Minori Stranieri Non Accompagnati

Minori Stranieri Non Accompagnati

“L’arrivo di Minori Stranieri Non Accompagnati (MSNA) nei Paesi sviluppati negli ultimi due decenni implica un fenomeno migratorio con importanti conseguenze etiche e politiche”, hanno scritto due psicologhe di “ScienceDirect”. Il problema di questa migrazione è in primo luogo la presenza di bambini. Ha sottolineato l’UNICEF: “I bambini prima di tutto”.

I Salesiani in Spagna hanno avviato un progetto a favore di questi minori, in particolare di quei bambini vulnerabili che arrivano senza alcun sostegno da parte della famiglia.

La Federazione delle Piattaforme Sociali Salesiane “Pinardi” offrirà assistenza socio-educativa ai minori stranieri non accompagnati. Un appartamento donato dalle religiose Carmelitane presso Parla, a Madrid, è stato allestito per ospitare cinque bambini, anche se il numero di beneficiari di questo intervento è destinato ad aumentare in seguito. Il progetto risponde all’appello rivolto alcune settimane fa dalla Comunità di Madrid, attraverso la Direzione Generale Famiglia e dei Minori, per soddisfare le esigenze di questi bambini e adolescenti.

“Siamo consapevoli che tutto è andato molto veloce e ciò che normalmente richiede mesi è stato questione di giorni. Ci sono molte urgenze di ogni tipo affinché questi bambini vengano assistiti alle condizioni che meritano, nel modo più dignitoso e salvaguardando i loro diritti di minorenni”, affermano da parte della Federazione Pinardi.

Le Piattaforme Sociali Salesiane hanno una vasta esperienza in questo tipo di servizio. Da diversi anni la Fondazione “Juan Soñador” lavora con bambini e adolescenti che necessitano di protezione attraverso i progetti “Tragaluz” (León), “Desván” (Valladolid) e “Don Bosco” (Villamuriel, Palencia). Allo stesso modo, la Fondazione “Ángel Tomás” dirige i centri per l’accoglienza di minori “Casa Don Bosco” a Valencia e a Burriana (Castellón). E sono solo alcuni esempi di come i Salesiani operano in favore dei minori più vulnerabili.

L’appartamento destinato all’accoglienza dei MSNA presso Parla fa parte del progetto “Casa Garelli”, un’iniziativa con la quale la Federazione Pinardi offre appartamenti per l’emancipazione a giovani tra i 18 e i 21 anni a rischio di esclusione sociale. Questa iniziativa è stata raggiunta a febbraio per dare seguito al Programma di Accoglienza Integrale per i giovani rifugiati vulnerabili.

A Madrid, la Federazione Pinardi ha iniziato a gestire due appartamenti donati dalle Figlie della Carità per accogliere dieci giovani rifugiati. A Siviglia, altri quattro giovani sono stati accolti in un appartamento della Fondazione Don Bosco. Il programma, attualmente in piena espansione, comprende l’insegnamento della lingua spagnola e delle abitudini locali, un sostegno economico e nel disbrigo delle procedure amministrative, orientamento al lavoro…

I salesiani affrontano queste sfide perché è insito nel loro carisma: stare là dove sono i giovani più bisognosi.

Fonte: infoans

Il vescovo che scelse il Vangelo e il popolo

Il vescovo che scelse il Vangelo e il popolo

Di don Pierluigi Cameroni

Domenica 14 ottobre 2018 saranno canonizzati papa Paolo VI e l’arcivescovo Oscar Romero, insieme ad altri quattro santi della carità, in Vaticano, durante il Sinodo dei vescovi sui giovani.

Arcivescovo di San Salvador, capitale di El Salvador, Mons. Oscar Romero fu ucciso il 24 marzo 1980 mentre celebrava la Messa. Difese i poveri, gli oppressi, denunciando in chiesa e attraverso la radio della diocesi le violenze subite dalla popolazione. Pochi giorni prima di morire aveva invitato i soldati e le guardie nazionali a disubbidire all’ordine ingiusto di uccidere. La sua figura di “borghese” convertito e schierato per gli oppressi fa appello a ciascuno di noi per invitarci a non stare “al di sopra delle parti” ma a prendere le parti di chi non ha nessuno dalla sua parte.

Monsignor Romero costruì la pace con la forza dell’amore, rese testimonianza della fede con la sua vita dedita fino all’estremo.

