Catholic Voices Italia

Catholic Voices Italia

Come difendere la fede senza alzare la voce

Curiosando nella rete mi sono trovata inaspettatamente sul sito di Catholic Voices Italia, fondato da Martina Pastorelli ex giornalista televisiva.

L’idea si ispira da un’analoga iniziativa inglese Catholic Voices, che fu creata nel 2010 in occasione della visita di Papa Benedetto XVI nel Regno Unito, quando 24 cattolici laici e un sacerdote ricevettero per sei mesi una formazione ad hoc in vista dell’esposizione mediatica dell’avvenimento. Un centinaio di interviste rilasciate in pochi giorni a radio e tv spinse gli organizzatori a creare una struttura permanente ed il progetto è stato successivamente adottato da molti altri Paesi.

Il debutto in Italia è avvenuto nell’autunno 2014, con l’uscita del libro “Come difendere la fede senza alzare la voce” e l’avvio, a Roma, presso la Pontificia Università della Santa Croce, del corso di formazione delle prime voci: si tratta di una decina di personalità cattoliche – laiche e non – che intervengono nel dibattito pubblico o sono attive nella società civile.

Il suo obiettivo è aiutare a trasmettere, attraverso i mezzi di comunicazione, il punto di vista cristiano sulle tematiche di attualità senza arroganza da un lato né ingenuità dall’altro, utilizzando linguaggi e modi adatti.

Catholic Voices Italia nasce con l’idea di rispondere allo spirito dei tempi dove in una società sempre più secolarizzata, la Chiesa non ha automaticamente legittimità o credibilità, ma deve conquistarsele sul campo argomentando il suo impegno per il bene comune e per la dignità della persona. Capire è gestire i media dove l’influenza della comunicazione di massa rende l’attenzione dei media un’opportunità e anche nelle situazioni apparentemente più critiche e polemiche ci si può far capire, a patto di conoscere il linguaggio e le esigenze dei mezzi di informazione.
Non bisogna mai dimenticare che noi siamo il messaggio, insieme al contenuto, il metodo più efficace per evitare ostilità e stemperare pregiudizi è proprio un atteggiamento autenticamente cristiano, aperto e rigoroso ma pacato anche di fronte alle provocazioni, e mai supponente.

Elemento centrale della formazione di Catholic Voices è il metodo del reframing, che consente di uscire dai ruoli stereotipati che talvolta sono attribuiti alla Chiesa e ai cattolici nel dibattito pubblico; di reimpostare le questioni nevralgiche facendo appello a quei valori cristiani che sono contenuti (spesso inconsciamente) nelle critiche mosse alla Chiesa e di spiegare la posizione cattolica nella sua ottica di bene comune e comunicare la bellezza e la verità autentiche della tradizione cristiana.

Buona navigazione!

Fonte: catholicvoicesitalia.it

La catechesi è educazione alla carità

La catechesi è educazione alla carità

La I giornata mondiale dei poveri proposta da Papa Francesco che, per la prima volta, sarà domenica 19 novembre 2017, provoca anche la catechesi ad allargare ulteriormente il cuore di bambini, ragazzi e genitori, così come dei catecumeni, alla carità.

Navigando nella rete ho trovato una riflessione di don Andrea Lonardo che, partendo dalla sua esperienza di parroco (e non solo)  ha scritto un articolo sul suo blog GliScritti, lasciando ai suoi lettori proposte, esperienze da condividere e qualche passo concreto per le comunità.

L’articolo completo lo trovate sul blog GliScritti – “La catechesi è educazione alla carità”

Buona lettura

Eleonora FMA

 

1) I catechisti, la Caritas parrocchiale e il gruppo missionario parrocchiale

Innanzitutto, ho imparato che è bene che i catechisti e i collaboratori [2] della Caritas parrocchiali, ma anche quelli del gruppo missionario, si trovino insieme per proporre un cammino condiviso. […] Solo da un incontro dei diversi responsabili può nascere quel clima fecondo che genera esperienze di carità condivise da tutti.

In vista della Giornata mondiale dei poveri, allora, il primo suggerimento è che i diversi responsabili dell’animazione della carità si incontrino in parrocchia con i catechisti per costruire progetti comuni di servizio.

