Il corriere

Il corriere

Sentieri del Cinema

 

Un uomo anziano e solitario, trovandosi pieno di debiti accetta di fare il corriere per un pericoloso “cartello” di narcotrafficanti messicani

Earl Stone è un uomo, anziano ma ancora esuberante e affascinante, che vive per i suoi bellissimi fiori ornamentali, con i quali vince premi e gira gli Stati Uniti per convention e fiere (ma pure i ritrovi con l’associazione reduci di guerra), occasioni anche mondane che lo portano a trascurare la famiglia, fino a dimenticarsi persino del matrimonio della figlia. Lo rivediamo 12 anni dopo ed è tutto cambiato: la sua azienda floreale va a gambe all’aria (la concorrenza di chi vende su Internet è spietata), l’ex moglie e la figlia non lo vogliono vedere, solo la nipote (che sta per sposarsi) gli rivolge la parola e gli vuole ancora bene, nonostante tutto. Earl è sempre più solo, ma non gli pesa.

Piuttosto, trovandosi senza soldi e pieno di debiti, è costretto a lavorare ancora, per questo accetta un incarico apparentemente semplice: guidare l’auto, fare il corriere; per lui, che ama guidare e che a ottant’anni può dire di non aver preso mai una multa pur avendo girato per tutta l’America, non è così gravoso come impegno. Non sa cosa deve trasportare con il suo malandato furgone (che presto potrà cambiare), ma visto che le cose vanno bene gli incarichi aumentano, e pure la quantità di ogni carico… Tanto da potersi permettere soddisfazioni di vario tipo, e anche una generosità con vecchi amici e perfino con la famiglia tanto trascurata. Ma quello che trasporta non è merce normale, bensì la droga di un “cartello” messicano; e Earl diventa in fretta il corriere numero 1 – ignoto alle forze dell’ordine, e amato o detestato da piccoli e grandi sgherri dell’organizzazione criminale per le sue stravaganze – per volume di consegne e sostanziale affidabilità, nonostante le sue curiose “divagazioni” dai percorsi prestabiliti; anche perché il suo status di anziano lo rende poco sospettabile e quasi invisibile ai controlli. Ma il particolarissimo “lavoro” lo porta a finire sotto l’osservazione degli agenti dell’antinarcotici, in particolare dell’efficiente Colin Bates: il “gioco” può diventare molto rischioso per il vecchio Earl.

Clint Eastwood  aveva promesso che non avrebbe più recitato, soprattutto in un suo film (era il protagonista del debole Di nuovo in gioco di Robert Lorenz, ruolo accettato per fare un favore al suo produttore che voleva cimentarsi con la regia): il suo vero passo d’addio sembrava Gran Torino. Addio ovviamente che non riguardava la regia, che alle soglie dei 90 anni lo vede ancora dietro la macchina da presa e soprattutto a studiare nuovi progetti. Il suo nuovo film Il corriere (in originale The Mule, ovvero “il mulo” come vengono chiamati in gergo i corrieri delle gang criminali) è basato sulla vera storia di un veterano di guerra (si chiamava Leo Sharp) che finì a fare il corriere della droga: un articolo del New York Times è stato il punto di partenza della sceneggiatura di Nick Schenk, lo stesso autore dello script di Gran Torino. Come il Walt Kowalski di quel gran film, anche Earl Stone è un uomo anziano solitario – ma meno irascibile, anzi spesso mansueto – e pieno di sensi di colpa e rimpianti, che, dopo aver pagato i debiti, con i soldi “sporchi” cerca di ricomprare l’affetto di una famiglia ormai lontana da lui.

Pur somigliando per alcuni versi a Gran TorinoIl corriere – The Mule è narrativamente meno scorrevole e accattivante: all’inizio sembra una rivisitazione di situazioni già viste e le vicende di Earl ci appassionano fino a un certo punto: non tanto per l’immoralità della sua condotta (all’inizio non sa cosa deve portare, ma lo intuisce; poi non resiste e sbircia il carico…), e per la dissolutezza della sua vita che il nuovo “lavoro” acuisce; quanto perché attorno a Eastwood episodi narrati e personaggi (i familiari, i trafficanti di droga – anche se c’è una piccola prova di classe di Andy Garcia – e anche i poliziotti guidati da Colin Bates, interpretato da Bradley Cooper) sono meno incisivi del previsto. Tutto gradevole e a tratti acuto, ma con una tensione che sembra crescere sempre ma non esplodere mai. Semmai, fin dall’inizio suscita ammirazione l’autorappresentazione del mitico Clint come un rottame umano, gobbo e pieno di acciacchi, rallentato e dallo sguardo meno ribaldo dei personaggi interpretati fino a dieci ani fa.

