Diario di Prof – inizio esami di stato 2015

Diario di Prof – inizio esami di stato 2015

“Gli esami non finiscono mai” amiamo dire in diverse occasioni oppure che “tutta la vita è un continuo esame”!
Ma, scolasticamente parlando, se un assaggio è quello posto alla fine dei tre anni delle vecchie scuole medie, il pezzo forte, il vero inizio, lo si vive solamente con gli Esami di Stato.

E ormai ci siamo: docenti in commissione a destinazione e genitori certamente in ansia che ripetono “è come se li facessi io gli esami nuovamente”.

E ormai ci sono: studenti pronti e sicuri, studenti spaventati e poco preparati, studenti che si affidano alla fortuna o a qualche santo, studenti che non vedono l’ora di finire prima di iniziare, studenti da “notte prima degli esami”.

Sì, studenti, ma soprattutto persone! Infatti non è la scuola-istituzione a fare l’esame, non sono le famiglie a sedersi in quei banchi, non sono i professori che li hanno accompagnati o seguiti per anni, non è il Ministro dell’Istruzione né il Presidente del Consiglio, non sono i decreti e neppure le leggi.

Da docenti è bene ricordare

  • che per il 98% si tratta di ragazzi che affrontano una grande prova per la prima volta e, come tutte le novità, non è per niente facile;
  • che non è e non può essere un esame perfetto per nessuno, neanche per chi ha avuto ottimi voti negli anni scolastici, poiché il contesto è diverso e l’emozione fa strani scherzi;
  • che non è uno scontro o una gara tra commissari esterni ed interni – non ci sono i buoni e i cattivi – ma si è in commissione per permettere ai giovani di mostrare il meglio, ciascuno secondo le proprie possibilità e capacità;
  • che ognuno di loro si aspetta di trovare di fronte educatori oltre che docenti, cioè adulti significativi che non dimenticheranno mai per il bene e per il male ricevuti;
  • che in questi giorni non si è in un’aula di tribunale in cui il presidente è il giudice supremo, gli esterni i pubblici ministeri, gli interni invece gli avvocati difensori e i maturandi i colpevoli in partenza.

E gli studenti sono senza responsabilità? Tutt’altro! Devono dimostrare

  • che questo esame può ancora essere chiamato di “maturità” con atteggiamenti equilibrati e scelte sapienti;
  • che ogni prova da affrontare è occasione di crescita e richiede concentrazione;
  • che non c’è spazio per la superficialità e la banalità, il sotterfugio e le inutili furbizie;
  • che i docenti sono alleati leali e non nemici da temere;
  • che dare il meglio di se stessi autonomamente è superiore all’uso di facilitazioni sottobanco;
  • che l’affermazione positiva e il successo personale non possono andare a scapito dei compagni di una vita.

Inizia, dunque, una bella avventura di studio, che fra 10 e 20 anni sarà celebrata con le rimpatriate della “Classe 2015”; attesa e temuta, è certamente da affrontare con la serietà dello scienziato, con l’ironia del saggio, con la leggerezza dell’acrobata, con la creatività dell’artista, con la capacità di sognare di un bambino, con la speranza del contadino, con la progettualità di chi è innamorato, con la cura di chi custodisce un tesoro.

Marco Pappalardo

L’album del cuore di un viaggio d’istruzione

L’album del cuore di un viaggio d’istruzione

“Una visita d’istruzione speciale per dimostrare il bellissimo rapporto che ognuno di voi ha con noi studenti, che i veri professori non stanno solo dietro una cattedra, che i momenti più belli, a scuola, sono con e grazie a voi”.

Sono le semplici e spontanee parole di C., studentessa di liceo, durante una gita scolastica, che ispirano questi pensieri di prof.
Lunga la preparazione, intensi i giorni sul posto, però in prospettiva c’è sempre il “dopo” che diviene “oggi” e “domani”. Portiamo a casa un album di fotografie nella memoria da sfogliare non per amarcord, ma perché evocano un valore per il presente: volti, scene, paesaggi, da un lato, dall’altro emozioni, desideri, ricordi. Rivedo i ragazzi il giorno della partenza, puntuali e qualcuno in anticipo come mai a scuola, mentre si confrontano sui vestiti portati e il peso del bagaglio, ascoltano distratti le raccomandazioni dei genitori, fanno i conti di quanto potranno spendere.

