Respondeo o Res-pondus?

Respondeo o Res-pondus?

Giovani

​Una serata con Stefano Zamagni

di Francesca Tonolo – 4^ LES, Varese

 

Il 21 ottobre 2019 l’Aula Magna dell’Università dell’Insubria di Varese ha avuto come ospite il Prof. Stefano Zamagni, noto economista, che ha dialogato con il pubblico a partire dal suo ultimo libro: “Responsabili. Come civilizzare il mercato”.

Zamagni fonda tutto il suo lavoro sul significato della parola “responsabilità”, che richiama due concetti: quello di “respondeo” ovvero fornisco una risposta, rispondo alle conseguenze delle mie azioni anche dal punto di vista giuridico, quindi una responsabilità vista come imputabilità, e quello di “res-pondus”, ossia prendo sulle spalle il peso delle cose, mi faccio carico delle situazioni, delle persone.

Il senso vero della responsabilità venne già indicato negli anni ’70 del secolo scorso da don Lorenzo Milani con il suo slogan “I care” ovvero mi prendo cura. Ad oggi, l’economia italiana fatica ancora a riprendersi dalle difficoltà della crisi del 2008 perché è fondata sul primo significato.

E, per paradosso, secondo l’economista è più responsabile delle proprie azioni chi non fa il bene più di chi fa il male.

A partire da questa idea di fondo Zamagni analizza diverse aree dell’esistenza.

La prima è quella inerente alla tematica ecologica-ambientale: tutti possiamo vedere i disagi che la CO2 e la CF4 stanno creando, ma difficilmente il cittadino si prende la responsabilità di affrontare personalmente questo problema.

La seconda è quella economico-finanziario che si basa sulla tesi della doppia moralità. Albert Carr, nel 1968, affermò “Is Bluff”: con una brevissima frase dichiarò che nel mondo degli affari è etico truffare, aggiungendo così che la finanza è simile al gioco del poker, bisogna bleffare per vincere. Ma la crisi del 2008 scoppiò proprio a causa della tesi della doppia moralità, per cui in alcuni ambiti è possibile imbrogliare, in altri no.
Se non si applicano ovunque le regole morali si diventa schizofrenici, ma l’uomo non può vivere in questa condizione. Da qui i numerosi suicidi avvenuti dopo la crisi.

La terza area è quella dell’aumento endemico e sistemico della disuguaglianza sociale. Ormai, nell’era della quarta rivoluzione industriale, esiste un paradosso strabiliante: diminuiscono i poveri, ma aumentano le disuguaglianze. Povertà e disuguaglianza sono nozioni differenti. La povertà è la condizione di inferiorità economica, di chi non ha denaro per il sostentamento. Disuguaglianza, invece, è la differenza tra classi sociali.
Oggi, questo divario tra classi sociali, dovuto proprio ai vari giochi economici, ha portato all’affermarsi dell’”aporofobia” ovvero del disprezzo del diverso, originatosi dalla meritocrazia, da non confondere con la meritorietà, tema affrontato già nel quarto secolo a.C. da Aristotele. La meritocrazia porta a dare il “potere” a chi se lo merita, ma chi ha il potere poi può cambiare le regole del gioco come vuole. Differente è la meritorietà, che è il principio di organizzazione sociale basato sul “criterio del merito” e non già del “potere del merito”.

La quarta area è collegata al progetto indetto dal Santo Padre “The Economy of Francesco”, ossia una nuova economia vista come un’alleanza per cambiare i paradigmi economici: non più l’economia politica ideata da Adam Smith e al concetto che l’uomo deve pensare solo per se stesso, bensì un’economia civile secondo la quale l’uomo per natura è amico degli altri suoi simili, ed è felice solo se si realizza con loro. Infatti, per l’economia politica la ricchezza deve essere in funzione dell’utilità, per l’economia civile la ricchezza è in funzione della felicità che è data dalle relazioni tra le persone. Come sosteneva Aristotele, infatti, l’individuo razionale raggiunge la propria felicità solo quando realizza la sua vera natura.

Al termine Zamagni ha invitato i presenti ad essere più “buoni” che “bravi”.

Bravo è chi fa ciò che deve (respondeo), buono è chi fa il bene (res-pondus).