Poi, però, nella parte finale – e scusateci in anticipo se facessimo comprendere troppo: nel caso, fermatevi qui prima di vedere il film – certi temi sparsi qua e là si compongono in un epilogo semplice ma commovente (che giustifica il nostro massimo voto), in cui il tempo che passa, i dolori per i propri errori e il desiderio di rimediare almeno in parte fanno del film un umanissimo bilancio di una vita piena di fallimenti; eppure ancora riscattabile (e perdonabile) in extremis. E confermano Clint Eastwood come uno dei registi – americani e non – più capaci nel raccontare i sentimenti e i drammi della vita delle persone reali.

E se, come in Gran Torino, anche Il corriere è un film sulla solitudine in un’America in cui ognuno deve bastare a sé stesso, nel finale quel che colpisce è la lucida e quasi spietata ammissione di colpa di un uomo che ha fatto soffrire la moglie e trascurato la famiglia, troppo tardi compresa nel suo valore, per il lavoro e per le gratificazioni del mondo.

Un vincente ormai sconfitto cui risulta provvidenziale la caccia che gli dà un suo giovane alter ego, al quale potrà suggerire con grande e quasi straziante sincerità di non ripetere i propri errori per non rischiare di perdere sé stesso.

Un’ammissione che potrebbe essere anche autobiografica: sarà un caso che la figlia di Earl è interpretata da Alison Eastwood, figlia del vecchio Clint?

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Juliet Naked – Tutta un’altra musica

Juliet Naked – Tutta un’altra musica

di Riccardo Copreni per Sentieri del cinema

Anno: 2018
Durata: 105

Genere: Commedia romantica
Voto: Consigliato
Tematiche: amore, Famiglia, matrimonio, musica, paternità
Target: Da 14 anni

Il rapporto tra un uomo e una donna è condizionato dall’ossessione di lui per un cantante ormai dimenticato, che entrerà nella loro vita…

Annie è una donna che fa la curatrice di un museo di storia locale in una cittadina sulla costa britannica. Da anni è la compagna di Duncan, un insegnante di serialità televisiva ad una piccola università locale. Duncan è letteralmente ossessionato da Tucker Crowe, un cantautore americano di fine anni 90 che ha fatto un solo disco considerato dai fan un capolavoro.
La relazione tra Annie e Duncan è agli sgoccioli: lui è ancora un ragazzino, non vuole prendersi le sue responsabilità e non è disposto a crescere e avere una famiglia. I due si lasciano ma Annie inizia una curiosa relazione epistolare via e-mail proprio con il cantante.

Produzione anglo-americana tratta dal romanzo omonimo di Nick Hornby (About a Boy, Non buttiamoci giù, Slam – Tutto per una ragazza, Brooklyn, An Education), autore quanto meno saccheggiato dal cinema adattato a questo giro da due grandi sceneggiatori del cinema indipendente americano: Jim Taylor (sceneggiatore di Alexander Payne, premio Oscar per Sideways) e Tamara Jenkins (anche regista di film come il bellissmo La famiglia Savage); alla regia invece c’è Jesse Peretz, un regista televisivo americano che dirige il traffico con mestiere più che con un qualche stile.

La materia di partenza, la storia, è un po’ già vista in classici del film sentimentale – a Notting Hill a C’è posta per te – ma sempre efficace, con in più una scrittura raffinata.
Il ritmo è lento ma coinvolgente: non si ride molto, più che altro si sorride, c’è una sorta di leggerezza e malinconia che pervade tutto il film. Un film godibile e intelligente rispetto anche a tante altre commedie sentimentali più prevedibili e volgari.

C’è molta umanità dentro, desiderio di un amore che vada oltre un’abitudine e il bisogno di una famiglia.

I tre personaggi principali sono tratteggiati con finezza per scrittura è interpretazione. La protagonista Annie è interpretata dall’australiana Rose Byrne che porta con eleganza i suoi quarant’anni, molto bella ma credibile come donna normale; mentre il suo compagno Duncan è il grande comico inglese Chris O’Dowd (I love Radio Rock), buffo, patetico adolescente mai cresciuto, ma con sprazzi di umanità e tenerezza. Vera star del cast è poi Ethan Hawke nel ruolo di Tucker Crowe, giovane nonno e adolescente cresciuto troppo in fretta.