2) Differenziare il Centro d’ascolto dalla distribuzione di cibo e pacchi

In parrocchia è importantissimo differenziare il Centro d’ascolto dal Centro di distribuzione di aiuti, entrambi animati dalla Caritas parrocchiale, di modo che ogni persona in difficoltà possa essere conosciuta e ascoltata, prima di offrirle un aiuto. […]

 

3) Il coinvolgimento dei genitori della catechesi quando era stato elaborato un progetto di aiuto: chiedere ai professionisti il dono delle loro competenze e far loro incontrare i poveri

L’ascolto portava, ad esempio, a comprendere che la persona, a seconda dei casi, non aveva un dentista che gli curasse la bocca o un avvocato che lo aiutasse nell’ottenere la cittadinanza o la pensione, o un ufficiale del Municipio cui rivolgersi per avere un aiuto per i genitori ormai anziani (e così via).

Ci si rivolgeva allora ai genitori della catechesi o agli adulti della parrocchia chiedendo ad un dentista o ad un avvocato o ad un ufficiale dell’amministrazione di mettere a disposizione gratuitamente qualche ora per incontrare la persona in difficoltà e aiutarla a risolvere il caso.

Ecco qui un ulteriore suggerimento nel rapporto fra animatori della carità e catechisti. Mons. Di Liegro ripeteva spesso: “Io chiedo a un professionista non tanto di diventare catechista, quanto di regalare qualche ora di prestazione professionale per aiutare gratuitamente una persona che non si può permettere di pagare uno specialista”.
A partire da questa intuizione i genitori delle Comunioni o delle Cresime che avevano quella specifica competenza potevano così aiutare una determinata persona suggerita dal Centro d’ascolto Caritas: si mettevano a servizio proprio con la loro capacità professionale. […]

 

4) Le diverse comunità etniche presenti sul territorio e l’incontro con esse

Importantissimo è poi, nella mia esperienza, il coinvolgimento delle comunità etniche presenti nel territorio della parrocchia con i loro cappellani. Spesso, nei diversi quartieri, sono presenti determinate etnie, perché i migranti sono abituati a vivere gli uni vicini agli altri. La parrocchia, quando ero parroco, aveva creato un rapporto stabile con il cappellano dell’etnia presente in parrocchia (molti aiutavano gli anziani o lavoravano nelle case) e insieme al cappellano e ai suoi collaboratori si organizzava una festa nel quale la parrocchia e quell’etnia si ritrovavano insieme per una celebrazione, per uno scambio di esperienze e per una cena comune nella quale venivano cucinati cibi dell’una e dell’altra cultura.

Questo permetteva un incontro reale, ci si rendeva conto dei problemi del migranti che risiedevano nel territorio, li si aiutava ad incontrarsi con il loro cappellano e si proponeva anche un cammino comune per i bambini nell’oratorio estivo.

L’incontro era così ancora una volta fraterno e personale e le famiglie si conoscevano le une con le altre, condividendo ciò che cucinavano con semplicità. La stessa catechesi dell’Iniziazione cristiana vedeva insieme bambini italiani e bambini figli di migranti di culture diverse: come è evidente a tutti, i bambini, nella loro semplicità, aiutano anche gli adulti a dialogare e a condividere le stesse esperienze.

 

5) I gruppi missionari, le adozioni “ecclesiali” a distanza e l’incontro con i missionari

Fondamentale è anche la valorizzazione dei gruppi missionari presenti in parrocchia (o la creazione di un tale gruppo, nei casi in cui mancasse.) Guai a dimenticare che la carità è animata non solo dalla Caritas parrocchiale ma anche dai gruppi missionari. Nella parrocchia nella quale ero parroco erano sorti spontaneamente legami con ben quattro nazioni (due africane e due dell’America latina), grazie ad alcuni laici e alle suore che offrivano il loro servizio in parrocchia.

Anche qui proprio la presenza personale di queste famiglie, così come delle suore, facevano sì che ad ogni viaggio nelle missioni quell’esperienza venisse poi condivisa, raccontando anche ai bambini e alle famiglie della catechesi quanto era avvenuto.

Riflettendo insieme alle comunità di quei luoghi e alle famiglie che facevano da tramite, giungemmo alla decisione di non proporre più adozioni singole di bambini a singole famiglie della parrocchia, bensì di proporre quelle che chiamammo “adozioni ecclesiali”, in una sorta di “gemellaggio” tra due comunità. […] Si superava così anche il problema che era sorto in precedenza di bambini che chiedessero sempre più cose solo per sé o di famiglie che scoprivano il fallimento del loro aiuto perché il bambino da loro “adottato a distanza” interrompeva senza spiegazioni il cammino scolastico. Era, invece, una comunità che aiutava un’altra comunità e si metteva in conto che ci sarebbero stati fallimenti e succesi e che tutto andava condiviso insieme.