Amando Dio e servendo i fratelli, è diventato l’immagine di Cristo Buon Pastore. In tempi di difficile convivenza, seppe guidare, difendere e proteggere il suo gregge, restando fedele al Vangelo e in comunione con tutta la Chiesa. Il suo ministero si distinse per una particolare attenzione ai più poveri e agli emarginati. E al momento della sua morte, mentre celebrava il Santo Sacrificio dell’amore e della riconciliazione, ha ricevuto la grazia d’identificarsi pienamente con Colui che diede la vita per le sue pecore

Riportiamo alcune sue parole pronunciate in diverse occasioni nel corso degli ultimi tre anni della sua vita, parole profetiche, sigillate con il sangue.

“Mai abbiamo predicato la violenza. Solo la violenza dell’amore, quella che lasciò Cristo inchiodato su una croce, quella che ognuno fa a se stesso per vincere i suoi egoismi e perché non vi siano disuguaglianze tanto crudeli fra noi. Tale violenza non è quella della spada, quella dell’odio. È la violenza dell’amore, quella della fratellanza, quella che vuole trasformare le armi in falci per il lavoro.” (27/11/1977)

“Non dimentichiamolo: siamo una Chiesa pellegrina, esposta all’incomprensione, alla persecuzione, ma una Chiesa che cammina serena perché reca questa forza dell’amore (…) E, finché non si vivrà una conversione nel cuore e una dottrina illuminata dalla fede per organizzare la vita secondo la volontà di Dio, tutto sarà debole, rivoluzionario, passeggero, violento. Nessuna di queste cose è cristiana”. (14/3/1977, dall’omelia tenuta ai funerali dell’amico sacerdote p. Rutilio Grande e degli altri parrocchiani di Aguilares uccisi due giorni prima).

“Non stanchiamoci di predicare l’amore. Sì, questa è la forza che vincerà il mondo. Non stanchiamoci di predicare l’amore, anche se vediamo che ondate di violenza inondano il fuoco dell’amore cristiano. Deve vincere l’amore. È l’unico che può vincere”. (25/9/1977).

“Dio entra nel cuore dell’uomo con le sue vie: con la sapienza nel cuore dei sapienti, con la semplicità in quello dei semplici.” (25/11/1977)

“Come i Magi d’Oriente seguirono la loro stella e si incontrarono con Gesù, riempiendosi d’immensa gioia il loro cuore, anche noi, sebbene nel tempo dell’incertezza, delle ombre, dell’oscurità, come le ebbero anche i Magi, non smettiamo di seguire la nostra stella, quella della fede.”

“La pace non è il prodotto del terrore, né del timore.

La pace non è il silenzio dei cimiteri.

La pace non è il prodotto di una violenza e di una repressione che mettono a tacere.

La pace è il contributo generoso, tranquillo, di tutti per il bene di tutti.

La pace è dinamismo.

La pace è generosità, è diritto e dovere, in cui ciascuno si senta al suo posto in questa stupenda famiglia, che l’Epifania ci illumina con la luce di Dio”. (8/1/1978)

“Vi è un criterio per sapere se Dio è vicino a noi o lontano, ce lo dà l’odierna Parola di Dio: Chiunque si preoccupa dell’affamato, del nudo, del povero, dello scomparso, del torturato, del prigioniero, di tutta questa carne che soffre, ha vicino Dio”. (5/2/1978)

«Qui sulla terra il Regno è già presente, in mistero; ma con la venuta del Signore, giungerà a perfezione» (Gaudium et spes, n. 39).

“Questa è la speranza che incoraggia noi cristiani. Sappiamo che ogni sforzo per migliorare una società, soprattutto quando è tanto piena d’ingiustizia e di peccato, è uno sforzo che Dio benedice, che Dio vuole, che Dio esige”.
(24/3/1980, sono le parole di mons. Oscar Romero pronunciate nell’omelia pochi minuti prima di essere ucciso nella cappella dell’ospedale di San Salvador dal colpo di arma da fuoco di un sicario).

La canonizzazione di Mons Romero è la testimonianza di come la Chiesa è attivamente impegnata per la promozione civile e sociale.

I giovani chiedono che questa sua presenza profetica possa continuare con coraggio e fortezza, nonostante il clima di violenza, oppressione e persecuzione che circonda la vita di non poche comunità cristiane. Molti giovani infatti chiedono alla Chiesa una concretezza operativa: essere realmente a favore dei poveri, essere autentica e chiara, e anche audace nel denunciare il male con radicalità non solo nella società civile e nel mondo, ma nella Chiesa stessa e soprattutto annunciare la potenza liberatrice e redentiva del Vangelo.

