentela e chiacchiera spengono letteralmente i neuroni dell’ippocampo preposti tra l’altro alla risoluzione dei problemi. Rimanere esposti per più di trenta minuti a lagnanze, negatività e chiacchiere superflue provoca danni effettivi a livello cerebrale, sia che provengano da persone in carne ed ossa, che dai media, in primis la televisione.
Cosa fare di fronte a manifestazioni di questo genere? I media si possono spegnere.
Con le persone, se proprio non si può fuggire, si può cercare di dirottare la conversazione verso argomenti propositivi, o addirittura, suggerire molto diplomaticamente al lamentoso, di fare tre respiri profondi, espirando forte con la bocca.
Naturalmente noi stessi dovremmo evitare di cadere in lagnanze e inutili chiacchiere, consapevoli del fatto che oltre a nuocere chi ci sta intorno, stiamo letteralmente sprecando energia che può essere trasformata.

Concretamente cosa succede quando ci lamentiamo?

Fiosiologicamente, le cellule del nostro cervello si specializzano con contenuti di basso livello, perdendo nel tempo in creatività e capacità di risolvere le situazioni critiche, uscire dalle difficoltà e mettere in moto l’inventiva, cosa che si sviluppa normalmente nelle persone che invece di scegliere la lamentela, trasformano le “crisi” in opportunità: un cervello in movimento, volto continuamente a creare, permette nell’insieme di essere più consapevoli.

Spiritualmente abbassiamo il nostro livello di coscienza e compromettiamo la luce, la gioia della nostra anima.

Energeticamente sappiamo bene che dove il pensiero va, l’energia fluisce e crea! Più i miei pensieri sono orientati alla mia sfortuna, alla crisi e il lavoro che scarseggia, al politico che si fa le vacanze di lusso alla faccia del popolo che muore di fame eccetera, più sto nutrendo di energia quella determinata situazione. Psicologimente si creerà un circolo vizioso, per cui tali pensieri, diverranno l’unica realtà possibile, moltiplicando le situazioni attorno a me a conferma di questo.

Può capitarci di vivere in contesti nei quali siamo sottoposti a forti pressioni e disequilibri, ambienti carichi di stress e negatività che agiscono come dei veri e propri virus, su tutti i fronti – mentale, emozionale e fisico.

È altresì vero che più innalziamo il nostro livello energetico più la realtà circostante reagisce alla nostra qualità vibrazionale. Non solo attraiamo nella nostra vita situazioni e persone affini a ciò che siamo, ma influiamo positivamente anche sullo stato dell’ambiente che ci circonda e sulle persone con cui ci relazioniamo.

(Articolo dal Web)

Il 2015, l’anno del Piccolo Principe

Il 2015, l’anno del Piccolo Principe

L’immagine del Piccolo Principe è l’emblema dell’infanzia, lo stato di grazia ritrovato, così prezioso perché raro,

Il 2015 sarà, tra l’altro, anche l’anno del Piccolo Principe.

Come se non bastasse il suo straordinario e molto longevo successo planetario (Wikipedia parla di edizioni in 220 lingue e 134 milioni di copie vendute in tutto il mondo), Il Piccolo Principe sembra destinato nel 2015 a un ancor più eclatante exploit. Il libro più celebre dello scrittore ed aviatore francese Antoine de Saint-Exupéry, una specie di favola filosofica sul senso della vita e sullo sguardo innocente ma profondo dell’infanzia, conoscerà in questi mesi diverse nuove pubblicazioni e anche un adattamento cinematografico.

Ripercorriamone insieme il messaggio:

Questo capolavoro, ormai un cult della letteratura europea e non, è amato da generazioni di diversa cultura, lingua e trasversalmente piace a piccoli ed adulti.

La trama è ben nota, basta solo accennarla. Un pilota a causa di un guasto del suo aereo è costretto ad atterrare nel deserto del Sahara: nella vastità sabbiosa del deserto, nella solitudine a mille miglia da una qualsiasi regione abitata, nel silenzio totale, assoluto, improvvisa, una strana vocetta: “Mi disegni, per favore, una pecora?”
Il ragazzino è Il Piccolo Principe che ha abbandonato il suo pianeta nativo, poco più grande di una casa, e vaga per gli spazi, incontra personaggi bizzarri che impersonano vari aspetti dell’animo umano.
Nel nostro pianeta indaga non solo sull’amore, l’amicizia, ma anche sul senso dell’esistere e della morte. La sua apparizione è così tanto misteriosa quanto la sua scomparsa.

Fin qui la storia, esile come il filo delle Parche, ma intensa e profonda quanto la vita di una persona.

La figura del Piccolo Principe nella sua essenza di completa innocenza accarezza il nostro animo di lettori e ce lo fa amare sin dalla prima comparsa in scena. Come non intenerirsi al suo bisogno di affetto, come non partecipare alla sua dolente e disperata solitudine: tutto ciò che ha compreso ce lo insegna con il linguaggio di chi sa che “si vede bene solo con il cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi.”