Insomma un film confezionato bene, piacevole, godibile. Uno di quei film che si godono molto, di un intrattenimento sincero e intelligente, e che con la sua grande umanità può anche regalare qualche piacevole sorpresa.

 

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Stanlio e Ollio

Sentieri del Cinema

Genere: Biografico, Commedia, Drammatico Voto: Imperdibile Tematiche: amicizia, Lavoro, malattia, spettacolo, vecchiaia Target: Da 14 anni

L’ultima tournée dal vivo dei due comici, al termine della loro carriera cinematografica.

Con una carriera iniziata ai tempi ruggenti del muto, ricca di decine di corti (le famose “comiche”) e di ben 27 film, il duo Oliver & Hardy (Stanlio e Ollio in Italia) è stato dal 1926 al 1940 un punto fermo della commedia “slapstick”; noto in tutto il mondo al cinema per la netta caratterizzazione dei due personaggi in cappello a bombetta, e i cui costanti passaggi anche in televisione hanno permesso una fama che è arrivata anche ai più giovani ai giorni nostri.

Quando però, a causa di dissidi economici tra Stan Laurel e il loro storico produttore Hal Roach, la loro carriera cinematografica come coppia si interruppe, anche la loro collaborazione sembrò giungere al termine; ma nel 1950, consapevoli della necessità di rinverdire la loro memoria tra il pubblico, accettarono una serie di spettacoli teatrali in Gran Bretagna, che avrebbero dovuto lanciare il loro grande ritorno al cinema con un film su Robin Hood da girarsi nell’isola.

Il film si sofferma sulla partenza in sordina del tour in piccoli teatri semivuoti, con alloggi in modesti alberghetti, che sono l’occasione per i due di ricordare i bei tempi, ma anche i dissidi che li hanno fatti finire: il regista – di cui è ben evidente l’affetto per questi giganti della comicità – tratta le vicende sempre con grande rispetto, senza indulgere in passaggi melodrammatici o toni da reality, ma mostrando grande tatto ed evidenziando come al rapporto lavorativo tra i due non corrispondesse automaticamente un’amicizia, ma comunque un grande rispetto reciproco. Mentre Oliver Hardy aveva un carattere accomodante, più interessato ai piaceri della vita che agli oneri del lavoro, Stan Laurel (mente creativa del duo) era una persona seria e scrupolosa. Autore di tutte le gag e dei testi, Stan prendeva molto seriamente gli impegni, consapevole che la fama e gli agi fossero passeggeri e che bisognasse cercare di strappare ai produttori le migliori condizioni possibili. Poi, quando il tour si avvia a una felice conclusione a Londra e i due sono raggiunti dalle iper protettive consorti, la salute di Oliver Hardy ha un crollo: una svolta che rivela anche la triste realtà sulle aspettative per il film da girare insieme.

L’interpretazione dei due protagonisti, Steve Coogan (Stan Laurel) e John C. Reilly (Oliver Hardy), è intensa e a tratti realmente commovente. Entrati perfettamente anche nei tratti somatici dei due personaggi (grazie anche al trucco, in particolare Reilly che si è sottoposto a lunghe sedute), i protagonisti trovano la chiave giusta per evidenziare i momenti comici che interpretano con precisione e talento (la scena del ballo ne I fanciulli del West, la gag di Ollio nel letto d’ospedale, le tante mimiche di Stanlio). La struttura fisica di Coogan (che tra l’altro è nato nella stessa contea inglese di Stan Laurel) e la mimetizzazione di Reilly, con protesi che gli han dato la stessa struttura fisica di un Oliver Hardy ingrassato e provato anche dall’alcool, fanno sì che dopo pochi istanti chi ha amato i due comici dimentichi totalmente di trovarsi di fronte ad attori che li interpretano (e ben ha fatto il doppiaggio a non cadere nel finto accento con cui in Italia son diventati famosi); ben sostenuti da Nina Arianda e Shirley Henderson, nel ruolo di due donne che rivaleggiano nel difendere e proteggere i rispettivi mariti.

Stanlio e Ollio è anche un apologo sul mestiere dell’attore, di chi preferirebbe morire sul palcoscenico piuttosto che avere una lunga vita lontana dalle scene; di chi, come Stan, dopo la morte del collega e amico, andò avanti ancora fino alla fine a scrivere testi e preparare nuove scene che solo loro due avrebbero potuto interpretare.