Don Bosco e i rifiuti

Don Bosco e i rifiuti

Giovani

Don Bosco e la raccolta differenziata dei rifiuti porta a porta

 

di don Francesco Motto, SDB, Membro dell’Istituto Storico Salesiano​ per InfoAns

 

Chi l’avrebbe mai detto? Don Bosco ecologista anzitempo? Don Bosco pioniere della raccolta differenziata dei rifiuti a domicilio 140 anni fa?

Si direbbe di sì, stando almeno ad una delle lettere recuperata negli anni scorsi e che confluirà nel IX volume dell’epistolario in preparazione. Si tratta di una circolare a stampa del 1885 che nel suo piccolo – la Torino dell’epoca – anticipa e ovviamente a suo modo “risolveva” uno dei grandi problemi che affronta la società odierna, quella cosiddetta dei “consumi” e dell’“usa e getta”.

Ma vediamo che cosa scriveva Don Bosco [in corsivo le sue parole]. Si tratta di una lettera circolare il cui destinatario è generico, ma è certamente appartenente alle famiglie ricche o benestanti della città. Nella missiva, dopo aver catturato l’attenzione dei suoi interlocutori, Don Bosco presenta subito la possibilità di riutilizzare la spazzatura, nello specifico “le ossa, avanzate dalla mensa e generalmente dalle famiglie gettate nella spazzatura come oggetto d’ingombro” che invece “riunite in grande quantità riescono in quella vece utili alla umana industria”. Don Bosco sa, infatti che “una società di Torino, colla quale mi sono messo in rapporto, ne acquisterebbe in qualsivoglia quantità”.

La proposta del Santo dei Giovani, concordata con la ditta interessata – che probabilmente avrebbe riutilizzato le ossa per farne prodotti alimentari per animali o concimi per la campagna – è che le “benestanti e benevole famiglie di questa illustre città… invece di lasciare che vada a male e torni disutile questo rifiuto della loro tavola, lo vogliano cedere gratuitamente a benefizio dei poveri orfanelli raccolti ne’ miei Istituti”.

Il progetto beneficia tutti quanti: le famiglie, che si liberano di parte dei rifiuti da tavola; la ditta, che è interessata a raccoglierli per riutilizzarli diversamente; Don Bosco, che ne ricava denaro per le missioni… e la città, che rimane più pulita.

Al tempo stesso, è necessario però curare anche tutta l’organizzazione. Settantenne, Don Bosco ha ormai grande esperienza e sa come gestire la cosa: ecco quindi che pianifica la raccolta porta a porta: “A quelle famiglie, che avranno la bontà di aderire a questa umile mia domanda, sarà consegnato un apposito sacchetto, ove riporre le ossa mentovate, le quali verrebbero spesso ritirate e pesate da persona a ciò incaricata dalla società acquisitrice, rilasciandone un buono di ricevuta…. Il sacchetto porterà le lettere iniziali O. S. (Oratorio Salesiano), e la persona che passerà a vuotarlo presenterà pure un qualche segno, per farsi conoscere dalla S. V. o dai suoi famigli[ari]”.

Da ultimo, Don Bosco fornisce anche degli incentivi spirituali per l’adesione – “la gratitudine di migliaia di poveri giovinetti, e … la ricompensa da Dio” – e provvede pure ad elaborare la sottoscrizione del progetto, pensando ad un tagliando da rispedire in risposta alla sua lettera, a mo’ di adesione ufficiale all’iniziativa.

Sarà riuscito Don Bosco nel suo intento? Non lo sappiamo, ma resta il fatto che oltre che ad essere un grande educatore, un lungimirante fondatore, un uomo di Dio, Don Bosco è stato anche un genio della carità cristiana.

Una versione più estesa dell’articolo sarà disponibile ai lettori del Bollettino Salesiano, nell’uscita del prossimo dicembre.

Voglio fare l’influencer

Voglio fare l’influencer

Giovani

​Illusione o nuova professione?

Secondo una ricerca di Morning Survey, l’86% dei ragazzi americani sogna di fare l’influencer.
Una tendenza globale che attira l’attenzione delle aziende e le aspirazioni dei giovani. Ma non sappiamo ancora con quali conseguenze.

Di Marco Dotti per Vita

Chi pensava a un vizio italiano si deve ricredere. Il nuovo corso di laurea per influencer lanciato nell’ottobre scorso dall’università privata eCampus, al di là dei giudizi di merito, sembra intercettare una tendenza generale.
Secondo un nuovo sondaggio, l’86% dei giovani americani vuole diventare influencer sui social media.