Questa forma delle “adozioni ecclesiali” e non “personali” venne suggerita dagli stessi missionari con cui eravamo in contatto da anni. La loro esperienza, infatti, li aveva portati alla conclusione che, quando si tratta di bambini, è meglio far sentire loro che una intera comunità di famiglie sostiene un intero gruppo di un villaggio. Questo aiutava le persone ad essere più solidali nel cammino e a non cercare aiuti solo per qualcuno a discapito di altri, ma per tutti insieme.

Inoltre le “adozioni ecclesiali” permettevano l’elaborazione di un progetto, in modo che l’aiuto non fosse solamente un’elemosina, ma avesse come corrispettivo la richiesta di impegnarsi per una maturazione, nello studio. Erano, infatti, i responsabili del gruppo aiutato che mandavano i risultati complessivi dell’intera classe, facendo sentire ai bambini che avevano a cuore tutto questo.

Importante era poi che tutti i partecipanti ai progetti di adozione incontrassero i missionari, quando venivano in Italia, per permettere loro di raccontare a tutti la loro esperienza.

6) L’eucarestia domenicale, il “luogo” dell’accoglienza

Desidero infine sottolineare come proprio l’eucarestia domenicale sia il luogo dell’accoglienza e della piena integrazione. Voglio anche qui fare riferimento alla mia esperienza di parroco e vice-parroco, a partire dall’incontro con persone con disabilità, ma l’esempio permette di comprendere come tale discorso si possa e si debba allargare all’accoglienza più in generale.

La celebrazione domenicale è, infatti, quel momento importantissimo nel quale la chiesa madre accompagna le famiglie che hanno figli con disabilità. Quell’appuntamento domenicale fa incontrare tutti i genitori insieme – ognuno con la propria fatica e la bellezza della propria vocazione – e fa sì che essi si conoscano e che imparino a condividere la crescita dei figli.

La bellezza del rito, il canto, i gesti, aiutano tutti, anche i bambini con disabilità, a scoprire quanto la vita di ognuno sia preziosa non solo agli occhi di Dio, ma anche per i fratelli.

L’assemblea liturgica della Messa dell’Iniziazione cristiana non solo si abituerà a qualche parola o gesto talvolta imprevisti, ma ancor più ad apprezzare proprio quella presenza che ci chiede ancor più di essere comunità che cammina insieme.

Mi colpì una volta una amica che mi disse: “Don, io avevo paura di accostarmi alle persone con disabilità, non sapevo cosa dire, che gesti compiere. Stando con loro abitualmente nella celebrazione domenicale, ho imparato a relazionarmi con loro, ho compreso la loro gioia e l’importanza della loro presenza”. […]

7) La Giornata mondiale dei poveri e le proposte condivise in questo testo

Con queste brevi notazioni abbiamo inteso semplicemente aiutare i catechisti a riflettere su alcune possibilità concrete che ogni comunità parrocchiale può valorizzare perché l’Iniziazione cristiana sia ancor più educazione alla carità, alla fede e alla speranza.

La Giornata mondiale dei poveri, istituita da papa Francesco per essere celebrata per la prima volta il 19 novembre 2017 e poi ogni domenica precedente la domenica di Cristo re, è un’occasione per approfondire in ogni parrocchia la collaborazione fra i catechisti e i collaboratori della Caritas parrocchiale, dei gruppi missionari, del servizio ai migranti e dell’integrazione di ogni “piccolo” amato dal Signore e per poter servire tutti insieme chi è più debole, povero e solo.

di don Andrea Lonardo

Fonte: Gliscritti.it

Fake news

Fake news

Finalmente la riflessione culturale sta aprendo gli occhi sui pericoli delle fake news (le notizie false!!!) che sono come le mine nel campo della democrazia.

Sono come gocce velenose che affondano le loro radici nella Rete e stanno inquinando l’acqua buona. In più intrappolano i fruitori delle notizie in un “eterno presente” senza memoria. Non sembra vero, appunto sembrerebbe una fake news, eppure è verissimo! Rischiamo di credere più al falso che al vero, a ciò che è accaduto.

Un giornalismo spesso inadempiente della sua missio che è quella di costruire servizio pubblico e far crescere un’opinione pubblica fondata sui principi democratici, ma anche una serie di comunicatori che si improvvisano giornalisti. E lo fanno male. Anzi dicono il falso. Poi gli interessi degli investitori: più clik ricevono nei siti dove la gente è intrappolata dalle notizie false, più investono.