Un ultimo gesto di affetto e di omaggio a una delle coppie più memorabili della storia del cinema.

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Ad ogni costo

Ad ogni costo

Ad ogni costo è un documentario non ancora ultimato, che per poter andare avanti ed essere apprezzato fino in fondo richiede la sensibilità e il sostegno concreto di chi crede che dobbiamo guardare i volti e conoscere le storie delle persone che ci passano accanto per restare umani e costruire un mondo migliore.

Ecco la presentazione tratta dal sito produzionidalbasso.com in cui è possibile vedere il Teaser di presentazione e sostenere economicamente questo straordinario progetto che ci aiuta a guardare negli occhi le persone e a sentire sulla nostra pelle ciò che vivono:

Qualunque siano le motivazioni o le cause, la scelta di spostarsi altrove caratterizza da sempre il cammino dell’umanità.

Ci si allontana dalla propria terra per trovare un lavoro, garantirsi il diritto allo studio, ambire a un futuro migliore per se stessi e i propri cari. Si abbandonano i territori dove i cambiamenti climatici, il degrado ambientale, la guerra, la povertà, le persecuzioni o il saccheggio delle risorse territoriali ne rendono impossibile la vita.

Si emigra con il desiderio di un’esistenza più dignitosa. Si abbandona la propria terra per sopravvivere.

Per quasi tutti, mettersi in marcia richiede coraggio e significa affrontare un percorso rischioso, senza certezze e pieno di pericoli. Ma la scelta di emigrare è quasi sempre una necessità da affrontare. Ad ogni costo.

Un progetto fatto di volti, di storie, di umanità.

Per tentare di ricucire le distanze, comprendere le ragioni della scelta di migrare, ritrovare l’umanità di persone che, come tutti noi, ambiscono ad un futuro migliore per se stessi e le proprie famiglie, il progetto Ad ogni costo dà voce ad un gruppo di donne e di uomini che sono emigrati dalle loro terre e che raccontano la loro esperienza.

Questo lavoro ha lo scopo di dare dignità alle persone che ci stanno accanto e che fatichiamo a comprendere. Un racconto per tentare di favorire il dialogo, l’accoglianza e ritrovare la nostra umanità.

JURIJ RAZZA – regista

Diplomato nel 2000 presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma con il saggio sulla comunità di rom rumeni Casilino 700 . Realizzo documentari, reportage fotografici a sfondo sociale ed insegno fotografia e video in diversi enti ed istituti, fra cui la Scuola di Cinema Luchino Visconti di Milano. Da molti anni collaboro o realizzo progetti su tematiche migratorie e di esclusione sociale.

Sostenere il progetto

Ad ogni costo è un documentario girato nel mese di marzo grazie al contributo dell’Associazione Volontari Caritas Lecco, al Progetto Meticciare e realizzato nell’ambito di “Progetto ID 82 finanziato dal Ministero del Lavoro e delle politiche sociali e promosso da Regione Lombardia – DG Politiche sociali, abitative e disabilità ai sensi del DDUO n. 9116 del 21/06/2018”.

Le storie e le emozioni raccolte sono quelle di un gruppo di migranti che ha accettato di condividerle con noi, rivivendo le motivazioni che li ha portati ad abbandonare il loro Paese di origine e i drammi del viaggio.

Il sostegno economico al progetto servirà per coprire le spese logistiche e di produzione affrontate durante le riprese, quelle che stiamo incontrando in fase di post-produzione (montaggio, color correction, sonorizzazione, musiche, sottotitoli, dcp) nonché per contribuire all’impegno delle persone che hanno partecipato professionalmente alla realizzazione del documentario.

Tutti i sostenitori al progetto verranno resi costantemente partecipi dell’avanzamento dei lavori e saranno indicati nei titoli di coda. Ogni singolo contributo sarà, fin da ora, fondamentale. Ad ogni costo sarà completato e distribuito in autunno.

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Il professore e il pazzo

Il professore e il pazzo

Sentieri del Cinema   Anno: 2019 Durata: 124 minuti

Genere: Biografico, Drammatico Voto: Consigliato Tematiche: amicizia, carcere, cultura, linguaggio, omicidio, pazzia, redenzione Target: Da 14 anni

  Un’impresa gigantesca pone le basi di uno straordinario rapporto tra un accademico britannico e un americano rinchiuso in un manicomio criminale.