Come inizia la mediazione interculturale?

Come inizia la mediazione interculturale?

di Sara Manzardo per Civitas Lab

Uno degli aspetti centrali della mediazione culturale e religiosa è la continua ricerca di un punto d’incontro: come nel caso della mediazione linguistica tutto è finalizzato alla comprensione del linguaggio e delle modalità di comunicazione attraverso l’adozione dello stesso codice linguistico, così nel caso della mediazione culturale – la cui situazione è per certi versi più complessa – vi è la ricerca di un “linguaggio” da utilizzare, che si compone di elementi non verbali e concetti legati ad un gran numero di fattori, determinati in gran parte dalle diverse culture e dalle tradizioni e credo religiosi.

Nelle dinamiche interculturali, la mediazione avviene solitamente tra culture diverse tra loro, attraverso la ricerca di punti d’incontro su cui instaurare un dialogo. Più facilmente questo funziona con i bambini e i ragazzi, proprio perché le diversità culturali vengono messe in secondo piano rispetto alle comuni esigenze che i ragazzini hanno.

Interessante è infatti notare come piccoli “esperimenti” di mediazione e di dialogo siano stati fatti nell’ambito del gioco, dello sport, dell’espressione artistica, delle materie più scientifiche e universali, che superano l’ostacolo linguistico e culturale. Ma non solo: la componente fondamentale di questo incontro tra coetanei non è tanto l’universalità di un determinato gioco, quanto la capacità ancora incontaminata del bambino di riconoscere l’identità di “bambino” nel suo compagno di giochi.

A partire da questa osservazione molto banale si può capire che è difficile – se non impossibile – instaurare un vero dialogo tra culture solo sulla base di interessi comuni o comportamenti e tradizioni simili. Innanzitutto è necessario definire un presupposto non del tutto scontato: ciò che noi chiamiamo “incontro”, ciò che costituisce l’obiettivo che la mediazione culturale si pone, ha come protagonista non tanto il confronto e l’avvicinamento di due mondi culturali diversi e spesso lontani, ma prima di tutto la persona umana.

Ecco che il ruolo principale del mediatore culturale può essere quello di intessere in prima persona relazioni autentiche per favorire l’incontro tra l’uomo e l’uomo, inserendo questo modus operandi nell’ottica più ambiziosa di collaborare alla costruzione di un’antropologia che metta veramente al centro l’Uomo e la sua identità di creatura.

Quando si parla di creaturalità, nonostante il termine abbia chiari rimandi ad un linguaggio teologico, si intende riconoscere la condizione comune a tutti gli uomini: questo riconoscimento viene fatto più o meno consapevolmente nel momento dell’incontro tra un individuo e un altro individuo che si riconoscono come persone nella propria identità specifica.

Il “codice linguistico” da utilizzare, nel caso della mediazione culturale, è quello che permette di parlare dell’uomo, con l’uomo.

Di mettere al primo posto, cioè, la consapevolezza dell’originalità dell’uno e dell’altro, della dignità di ciascuno, dei tratti costitutivi comuni a entrambi, in un dialogo in cui l’identità e l’alterità sono strettamente legate ed interdipendenti.

Più dei bisogni primari e dello scambio di informazioni culturali – che restano elementi importanti nell’incontro tra culture – , il mediatore culturale e religioso è chiamato a lavorare sui desideri e le aspirazioni che distinguono l’uomo in quanto tale: a partire dalla relazione interpersonale fino ad una discussione antropologica più ampia, il protagonista deve sempre rimanere la persona umana.

È necessario forse costruire la relazione a partire da quelli che possiamo chiamare – usando un’espressione chestertoniana – i “primi fatti della natura umana”, su cui si è fondata la vita e la cultura di tutte le civiltà umane conosciute: la relazionalità, cioè il bisogno e il desiderio dell’altro, che si esprime nella costruzione di una comunità in cui l’uomo non sia lasciato solo ma soprattutto nella famiglia (che è presente in tutte le società a noi note, nella sua composizione soprattutto monogamica e indissolubile) caratterizzata dall’apertura alla vita, dall’amore, dal desiderio di maternità e di paternità.

Chi si occupa di mediazione culturale e religiosa dovrebbe avere l’ardire di osare il dialogo parlando della condivisione della gioia e del dolore, della vulnerabilità e della malattia, delle emozioni fondamentali, del desiderio di felicità e di affetto, del discorso sulla morte, sul lutto e sull’aldilà, del bene e del male, dell’eternità e della conoscenza di Dio, e di tutto ciò che di importante interroga da sempre la coscienza dell’uomo.