Un contesto cambiato

È la complessità dei numeri a dimostrare cosa è cambiato: ogni giorno vengono spedite 300 miliardi di mail, 25 miliardi di sms; 500 milioni di foto, si producono 10 alla 21° bytes, l’equivalente di 321 miliardi di volte «Guerra e Pace» (Fonte Rasetti). Ma c’è di più. La quantità di informazione che è stata generata dall’inizio dell’umanità fino al 2003 (immagini, foto, musica, testi ecc.), — ha affermato uno dei responsabili di Google —, viene oggi riprodotta nell’arco di sole 48 ore. È in mezzo a questa valanga di dati e nel rinchiudersi nei social network in gruppi in cui tutti la pensavo allo stesso modo che attecchisce la cultura della post-verità nell’opinione pubblica. Lontana dai fatti. Nutrita da emozioni e da credenze. Con un fine chiaro: alimentare le paure e consolidare le identità. È il linguaggio utilizzato dai populismi in cui l’idea (astratta), una sorta di “spirito puro” di matrice hegeliana, è superiore a qualsiasi fatto (concreto).

Insomma siamo immersi in una cultura che istiga alla violenza (hate speech), “iniettare” sospetto sui fatti, inventare le bufale (fake news).

Il siero per contrastarle sono anzitutto la testimonianza e, solo dopo, la capacità di dare buone notizie. Quelle che difendono la vita, rispettino il dolore, costruiscano bene comune. Il giornalismo (anche ecclesiale) deve aiutarsi a correggersi, rettificarsi e scusarsi; vietare le forme di pubblicità occulta; liberarsi dall’essere megafono servile della potente di turno.

Il problema rimane quello della veridicità delle fonti e della loro reperibilità. Ma la verità dei fatti è soprattutto questione di sguardi e di linguaggio. È «saper vedere ciò che altri non vedono, mettere in rete ciò che altri scartano, essere sale e lievito che non addormenta, ma aiuta conoscenza e trasformazione»[1]. Niente di nuovo, si potrebbe obiettare; compresa la premessa dell’attuale direttore di Tv2000: «raccontare la realtà e parlare chiaro come dovere etico», e la conclusione: «siamo chiamati a capovolgere il punto di vista, recuperando magari il linguaggio dei bambini». Tuttavia, certe affermazioni dei protagonisti dell’informazione possono essere di aiuto, specie se sono metabolizzate e fatte diventare prassi.

L’impegno del giornalismo

Si vede solo ciò che si conosce interiormente nel profondo della propria coscienza. Il Papa lo ribadisce: “La realtà, in sé stessa, non ha un significato univoco. Tutto dipende dallo sguardo con cui viene colta, dagli ‘occhiali’ con cui scegliamo di guardarla: cambiando le lenti, anche la realtà appare diversa. Da dove dunque possiamo partire per leggere la realtà con “occhiali” giusti?”.

Quasi un secolo fa il giornalista era stato definito da Joseph Pulitzer: «La vedetta sul ponte di comando della nave dello Stato». Ci chiediamo: è ancora così?

Nel tempo della post-verità la genesi della notizia è radicalmente cambiata. Fino ad una decina di anni fa la notizia si dava attraverso sette tappe: a) reperimento, b) verifica, c) selezione, d) gerarchizzazione, e) interpretazione e contestualizzazione, f) commento e presentazione al pubblico, ne è la causa. Quello che rimane oggi sono i momenti dell’interpretazione e della contestualizzazione. Su questi due passaggi passa il rilancio di un giornalismo di qualità e delle notizie buone.

Certo la deontologia va rispettata. Il suo significato non è un concetto statico, ma cambia nel tempo includendo i contenuti e le forme della comunicazione che generano nuove esperienze comunicative. Occorre investire molto in cultura e parlare alle intelligenze e non alla pancia. Invertire la regola delle cinque “S” che impone di parlare di sesso, soldi, sangue, spettacolo e sport per fare audience. Prepararsi con rigore sui temi caldi dell’agenda politica che toccano la convivenza civile stessa: l’antropologia post-umanista, il rapporto tra laicità e l’islam e il rapporto tra diritto di espressione e diritti soggettivi, l’integrazione, la costruzione della cittadinanza europea, la difesa della dignità della persona, ecc.