Gran Bretagna di fine ‘800: l’Università di Oxford, che ha lanciato l’idea di dare alle stampe il primo dizionario della lingua inglese, in un momento in cui l’Impero Britannico è al suo massimo splendore e governa circa un quarto delle terre emerse, è in crisi di fronte alla complessità dell’opera. Da vent’anni si discute, ma anche solo iniziare sembra impossibile. A sbrogliare l’intricata matassa è chiamato James Murray (Mel Gibson), uomo dalla straordinaria cultura ed erudizione (anche se privo di titoli accademici, e perciò guardato con sospetto dall’establishment universitario). Sposato con sei figli, è costretto a rivedere la sua vita tranquilla per mettere in piedi una squadra di “topi di biblioteca” che cominci a raccogliere le voci.

L’idea di Murray, che si rivelerà decisiva, è di lanciare una collaborazione libera e aperta a tutti i sudditi del regno: chiunque sia appassionato della lingua potrà inviare spunti, definizioni, citazioni, per contribuire a questa opera colossale. Sarà l’occasione per venire a contatto (prima solo per lettera, poi di persona) con un particolare collaboratore, William Chester Minor (Sean Penn): medico dell’esercito americano, a causa degli incubi della guerra civile che ancora lo perseguitano nonostante si sia trasferito in Inghilterra, è rinchiuso in un manicomio criminale per aver ucciso un innocente. Ancora psichicamente fragile, Minor diventa nella sua cella un vorace lettore, dotato di intelligenza e memoria, e comincia a inviare i suoi spunti a Murray.

Mel Gibson si è innamorato di questa storia realmente accaduta e raccontata nell’omonimo libro di Simon Winchester, ne ha acquistato i diritti e per anni ha cercato di realizzare un film, che finalmente vede la luce, per la regia di P. B. Shemranche in realtà è lo pseudonimo di Farhad Safinia, suo collaboratore per Apocalypto come cosceneggiatore e coproduttore. La vicenda di un autodidatta – chiamato a svolgere un compito titanico – e di un oscuro collaboratore a distanza, capace di scovare migliaia di voci e definizioni per il dizionario standosene rinchiuso in una cella, è una straordinaria apologia del rapporto umano e della possibilità di perdono e redenzione, fornite proprio dal filo delle parole e della bellezza del loro significato. Gibson ancora una volta dimostra le sue conclamate capacità interpretative, nel ruolo di un uomo dalle umili origini, ma innamorato della lingua come possibilità di vera relazione tra gli uomini; uno studioso capace di non fermarsi di fronte ai preconcetti del tempo e di vedere il dono di questo strano rapporto che durerà negli anni.

Sean Penn, da parte sua, carica la rappresentazione di Minor con tutta la varietà di toni di un personaggio perennemente in bilico tra un’acuta lucidità e il tormento dei fantasmi da cui si sente perseguitato, ma che non gli impediranno di stringere una commovente relazione con la famiglia dell’uomo che lui stesso ha ucciso. Rappresentato con grande realismo e dovizia di particolari scenografici, per calarci nello spirito vittoriano del tempo, il film è carico di una forza visiva che colpisce da subito chi guarda.

Un impatto estetico che però non sminuisce affatto l’umanità dei protagonisti: quel legame tra Murray e Minor, che per uno storico o uno studioso potrebbe essere solo il racconto di una bizzarra comunanza di interessi, diventa in questa storia la dimostrazione di come la cultura e l’amore per il sapere possano (se usate con compassione e umanità) diventare il mezzo per sanare anche le più profonde ferite del cuore umano.

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Avengers: Endgame

“La fine è parte del viaggio.”

!! SPOILER ALERT !!

Senza perifrasi, Endgame è un capolavoro. È davvero il miglior film dell’MCU e non solo… riesce a sopravvivere e addirittura ad eccedere l’altissimo livello di attesa che ruotava attorno a questo kolossal dalla durata titanica di più di tre ore. E gli incassi da capogiro al botteghino ne stanno continuamente dando prova.

La posta in gioco è altissima, e se in Infinity War il fulcro era il pazzo titano Thanos, qui a risplendere sono gli eroi, soprattutto i sei Avengers originali e a maggior ragione Captain America e Iron Man.

 

“A qualunque costo.”