Sono argomenti per certi versi scomodi – proprio per la loro grandezza che non può essere circoscritta in un dialogo superficiale ma che mette in discussione l’individuo nelle viscere della sua identità di uomo – e per questo troppo spesso ignorati o trattati con leggerezza.

La formazione del mediatore culturale, invece, non può prescindere da un approfondimento delle strutture antropologiche fondamentali che accomunano tutti gli uomini e le donne di qualsiasi cultura e religione – che nella loro creaturalità condividono la stessa origine e termine dell’esistenza – con uno sguardo attento a tutto quello che compone l’universo delle relazioni umane, l’approccio alla sofferenza e alla paura, il desiderio di felicità, la relazione con il divino e le aspettative del futuro.

In termini molto pratici, il mediatore culturale ha il compito di intessere una relazione autentica basata sulla dignità intrinseca dell’uomo o della donna che gli sta di fronte, riconoscendone l’alterità e allo stesso tempo l’incredibile valore che accomuna ciascun essere umano.

La reciprocità del riconoscersi persona umana rende così molto più semplice il dialogo e la relazione garantendone una maggiore possibilità di successo in termini umani e personali.

Ne è un esempio – se vogliamo – la “mediazione culturale” più antica e più complicata di sempre, che ha come protagonisti due universi che differiscono nel modo di pensare, nel linguaggio, nel modo di agire, nel modo di esprimere bisogni e desideri. Se pensiamo alla relazione tra l’uomo e la donna, è più chiaro comprendere come il riconoscimento dell’altro come “creatura” con una dignità intrinseca e un valore incommensurabile sia la chiave per una comprensione autentica e profonda, che permette il consolidamento della propria identità di persona.

 

Testimone di speranza nel ricordo di 3P

Testimone di speranza nel ricordo di 3P

Papa Francesco, dopo la visita a Lampedusa nel 2013, è tornato lo scorso sabato in Sicilia per celebrare il venticinquesimo anno dal martirio del Beato Padre Pino Puglisi, ucciso in odio alla fede da Cosa Nostra, che vedeva in lui un pericoloso avversario.

Dopo la breve sosta nella diocesi di Piazza Armerina, la giornata ha avuto come centro Palermo ed è stata scandita dalla Messa al Foro Italico, dal pranzo con i poveri ospitati dalla Missione Speranza e Carità di fratel Biagio Conte, dalla visita privata nel quartiere Brancaccio, e dagli incontri col clero e i giovani.

Durante la celebrazione eucaristica, nella memoria liturgica del beato, è stata rivolta l’esortazione a cambiare la logica mondana con la propria testimonianza: di fronte all’illusione del successo e della sopraffazione, il Vangelo traccia la via del dono di sé, nel segno del chicco di grano che, morendo, produce molto frutto.

La vita di Padre Puglisi è stata contrassegnata dall’umile servizio a favore degli ultimi: nella periferia di Palermo, ha ricostruito il tessuto umano e sociale, che si era disgregato sotto il dominio indisturbato degli uomini d’onore.

Come ha ricordato il Papa durante l’omelia, la vittoria di questo martire è stata coronata dal sorriso: “il suo sorriso trasmetteva la forza di Dio: non un bagliore accecante, ma una luce gentile che scava dentro e rischiara il cuore”, fino a provocare la conversione dell’uccisore.

L’appello ai mafiosi è di convertirsi dal male compiuto, lasciando alle spalle la contraddizione tra vita cristiana e criminalità: “Se la litania mafiosa è: Tu non sai chi sono io, quella cristiana è: Io ho bisogno di te. Se la minaccia mafiosa è: Tu me la pagherai, la preghiera cristiana è: Signore, aiutami ad amare. […] Tu sai, voi sapete, che il sudario non ha tasche. Voi non potrete portare niente con voi. Convertitevi al vero Dio di Gesù Cristo, cari fratelli e sorelle!”.

Subito dopo la Messa, il Santo Padre si è recato presso i locali della Missione Speranza e Carità, associazione che ha fatto della prossimità verso gli ultimi e gli scartati della società la propria ragione d’essere: in un clima di semplicità, ma soprattutto di gioia, il pasto è diventato momento di condivisione e festa.