Rivedo i parenti che ti affidano un tesoro e salutano come si faceva un tempo in partenza per un lunghissimo viaggio. Rivedo i primi passi una volta arrivati, il guardarsi intorno e le classiche domande “a che ora mangiamo” e “quando andiamo in albergo”?
Rivedo le prime camminate insieme che non sono diverse dalle ultime; già la truppa è schierata lungamente sul marciapiede secondo un ordine spontaneo ma costante: se guardi avanti e dietro sei certo di trovar sempre gli stessi studenti. Rivedo il tour con la guida: il gruppo dei fedelissimi non si stacca mai e fa domande, il gruppo di chi è attento occasionalmente, quello dei distratti in ogni caso, quello di chi ad ogni tappa si siede dovunque stanco morto.

Rivedo il magico momento del tempo libero in cui rivivono gli “stanchi morti”, si riacquistano forze impensate prima, si destano gli animi di tutti tanto da non fare quasi in tempo a dare gli avvisi che già sono metri e metri lontani da te! Rivedo i pasti: chi mangia qualunque cosa, chi mangerebbe pure il compagno, chi non prende quasi nulla perché non l’ha cucinato la madre, e poi gli immancabili seguaci dei fast food, che mangiano prima con tutto il gruppo e dopo in questi santuari del cibo.
Rivedo il passaggio al supermercato: con i genitori ormai difficilmente si frequenta, ma in gita si riscopre la meraviglia di quando si andava da piccoli e così si compra di tutto accertandosi che sia molto dolce o molto salato, abbondante e assortito. Rivedo il ritorno dallo shopping, un tempo che non basta mai, le mani piene di buste – tutti hanno comprato nello stesso negozio – e le rituali domande: “quando avremo un altro momento come questo?”, “cosa ha comprato prof?”, “tu quanto hai speso e quanti soldi ti rimangono?”.

Che dire del solito studente che, nonostante l’avviso ripetuto, dimentica sul bus di rientro, quanto ha comprato?
Rivedo l’albergo, le continue entrate e uscite dalle camere, le corse nei corridoi, il bussare frenetico, le stanze con i vestiti ovunque e i bagagli esplosi. Rivedo a colazione i volti assonnati e in quel momento sei quasi mamma e papà, nell’aria c’è una familiarità piacevole e naturale. Rivedo il tempo del relax, quando si parla del più e del meno, ed anche il meno è ugualmente il massimo per i contenuti ricchi del racconto di vita, della progettualità, della condivisione libera, del confronto schietto, della confidenza preziosa e delicata.
Rivedo lo stupore, l’attenzione, la partecipazione del cuore dinanzi ai bei paesaggi, ai grandi monumenti, alle opere vista prima solo sui libri, al confronto con altre culture.

Alla fine dell’album della memoria – come una dedica – c’è un sms di G. che può farci dire che ogni visita di istruzione inizia quando finisce: “Grazie perché con voi si è sempre a casa. Porterò questa settimana in vostra compagnia nel cuore come firma di una nuova e formativa esperienza di vita”.

Marco Pappalardo

Quei maestri che aiutano gli adulti a crescere

Quei maestri che aiutano gli adulti a crescere

Don Puglisi ha realizzato una vera rivoluzione educativa ed è un maestro specialmente per gli insegnanti, non tanto perché insegnava religione, ma in quanto custode e cultore del futuro ogni volta che ha creduto nei ragazzi e per loro ha dato la vita.

Da adulti facciamo fatica a riconoscere dei maestri! Non i nostri maestri di scuola, quelli del tempo che fu, ma attuali modelli significativi da seguire per il nostro essere madri, padri, sposi, docenti ed educatori, lavoratori, persone impegnate nella società.