Le ragioni? Presto dette:

  • Per fare la differenza
  • Orario flessibile
  • Condividere idee
  • Perché è divertente
  • Denaro
  • Prova gratuita di nuovi prodotti
  • Fama

Secondo uno studio di Morning Consult l’86% delle persone di età compresa tra i 13 e i 38 anni è disposto a provare questa esperienza. Ma solo il 12% si considera attualmente un influencer. Aspettative e attese variano, a seconda delle generazioni. Millennials e Generation Z non sono perfettamente allineati né sulle aspirazioni, né sulle competenze.

A questo fatto, spiega Matthew Townsend su Bloomberg, se ne sovrappone un altro: le aziende sono alla disperata ricerca di strade per entrare in contatto con generazioni che passano sempre meno tempo a guardare la televisione e più tempo sui social-media.

Lato consumo, infine.

Oggi, l’88% dei consumatori “giovani” (Generazione Z e Millennials) apprende dell’esistenza di un prodotto dai social, il 56% acquista dopo aver visto quel prodotto in un post di una persona seguita e il 50% dichiara apertamente che i social sono oramai la fonte principale di motivazione all’acquisto.

Alda Merini

Alda Merini

Giovani

«PER ME LA VITA È STATA BELLA PERCHÉ L’HO PAGATA CARA»

 “La pazza della porta accanto” che intingeva il calamaio nel cielo.


A dieci anni dalla morte, ritratto della poetessa milanese. I versi, la malattia, la potenza della vita.


E «il primo bacio di Gesù»

di Silvia Guidi  per Tracce 

 «Composizione / atroce: la mia mente che / è andata / a pezzi / sul mio parabrezza infinito».

I versi di Alda Merini, scomparsa il primo novembre di dieci anni fa, vengono copiati, postati e condivisi sui social network. La pazza della porta accanto, l’habitué del caffè Chimera, come definiva se stessa, è sempre più conosciuta, sempre più citata, anche nel mondo digitale.
Google le ha dedicato un doodle il giorno del suo 85esimo compleanno: Alda tiene tra le braccia uno dei suoi libri e ha alle spalle un ponte stilizzato, che idealmente richiama quelli dei Navigli di Milano, zona in cui ha abitato per anni. «Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta», dice di se stessa.

Ma la follia, dimensione a cui viene associata, per Alda Merini non è solo una metafora letteraria. È anche un’esperienza concreta, quotidiana, penosa, un pozzo di angoscia da cui risorgere ogni volta più ferita ma più forte, più consapevole del valore del dono ricevuto, la grazia di parole viventi a cui può attingere a piene mani. E far attingere anche gli altri. Si tratta di una vera morte, seguita da autentiche, concrete resurrezioni, una sequenza di guarigioni e ricadute che dalla clinica psichiatrica la riportano nel mondo dei “normali”, e viceversa.

Alda inizia a scrivere molto giovane; non ha ancora sedici anni quando l’amica Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, mostra alcune sue poesie allo scrittore Angelo Romanò, che a sua volta le fa leggere al critico Giacinto Spagnoletti.

Nel 1947 conosce tre figure fondamentali del mondo letterario: Giorgio Manganelli, Luciano Erba, Maria Corti. In questo stesso anno si manifestano i primi segni della malattia mentale. Spagnoletti inserisce alcuni dei suoi versi nella sua Antologia della poesia italiana 1909-1949, pubblicata da Guanda nel 1950. Altri sono inseriti nella raccolta, curata dall’editore Vanni Scheiwiller, Poetesse del Novecento, del 1951. Il suo primo libro è La presenza di Orfeo (Schwarz, 1953), apprezzato da pesi massimi della letteratura italiana come Montale, Pasolini, Quasimodo, cui seguono altre due raccolte di liriche, Paura di Dio e Nozze romane, entrambe del 1955.

Sei anni più tardi appare Tu sei Pietro, l’opera che chiude il primo periodo della sua produzione.

Segue un lungo intervallo di tempo segnato dalla malattia che la porterà a subire lunghi ricoveri nell’Istituto psichiatrico Paolo Pini di Milano. In ospedale ricomincia sporadicamente a scrivere, anche a scopo terapeutico, ma è a partire dal 1979 che prende avvio la nuova produzione. La riflessione sulla terribile esperienza del manicomio genera le liriche che solo nel 1984 verranno pubblicate da Scheiwiller con il titolo La Terra Santa, che otterrà nel 1993 il Premio Librex Montale.