Il film è strutturato in tre atti, nettamente distinti tra loro e ognuno funziona alla perfezione nel suo essere. Sin dai primi minuti ci troviamo catapultati nella disperazione di queste persone che sono rimaste, che sono sopravvissute, impotenti, al genocidio globale di Thanos. Eroi spogliati della loro forza e dilaniati chi dal dolore, chi dalla rabbia, chi dalla frustrazione, chi dai sensi di colpa. Ecco che allora le parole di Fury del primo The Avengers si fanno profetiche: “Torneranno. Perché avremo bisogno di loro”.

E in un callback proprio a quel film, ecco questi eroi di nuovo riunirsi per tentare il tutto per tutto per salvare le sorti dell’umanità e riportare indietro tutte quelle vite che Thanos aveva fatto semplicemente “evaporare”: via con l’operazione “furto del tempo”, la parte centrale più goliardica e decisamente la più celebrativa di questi undici anni di storytelling (con alcuni camei d’eccezione).

Vormir. Il solo nome fa tremare—dopo Infinity War, tutti sapevamo il prezzo da pagare per ottenere la Gemma dell’Anima, ma ciò non toglie che la scena che si sviluppa tra Natasha e Clint in cima a quel precipizio sia straziante. Un pugno diretto allo stomaco.

“Avengers… uniti!”

Da lì in poi, Endgame è un’unica corsa, incessante: il terzo atto è probabilmente il migliore di sempre per un cinecomic, che non ha nulla da invidiare a livello di epicità con lo scontro finale de Il Ritorno del Re. Il carico di coinvolgimento è addirittura “prepotente” e non lascia il minimo tempo di respirare.

E poi, così come tutto era cominciato in quell’ormai lontano 2008, così tutto si porta a compimento undici anni dopo: “Io sono Iron Man”.

A ripensarci ha senso, ma comunque nessuno sarebbe mai stato pronto. L’uomo “accusato” di saper lottare solo per se stesso, l’uomo che ha iniziato tutto è colui che alla fine – metaforicamente – si sdraia su quel filo spinato e salva l’universo, sacrificando la sua vita e addirittura la sua famiglia per un futuro migliore. Un lascito che non sarà mai dimenticato, un’eredità per tutti gli eroi rimasti e quelli che verranno. Anche Tony, come Natasha, se ne va col sorriso sapendo di non aver sprecato la sua vita, sapendo di aver fatto la cosa giusta. (“Noi staremo bene. Puoi riposare ora”). La prova che Tony Stark ha un cuore. Impossibile non piangere.

E poi c’è Cap, che decide invece di vivere la sua vita nel suo tempo. Di avere l’occasione di fare quel ballo che aveva promesso a Peggy nel ’45.

È poetico come proprio Tony e Steve, da sempre i volti principali dell’MCU, abbiano in qualche misura completato l’uno il destino dell’altro. E ora abbiamo un nuovo Captain America, di cui sarà interessante vedere gli sviluppi.

Avengers: Endgame potrà non essere un film perfetto (anche se ci si avvicina davvero molto), ma è innegabile che siamo testimoni di un tassello di storia del cinema che viene scritto di fronte ai nostri occhi, siamo di fronte a quello che – sono certo – verrà ricordato come un cult generazionale.

Grazie, Marvel! “Ti amo 3000.”

Perchè vedere questo film in oratorio?

Innanzitutto, non si tratta più soltanto di supereroi in costume che combattono il “cattivo”, ma delle persone dietro le maschere.

È un film di sentimenti, un film fatto col cuore e che arriva dritto al cuore.

Si può riflettere su come ognuno dei personaggi elabori il lutto e il fallimento – sia in modo propositivo, sia cadendo in depressione (Thor) – e su come l’eroe sia chi decide di fare qualcosa.

Tematiche come il sacrificio e l’altruismo ritornano più volte nel corso della pellicola e possono essere snocciolate e analizzate.

E cosa dire del rapporto genitore/figlio? Qui abbiamo il doppio incontro di Thor con la madre (rassicurante) e di Tony col padre, Tony che – finalmente – da padre a sua volta riesce a capire il suo e a scendere a patti con la sua figura, che aveva sempre visto “distante”.

Moltissimi ancora possono essere gli spunti da Endgame e più in generale dai percorsi dei singoli personaggi dell’MCU. C’è davvero molto più che tanti effetti speciali e ottimi stuntman, e trovare questo “di più” può essere una sfida interessante con i gruppi dei ragazzi (penso a PreAdo e Ado, soprattutto).

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