Rimane dunque l’impegno quotidiano delle persone libere spiritualmente che si sforzano di comunicare bene il bene, confortate dalle parole di Francesco: “Chi, con fede, si lascia guidare dallo Spirito Santo diventa capace di discernere in ogni avvenimento ciò che accade tra Dio e l’umanità, riconoscendo come Egli stesso, nello scenario drammatico di questo mondo, stia componendo la trama di una storia di salvezza”.

7 suggerimenti per non cadere nella trappola

L’Ethical Journalism Network ha stilato sette suggerimenti per arginare le fake news: verificare le notizie utilizzando siti di fact-checking, che permettono un doppio controllo delle notizie . È utile fare attenzione a siti che hanno nomi strani o domini rari che terminano con «com.co»: sono spesso versioni finte di reali siti di notizie. Ulteriori garanzie sono: controllare la pagina «Chi siamo» e prestare attenzione alle storie che non vengono riportate altrove. Un evento che fa notizia deve avere altre fonti. Quando una notizia non è firmata e non ha alcuna fonte, bisogna insospettirsi. Gli ultimi due accorgimenti sono controllare la data — una pratica dei creatori di fake news è prendere vecchie notizie e rilanciarle — ma allo stesso tempo essere attenti a non confondere una notizia falsa con una satirica, che utilizza parodie di contenuti editoriali veri.

[1]. P. Ruffini, «Tra forza e libertà. Impressioni di una professione», in Desk 23 (2016).

Ecco un mio approfondimento su WeCa: https://youtu.be/LG0aPvUHtYY

di Francesco Occhetta

fonte: www.francescoocchetta.it

Il web cattolico

Il web cattolico

Nel mondo del web esistono miliardi di siti di qualsiasi genere, categoria, per qualsiasi settore industriale, per la scuola, il tempo libero, il lavoro, le vacanze…insomma per qualsiasi cosa.

Vi sono alcuni che fanno parte del “web cattolico” tra cui il “WeCa” o “Web Cattolici” è un associazione nata nel maggio del 2003 grazie all’iniziativa di quaranta webmaster cattolici, il loro desiderio era di poter condividere uno spazio nel quale riconoscersi e che fosse utile per la loro formazione offrendo anche delle strategie.

Il WeCa sostiene progetti di ricerca, di formazione e di valorizzazione della presenza dei cattolici sul web, in continua collaborazione con le diocesi, le associazioni, le università e i pionieri della web-pastorale.

Navigando sul sito si possono trovare dei tutorial per creare e gestire un gruppo su Facebook o creare un profilo, sono principalmente indicati per le Parrocchie, i sacerdoti e/o i religiosi/e che desiderano abitare questi spazi.

Si possono trovare anche dei video che spiegano alcuni aspetti legali legati al web, come difenderci da chi ci ruba l’identità, reati sessuali, le bacheche aperte… Non solo: possiamo trovare anche articoli sull’educazione digitale!

In particolare quest’anno sono partiti dal messaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali di Papa Francesco, che invita a riflettere sul rapporto tra comunicazione e speranza per diventare capaci di una testimonianza autentica e carica di fiducia e, in collaborazione con l’Ufficio Nazionale per le comunicazioni sociali della CEI, hanno proposto cinque incontri in diretta streaming con esperti in materia di educazione, politica, società e pastorale nel solco dei webinar degli scorsi anni.

Questi cinque brevi “dialoghi”, condotti dal giornalista di TV2000 Fabio Bolzetta, hanno coinvolto:
Francesco Occhetta, Gesuita, La Civiltà Cattolica
Salvatore Natoli, Filosofo
Pier Cesare Rivoltella, CREMIT, Università Cattolica
Adriano Fabris, Università di Pisa
Alessandra Carenzio, Marco Rondonotti, CREMIT, Università Cattolica

Sul sito si possono trovare tutti i video degli incontri, una preziosa opportunità di approfondimento e di formazione per gli operatori di pastorale nelle diocesi, nelle associazioni e nelle parrocchie, per insegnanti ed educatori, per chi è impegnato nella politica e nel terzo settore e per tutti coloro che a vario titolo si spendono nel mondo della comunicazione.

Buona navigazione!!!

Fonte: www.weca.it

L’oratorio estivo è Iniziazione Cristiana

L’oratorio estivo è Iniziazione Cristiana

L’anno catechistico non è finito: prosegue con gli oratori e i campi estivi, se la catechesi non è “scolastica”.