Il culmine del viaggio apostolico è stato la visita presso il quartiere Brancaccio: la casa popolare dove abitava 3P (così era affettuosamente chiamato dai suoi ragazzi) è stata riscattata dai volontari del Centro Padre Nostro e trasformata in segno di memoria, per ricordare a tutti che una vita spesa per gli altri non è mai vana.

Accolto dagli abitanti di Brancaccio, che, in segno di discontinuità contro lo strapotere mafioso, hanno steso dei lenzuoli bianchi, il Papa ha sostato sul luogo del martirio e ha visitato la Chiesa di San Gaetano, sede del ministero pastorale di 3P.

I momenti conclusivi – gli incontri con il clero, i religiosi e i seminaristi in Cattedrale e con i giovani in Piazza Politeama– sono stati l’occasione in cui Francesco, traendo spunto dalla vita di Padre Pino, ha tracciato l’identikit del pastore e del giovane autenticamente cristiani.

Al clero e ai religiosi, ha consegnato tre parole: celebrare, accompagnare e testimoniare.

La Chiesa, come sacramento di salvezza, non ha bisogno di pastorali faraoniche, di progetti o ideologie, ma di apostolato, di ascolto e pazienza; “il Vangelo ci chiede, oggi più che mai, questo: servire nella semplicità, nella testimonianza. Questo significa essere ministri: non svolgere delle funzioni, ma servire lieti, senza dipendere dalle cose che passano e senza legarsi ai poteri del mondo. […] Io auguro a voi preti, consacrati e consacrate, seminaristi, di essere testimoni di speranza, come don Pino ben disse una volta: A chi è disorientato il testimone della speranza indica non cos’è la speranza, ma chi è la speranza. La speranza è Cristo, e si indica logicamente attraverso una propria vita orientata verso Cristo”.

Ai giovani, che gli hanno chiesto come ascoltare la voce di Dio nella propria vita e concretizzarla nel tessuto sociale della Sicilia, il Papa risponde mettendoli in guardia contro la tentazione di sentirsi arrivati, anzi, pensionati; l’esortazione è relazionarsi, metterci la faccia, sporcarsi le mani con la realtà, senza perdere di vista i propri sogni.

E, di fronte alle possibili figuracce, ricordare che è “meglio essere buoni idealisti che pigri realisti, meglio don Chisciotte che Sancho Panza”!

In Sicilia, crocevia del Mediterraneo, l’urgenza di servizio è particolarmente sentita e favorita proprio dal continuo incontro con le culture: la fede e l’identità dei siciliani si sono costruite attraverso il dialogo tra i popoli.

“La dignità, l’accoglienza, la solidarietà non sono buoni propositi per gente educata, ma tratti distintivi del cristiano”: nonostante dilaghi la carestia d’amore, sostituito dal sentimentalismo, bisogna tornare alla semplicità del dono gioioso di sé.

L’impegno che il Papa consegna ai giovani è di diventare albe di speranza, sentinelle che abbattono i muri di delinquenza e omertà, che vincono il fatalismo e la delusione, che non scendono a patti col male, ma lo denunciano con fermezza.

La benedizione conclusiva racchiude in sé l’augurio che i giovani, credenti e non, siano “ricercatori di bene e felicità, operosi nel cammino e nell’incontro con gli altri, audaci nel servire, umili nel cercare le radici e nel portarle avanti per dare frutti, per avere identità e appartenenza”.

Andrea Miccichè

La Sicilia attende Papa Francesco

La Sicilia attende Papa Francesco

Pochi giorni ci separano dalla visita di Papa Francesco in Sicilia: tra meno di una settimana, saremo lì ad accoglierlo, mostrando il volto della Chiesa che accoglie e “si rimbocca le maniche”.

Sia Piazza Armerina, prima tappa del viaggio, che a Palermo, il centro dell’evento, pulsano di solidarietà: l’attività dei volontari per l’ospitalità, l’attesa per i giovani che accoreranno per l’Incontro Regionale dal tema “Dove abiti?”, le testimonianze di chi spende la propria vita per gli ultimi, tutto concorre a generare un clima di festa.

In questo crocevia di popoli, porta d’Europa, la visita del Papa sarà orientata al dialogo con le periferie: la periferia degli ultimi, ai quali è riconosciuta la dignità; la periferia dei giovani, in ricerca del proprio posto nel mondo; la periferia di chi, nel silenzio, lotta affinché la mafia e la corruzione non abbiano la parola definitiva.

Non a caso, è significativo che il Papa pranzerà insieme ai poveri accolti nella “Missione Speranza e Carità”.