I giovani sono molto più bravi poiché, anche se li cambiano nel giro poco tempo, comunque ne tengono vivo il desiderio e si mettono sempre alla ricerca di un punto di riferimento. Se come adulti è difficile, perché si pensa che non sia una cosa da grandi, ancora più complesso lo è da insegnanti. Certamente si vuole essere un modello per i propri alunni, nel bene o nel male, ma l’autoreferenzialità a volte è troppa per essere liberi e “giovani dentro” al punto di vedere ancora in qualcuno un faro per continuare a crescere.
“Che bisogno c’è”, dirà qualcuno? “Ormai la mia strada l’ho fatta”, affermerà qualche altro. “Io sto bene così”, sarà il pensiero di un terzo.

Eppure “noi siamo quello che guardiamo”, ha detto Alessandro D’Avenia in una serie di incontri in Sicilia per parlare del suo romanzo “Ciò che inferno non è”, e, a proposito di quanto scritto prima, soprattutto dinanzi ad un pubblico giovanissimo con qualche genitore e docente accanto, in particolare laddove l’iniziativa è stata di pomeriggio e non in una scuola.
Agli studenti, diversi anche universitari, si leggeva negli occhi la voglia di esserci per guardare ad un modello di uomo, scrittore, professore, perché no, pure di siciliano. La stessa luce, ad onor del vero, c’era pure in alcune mamme e colleghi presenti.

Quelle ore di dialogo, però, hanno richiamato qualcosa di più ovvero la necessità di non fermarsi all’emozione del momento, al piacere dell’autografo sul libro, al selfie immancabile con l’autore da postare; ogni ricerca deve portare a qualcosa per avere un senso e non ruotare attorno a se stessa in modo vano, in questo caso D’Avenia ha indicato chiaramente Don Pino Puglisi come modello.

Sì, il prete, oggi beato, che è ha conosciuto da studente nel suo liceo, il sacerdote povero di beni ma ricco di passione per l’educazione e la salvezza dei giovani, l’uomo di Dio che nel complesso quartiere palermitano di Brancaccio ha fatto paura alla mafia solamente facendo del bene a tutti tanto da essere stato assassinato, il seme che è morto e che ha dato frutto persino cambiando con un sorriso il cuore di chi gli ha sparato!

Se è vero che “siamo ciò che guardiamo”, è fondamentale continuare a fissare lo sguardo, anche da adulti, verso qualcuno che ci dia nuova ispirazione, che ci desti dal torpore della stanca consuetudine, che ci indichi mete alte, che ci aiuti a vivere così bene da poter sorridere nell’ultimo momento della vita, che ci metta in cuore il desiderio di infinito dinanzi all’inferno.

Marco Pappalardo

Compagni di banco per tutta la vita: arrivederci Roberta!

Compagni di banco per tutta la vita: arrivederci Roberta!

Sono passati venticinque da quando ho iniziato il percorso di studi liceali, vent’anni, invece, dal diploma di maturità, cioè una di quelle ricorrenze che si festeggiano organizzando qualcosa con gli ex compagni di classe e magari qualche professore. Venticinque o vent’anni che si celebrano spolverando vecchie fotografie e facendo memoria di aneddoti pronti da usare. La mia classe non era numerosa, eravamo un piccolo resto alloggiato in una piccola aula.

Finito il liceo, è facile perdersi nonostante 1000 e più giorni passati insieme, nonostante le promesse del tipo “non ci lasceremo mai”; e noi ci siamo persi davvero! Solo qualcuno ho continuato a sentire con costanza e qualche altro ha fatto insieme a me il percorso di studi universitari, i restanti ci siamo incrociati di nuovo grazie ai social network. Inoltre non ricordo se i miei sogni fossero di diventare un insegnante a quel tempo, ma ero certo che non sarei stato come alcuni dei miei e allo stesso tempo avrei voluto essere come un paio di loro. Non sbagliavo, in fondo, perché le vie della vita mi hanno portato a trovarmi per altri motivi a diventare oggi amico di quei due professori di allora.

Certo, da insegnante si rischia a volte di dimenticare di essere stato uno studente, di aver avuto lo stesso sguardo assente il lunedì mattina la prima ora, di non aver fatto i compiti per casa qualche volta, di essere stato messo fuori dall’aula per qualche motivo, di disegnare sul diario durante una spiegazione e chissà quanto altro. Magari ci si ricorda dei momenti più belli come i bei voti, l’assenza improvvisa di un docente, l’uscita anticipata non prevista, gli ultimi giorni prima delle vacanze estive, il non essere stato interrogato proprio quel giorno in cui non eri preparato.