L’immagine del Piccolo Principe è l’emblema dell’infanzia, lo stato di grazia ritrovato, così prezioso perché raro, così possibile quando sarebbe impossibile. È un paradosso affermare che il libro è destinato o era destinato ai bambini perché non è necessario che si insegni a loro i valori autentici che noi adulti pedissequamente ripetiamo, siamo noi adulti che li dimentichiamo negli atti quotidiani e che abbiamo bisogno di recuperarli ritornando bambini con la mente e il cuore.

In uno stile così semplice, quasi disarmante, privo di sovrastrutture lessicali, l’autore ci pone davanti a verità incontrovertibile, a considerazioni assolute ed universali, stupefacenti perché suggerite da un fanciullo.

La lettura di questo breve scritto rinfranca la mente e come una sorgente d’acqua pura ci spiana l’animo e ci dispone agli altri e a considerare che quello che ci sembra così tanto importante da occupare spesso la nostra esistenza, forse, forse… anzi proprio, non lo è.

Tanti critici hanno analizzato, questo racconto, hanno scritto fiumi di definizioni, parole difficili, interpretazioni tra le più disparate, ma il fascino di questa opera è che attraversa il tempo e le generazioni mantenendo intatto il suo linguaggio poetico, l’autentica meraviglia di chi l’ha scritto.

 

Don Bosco: un “best-seller” tutto da scoprire nel Bicentenario

Don Bosco: un “best-seller” tutto da scoprire nel Bicentenario

Che ne dite se, in questo anno speciale, cerchiamo di rileggere la vita di Don Bosco per scoprire come Dio abbia composto un capolavoro d’amore per i giovani attraverso il suo carisma?

 Iniziamo…

“Questi è il discepolo che testimonia queste cose e le ha scritte, e noi sappiamo che la sua testimonianza è vera. Vi sono ancora molte altre cose compiute da Gesù che, se fossero scritte una per una, penso che il mondo stesso non basterebbe a contenere i libri che si dovrebbero scrivere.”

Così l’apostolo Giovanni, in catene sull’isola greca di Patmos a causa della Fede, conclude il suo Vangelo. L’Evangelista parla certamente dei libri che noi tutti conosciamo, che quotidianamente abbiamo tra mano, i testi che ci vedono impegnati a scuola, quelli che troviamo riposti e classificati negli scaffali delle biblioteche o che nuovi e accattivanti, scorgiamo nelle vetrine delle librerie. Eppure nel mondo vi sono altri libri, libri molto speciali, avvincenti ed affascinanti, che pagina dopo pagina continuano, in modo sempre nuovo, a parlarci di Gesù.

Questi best-seller sono…. I santi! Le vite dei santi sono pagine vive, esistenze che, giorno dopo giorno, rendono in certo modo Gesù un “nostro contemporaneo”. Le vite dei santi sono le pagine su cui, con creatività infinita,

Dio scrive la storia del Suo Amore. Come diceva S. Giovanni XXIII “non è il Vangelo che cambia, siamo noi che cominciamo a comprenderlo meglio”. I santi ci aiutano in questo, sono una specie di “dizionario vivente”, che ci aiuta a riconoscere e a comprendere la voce di Dio che parla nella nostra vita. I santi sono un Vangelo vivente, raccontano con l’infinita varietà delle loro vite l’unico mistero della Vita. Un’unica Storia d’Amore, scritta in diverse lingue, con differenti alfabeti, con stile sempre nuovo. Dio è uno Scrittore dalla fantasia inesauribile, un Editore dall’energia infaticabile: la Sua collana editoriale “Santi” da duemila anni in libreria non smette di meravigliarci, sembra non risentire affatto della crisi economica, continua a stupirci con geniali ed inattese pubblicazioni.

“Da mihi animas, coetera tolle”:
questo il titolo, affascinante e misterioso,
di uno dei più grandi successi editoriali della storia.

Iniziato nel 1815, la sua stesura impegnò l’Autore per ben 73 anni, fino al 1888, quando il capolavoro fu dato alle stampe, nella sua versione definitiva. E’ il racconto di un “Primo Passo”: il “Primo Passo” dell’Amore di Dio per i giovani.

E’ la storia, anzi la vita, di Don Bosco, “Il Primo Passo” di Dio verso i giovani.
Un santo da invocare, un esempio da imitare, un cuore da amare, ma anche una vita da conoscere, da scoprire e riscoprire.

Come accade per il Vangelo, di cui spesso conosciamo solo alcune pagine, così anche della vita di Don Bosco forse non sospettiamo l’inesauribile ricchezza, custodita nella quotidianità dei giorni, come le vene d’oro nascoste nel cuore della roccia.

(Matteo Rupil SDB)

200 anni con Don Bosco, via alle celebrazioni (Avvenire)

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