L’oratorio estivo è Iniziazione cristiana. L’oratorio estivo (si chiami esso ORES, oratorio estivo, gruppo estivo, GREST, campo estivo, centro estivo, poco importa) è la prosecuzione dell’Iniziazione cristiana da giugno a settembre. Ovviamente l’oratorio estivo non è solo questo, perché ad esso partecipano anche bambini più piccoli o più grandi. Ma l’oratorio estivo è anche Iniziazione cristiana. Lo è per i bambini, che in massima parte sono gli stessi che si preparano alla celebrazione dei Sacramenti, lo è per i ragazzi animatori e aiuto-animatori che spesso sono i ragazzi dei gruppi della Cresima o appena cresimati che scoprono il servizio, che si mettono a disposizione gratuitamente per amore dei più piccoli.

Dove invece l’oratorio estivo fosse sganciato dalla catechesi di Iniziazione cristiana la comunità perderebbe una grande occasione formativa. Non si accorgerebbe, infatti, che le persone che partecipano durante l’anno al cammino della catechesi sono le stesse che durante l’estate vivono nell’oratorio estivo. Serve, invece, che qualcuno li aiuti a comprendere che sono due modalità diverse di uno stesso cammino di fede.

Dall’anno pastorale 2016/2017 l’Ufficio catechistico di Roma e il Centro Oratori Romani (COR) collaborano per preparare unitariamente un sussidio per gli oratori estivi che risponda alle esigenze sia dell’Iniziazione cristiana che degli oratori stessi. È una novità che l’oratorio estivo sia progettato congiuntamente dai responsabili di oratori e dall’Ufficio catechistico, perché è abituale che l’oratorio sia invece maggiormente collegato con la pastorale giovanile.

L’elaborazione comune del sussidio ha portato ad aprire una feconda discussione su cosa comporti per i catechisti dell’Iniziazione cristiana comprendere che l’oratorio estivo ne è parte integrante. Si è posta così la questione della messa domenicale a giugno e settembre: la comunità non può non proporre un orario specifico per la messa domenicale sia per gli animatori che sono i ragazzi delle Cresime, sia per i bambini dell’oratorio estivo che sono quelli della tappa delle Comunioni. Il suggerimento è stato quello di porre la messa dell’oratorio estivo alla domenica sera e che essa sia celebrata dallo stesso sacerdote che abitualmente celebra la messa della domenica mattina con gli stessi bambini e ragazzi che ora verranno invitati alla messa serale per tutta l’estate, con le loro famiglie. In questo modo la messa domenicale viene posta al centro dell’oratorio estivo perché la proposta estiva continui la linea della catechesi annuale, che insiste sul fatto che la messa domenicale è più importante delle riunioni stesse.

Anche la preghiera del mattino e della sera degli oratori estivi diviene parte integrante del cammino di Iniziazione cristiana. Si è fatta la scelta che l’oratorio sia una introduzione alla preghiera della Chiesa, per quanto semplice, e che prosegua l’iniziazione alla preghiera del cammino delle Comunioni e delle Cresime. In particolare si è proposto nel sussidio che i bambini imparino a pregare con un salmo delle Lodi mattutine del giorno recitato a due cori, maschi e femmine, che ogni mattina si preghi il Benedictus e ogni sera il Magnificat e che ogni giorno si preghi con un’invocazione allo Spirto Santo e un’antifone mariana, ripetendo nei diversi giorni le più belle e grandi preghiere della tradizione cristiana. I bambini conosceranno così a memoria, dopo due settimane di oratorio, sia il Benedictus che il Magnificat, come il Vieni Spirito Creatore, il Vieni Santo Spirito e, oltre all’Ave Maria, anche l’Ave stella del mare, il Regina coeli la Salve Regina e così via.

Ma anche la storia, i giochi, le attività mostreranno loro che la catechesi di Iniziazione cristiana è esperienza e non solo riunione.

I catechisti, dal canto loro, parteciperanno come animatori all’oratorio estivo o, se ciò sarà impossibile, verranno a salutare i bambini, parteciperanno alla preghiera di inizio o fine oratorio, li incontreranno nella messa della sera della domenica, o parteciperanno alle uscite dell’oratorio. Guai se i catechisti e le catechiste salutassero i bambini a maggio per poi rivederli solo ad ottobre. L’oratorio estivo permetterà loro che l’Iniziazione cristiana non si interrompa con l’estate: la comunità cristiana con i suoi catechisti, continua ad accompagnare i bambini dell’Iniziazione cristiana ed i loro genitori anche nel periodo dell’estate.

breve nota di don Andrea Lonardo.

Il Centro culturale Gli scritti

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