Un giorno, poi, mentre sto pensando a tutto questo, arriva una telefonata che mi richiama alla realtà, mi fa riavvolgere il nastro della vita anche a venticinque anni prima, nastro che si intreccia purtroppo con quello della morte. Roberta, la mia compagna di classe, Roberta, la mia compagna di banco del liceo, è morta!
La testa mi si riempie di flashback, le parole non bastano, i pensieri diventano pesanti, gli occhi arrossiscono. Con lei non ci eravamo mai persi di vista e anche dopo lunghi periodi di silenzio, quando ci si ritrovava o sentiva, era come se non avessimo interrotto mai il dialogo tra i banchi.

La scuola inconsapevolmente ci aveva reso amici veri, non solo compagni di classe, e noi abbiamo tenuto stretto questo dono come qualcosa di prezioso. Pur vivendo a distanza, grazie alla tecnologia di cui non abbiamo goduto ai nostri tempi, siamo stati in grado di non perdere di vista l’essenziale e in ogni discussione di andare al cuore delle cose.

Roberta spesso commentava queste pagine di “Diario di prof” e ci teneva a leggerlo ogni settimana e così a lei, da giornalista e da compagno di classe, desidero lasciare la conclusione citando alcune sue parole sul nostro primo giorno di scuola, che aveva scritto in una sorta di promemoria:

«Primo giorno di scuola: 13 anni classe 1976, ma si faceva la primina. IV Ginnasio, ci fanno entrare in cortile per il discorso di benvenuto del Preside. Siamo terrorizzati, siamo i nuovi arrivati, osservati da tutti gli altri, impacciati, sotto il peso degli zaini andiamo incontro alla più totale incertezza. In realtà all’inizio di ogni ciclo della vita è così! Dopo il discorso del Preside sulla disciplina, le sospensioni, la condotta, dovevamo capire subito chi comandava e che era finita la bella vita della scuola media; i divieti di andirivieni durante le ricreazioni, di uscire o no prima e a quali condizioni, le giustificazioni firmate dai genitori, insomma cose che ci davano la voglia irrefrenabile di tornare a casa subito; poi l’arrivo in classe al secondo piano con vista sull’ospedale Santo Bambino: certo il passaggio delle ambulanze era un po’ rumoroso, ma non si può avere tutto nella vita, almeno c’erano nuove vite in arrivo là dentro, una bella speranza».

Marco Pappalardo

Che male c’è?

Che male c’è?

«Che male c’è?», «che ho fatto di male?»
sono frasi che ordinariamente ci sentiamo dire come educatori, insegnanti, genitori e magari qualche volta diciamo pure noi.

Arrivano sempre puntuali dopo un’azione o una parola sbagliata, spesso sostenute da rabbia, grida, facce scure, musi lunghi. Le ascoltiamo dai bambini, dai ragazzi, dai giovani e, per ciascuna età, ci sono una consapevolezza e responsabilità di diverso livello.

Spesso il male non c’è davvero, né l’intenzione e alcune cose accadono per altri motivi; inoltre non bisogna vedere il male dovunque perché ciò crea abitudine, errori educativi, risposte errate. Certo ci stupiamo molto, soprattutto da docenti o educatori, quando sono i genitori a giustificare così i figli dopo una bravata o un danno di piccola o grande entità verso cose o persone.

Una volta, in famiglia, erano i nonni ad avere questo ruolo di “copertura” dei nipoti, ma si trattava di situazioni e contesti diversi, in cui l’intervento educativo chiaro e netto nei confronti del responsabile non mancava comunque. Anzi lo sbaglio e il relativo richiamo diventavano occasioni di dialogo, di chiarimento, di crescita, trasformando il male in bene e facendone un tesoro per il futuro: «Ora puoi andare, ma non dimenticartelo mai!». In quante famiglie queste dinamiche sono ancora presenti e vive, attuate da genitori, nonni, zii? Richiedono un notevole esercizio di fatica educativa, fatta di ascolto e di silenzio quando ci vuole, ma anche delle parole giuste e misurate al momento opportuno. Lo stesso vale a scuola in ogni ordine e grado, creando un sistema di intervento fatto da regole chiare, ruoli definiti, massima duttilità, eccezionale sapienza.