E le parole del fondatore, il missionario laico fratel Biagio, esprimono il benvenuto di tutti i siciliani: “Siamo tutti sulla stessa barca”, italiani e stranieri davanti ad una crisi sociale drammatica, eppure nella Chiesa abbiamo un’àncora contro la rassegnazione e un forte incentivo per perseverare nel bene.

Altrettanto significativa la visita al Centro Padre Nostro, nato come continuazione dell’opera di 3P: grazie al dono di sé di Padre Pino Puglisi, martirizzato venticinque anni fa, l’intero quartiere di Brancaccio è stato fecondato dalla voglia di giustizia contro la criminalità organizzata.

Nelle parole dei volontari traspare la gioia per un sogno che si realizza: le minacce e le intimidazioni contro quanti si prodigano per strappare i giovani e le famiglie alla morsa mafiosa, non riescono a scalfire la loro tenacia e la visita del Papa li conferma nell’azione.

Otto anni dopo la visita di Benedetto XVI, Papa Francesco riaccende la speranza e rafforza i propositi di rinascita di una terra segnata da precarietà, ma capace di inclusione, collaborazione, giustizia.

Veramente si riconosce quanto sia profetico l’augurio dell’arcivescovo di Palermo, mons. Corrado Lorefice, “È una felice e propizia occasione per far fruttificare l’entusiasmo e la creatività missionaria della testimonianza del Vangelo che ha caratterizzato l’intero ministero pastorale di don Pino Puglisi e che tanto ha inciso nella coscienza ecclesiale e civile della diocesi di Palermo e in particolare nella vita di tanti giovani”.

 

Andrea Miccichè

Senegal – Un piccolo progetto agricolo

Senegal – Un piccolo progetto agricolo

Un piccolo progetto agricolo per combattere l’emigrazione e gridare: “STOP TRATTA”

Un luogo inospitale e arido, che anche dopo le inondazioni della stagione delle piogge torna in breve ad essere brullo e improduttivo: è la regione di Tambacounda, tra le più povere del Senegal, segnata da miseria e disoccupazione. E non solo, perché negli anni è diventata anche un crocevia del traffico di essere umani che dall’Africa subsahariana trasporta chi non ha nulla da perdere in viaggio verso l’Europa. In un luogo così bisognoso di speranza, non poteva mancare la Famiglia Salesiana.

A Tambacounda i Salesiani animano sin dagli anni ’80 una loro opera, con parrocchia, oratorio e centro professionale; recentemente vi ha aperto un piccolo ufficio progetti l’associazione salesiana “Don Bosco 2000”, che in collaborazione con la Procura Missionaria di Torino – “Missioni Don Bosco” – e l’ONG “Volontariato Internazionale per lo Sviluppo”, sta lavorando per favorire l’educazione e la professionalizzazione dei giovani e lo sviluppo della micro-imprenditorialità giovanile, in ambito turistico, artigianale e agricolo. In pratica, sostiene lo sviluppo e l’economia locale creando concrete occasioni occupazionali.

Per questo ha pensato di coinvolgere in prima persona 4 ragazzi della zona, potenziali migranti – Adama, Jeronime, Maxime e Doudou – i quali lavoreranno per la realizzazione di un orto insieme ad un altro giovane: Seny Diallo.

Il ruolo di Seny è fondamentale nel progetto: lui è un migrante di ritorno, che è stato coinvolto nell’ottica del protocollo della “Cooperazione Circolare”: in pratica, chi ha già fatto l’esperienza della migrazione e rientra nel Paese d’origine viene addestrato per diventare tutore di altri giovani e prevenire così la tratta.

Il progetto prevede l’avvio dell’orto attraverso la preparazione del suolo, la semina e la coltivazione. Presso l’appezzamento, che è di proprietà di Adama, verrà inoltre scavato un pozzo indispensabile per l’irrigazione. Seguirà la commercializzazione delle verdure (gombo, pomodori e peperoncini e ulteriori ortaggi locali) presso i mercati della zona.

I ragazzi coinvolti sono stati scelti in base a caratteristiche precise: Jeronime e Maxime hanno frequentato un corso di formazione agricola del VIS; Adama è il proprietario del terreno, nel villaggio di Nettebolou, su cui verrà realizzato l’orto, Doudou è un esperto contadino, Semy è estremamente motivato a fornire agli altri una chance per rimanere in Senegal.

Hanno tutto il futuro davanti e hanno il diritto di viverlo al sicuro, nella loro terra, al fianco dei loro affetti.

Ulteriori informazioni sul sito: www.missionidonbosco.org

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