Il “male che c’è” non va nascosto o mascherato, così come non va esagerato o mistificato, ma deve essere affrontato con misura ed equilibrio, chiamato per nome e trasformato fin dove è possibile in qualcosa di positivo.
Tutte volte che lo chiameremo per nome, cioè riconoscendolo come negativo, allora sarà possibile affrontarlo davvero.

Nella saga di “Harry Potter” c’è un “oscuro signore” che nessuno vuole nominare, Lord Voldemort, ma il non farlo non diminuisce il suo intervento malefico in quei luoghi della fantasia; quando il giovane mago Harry trova la forza di pronunziarlo, riesce ad affrontarlo e a vincerlo volta per volta. Così come amiamo solo ciò che conosciamo davvero, allo stesso modo possiamo affrontare il male riconoscendolo e facendolo riconoscere per quello che è. Non si tratta di sperimentare varie forme di punizione o redigere regolamenti minuziosi, bensì è necessario un “metodo preventivo” che risvegli le coscienze e responsabilizzi ciascuno prima che parli o agisca negativamente. Sappiamo bene di non vivere nel mondo delle favole e dei fantasy in cui le bacchette magiche risolvono tutto, ma siamo consapevoli che ogni favola o fantasy nasce dal mondo della realtà e le formule da usare richiedono pazienza, prudenza, temperanza, fiducia, fortezza, speranza, amorevolezza, sapienza.

Marco Pappalardo

Happy hour per gli ex allievi

Happy hour per gli ex allievi

Sabato 7 febbraio 2015
In occasione del bicentenario della nascita di Don Bosco, è stato organizzato un happy hour per gli ex allievi delle scuole dell’Infanzia S. Martino e Cornelio, dell’Istituto Maria Mazzarello, e degli oratori di Cinisello Balsamo dove operano le FMA.

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Lo slogan era “Ci sto con stile!”: un invito a diventare i veri protagonisti della nostra vita e costruttori del bene comune, ad essere “giovane per i giovani” nello stile di Don Bosco. In tutte le parrocchie del decanato sono stati distribuiti gli inviti e appese le locandine con il programma della serata: accoglienza alle ore 17.30, celebrazione della S. Messa e infine… l’happy hour.

All’appuntamento, presso l’Istituto Maria Mazzarello, eravamo più di 100 ex allievi! Siamo stati accolti nell’atrio addobbato con frasi di benvenuto. All’entrata due sorridenti ragazzi “sandwich” invitavano a mettere la propria firma su cartelli con la scritta “Ci sto”. Sr Lina Bianchetti, la Delegata, ci ha accolto con gioia illustrando l’iniziativa. Erano presenti anche Maria Teresa Vaghi Merisio, presidente della Federazione Lombarda Maria Immacolata, e Rosadele Regge, professoressa emerita dell’Istituto Mazzarello, che in passato è stata presidente mondiale delle ex allieve.

Il clima era festoso, tutto “salesiano”, abbiamo ritrovato le compagne di classe dopo anni… quanti ricordi! Alcuni di noi sono stati anche intervistati! I più giovani (ed erano tanti!) hanno potuto conoscere le associazioni e i gruppi che fanno parte della famiglia salesiana: ex allievi, PGS (Polisportive Giovanili Salesiane), MGS (Movimento Giovanile Salesiano). Alle ore 18, ci siamo trovati nella cappella, dove don Massimiliano Sabbadini ha celebrato l’Eucaristia. Nella sua coinvolgente omelia, in vero spirito salesiano, ci ha dato spunti di riflessione ricordando episodi della vita di Don Bosco e dei suoi primi collaboratori. Infine… l’happy hour, tra salatini e dolci un’altra occasione per ricordare gli anni trascorsi insieme e raccontarci le novità. Ci siamo lasciati con la promessa di incontrarci ancora: è stato solo il primo incontro, ne seguiranno altri… Alla prossima!

Una ex allieva dell’Unione “mamma Margherita” di Cinisello Balsamo

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