Dio è onnipresente nei versi di Alda, a volte in modo non esplicito, a volte con i connotati inconfondibili del figlio del falegname di Nazaret, sorgente di continue rinascite e rinnovate creazioni.

Scrive in Corpo d’amore: «Mi ha resa giovane e vecchia / a seconda delle stagioni / mi ha fatto fiorire e morire / un’infinità di volte. / Ma io so che mi ama / e ti dirò, anche se tu non credi / che si preannuncia sempre / con una grande frescura in tutte le membra / come se tu ricominciassi a vivere / e vedessi il mondo per la prima volta. / E questa è la fede, e questo è lui / che ti cerca per ogni dove / anche quando tu ti nascondi / per non farti vedere».

 Alda, nata il 21 marzo, nelle sue opere è la messaggera di una primavera che assomiglia all’aldilà, a un mondo alieno che ha il compito di mettere meglio a fuoco la profondità dell’aldiquà. 

Non a caso all’inizio della sua lunga e sofferta vicenda editoriale c’è una silloge che ha Orfeo nel titolo: il poeta si lancia nell’abisso per cercare gli dèi fuggiti dal mondo, o almeno per riportarne in superficie le tracce, e la musica. I versi della Merini sono, appunto, una discesa nella notte dell’uomo, ma è una notte illuminata da lampi, popolata di anime e di contrasti, altamente vitale.

Un itinerarium mentis in Deum personalissimo, che può diventare esperienza condivisa solo grazie alla visitazione delle parole, una ricognizione per epifanie, deliri, nenie, canzoni, dello spazio in cui irrompe il naturale inferno e la naturale luce dell’essere umano. Il dolore e la malattia in fondo sono solo il reagente che rende visibili entrambi.

«Ogni poeta vende i suoi guai migliori», diceva la Merini con il suo naturale, abituale understatement: «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara». In fondo, continua Alda, persino Dante fu «un genio miserabile. Il poeta muore spesso».

Ed è questa la chiave per comprendere, chiosava Manganelli, i modi ingegnosi in cui l’altrove si nasconde sotto l’apparenza dell’ovvio: «Di rado è stata più fermamente sperimentata la qualità empirea della parola impegnata nella ricognizione dell’inferno; la felicità dei testi di Alda Merini non è altro che l’incontro con la perfezione del dolore; la salvezza è il battesimo verbale della disperazione».

Profetessa suo malgrado, perennemente in lotta con il suo compito e la sua vocazione di croce e annuncio, delirio e consapevolezza, Alda Merini parla di se stessa sempre con un sorriso dolceamaro: «Comunemente si pensa che si possa scegliere la vita e il genere di vita che più ci compete, ma è difficile per tutti sottrarsi all’impero della nascita, e a quello più urgente del dolore. E del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita».

Di tutte le vite, anche di quelle meno “riuscite” secondo i parametri della mentalità mainstream, e ha reso sempre più concreto e più serrato, negli anni, il suo dialogo con Dio. A chi le domandava come si scrive, rispondeva: «Si va vicino a Dio e gli si dice: feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via dagli altri, rapiscimi. Io scrivo sempre intingendo il mio calamaio nel cielo».

Tutta la sua ampia, variegata opera è un diario senza traccia di sentimentalismo, compiacimenti estetizzanti o di facili condanne in cui emergono variazioni sul tema dello “sperdimento”, quel dimenticare se stessi che è effetto collaterale dell’amore, e ha forza trainante delle passioni più elementari. Ma anche la sicurezza di sé e della propria, singolarissima voce in una sorta di innocenza primaria che osserva e trasforma tutto, lacerando l’abitudine, l’indifferenza e la paura del mondo che c’è “fuori”. Senza mai disconoscere la malattia, con il suo carico di pena costante, ma considerandola una prova da attraversare.

Così lontana e così vicina a tutti noi, la poesia della pazza della porta accanto dei Navigli. 

«I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi», scriveva Carlo Dossi a cavallo fra Otto e Novecento. Nel caso della Merini, è successo davvero. «Due giorni prima che morisse», racconta l’amico di sempre Arnoldo Mosca Mondadori, «mi chiese di riscaldarla con un fon.
Poi si tolse la maschera dell’ossigeno e accese una sigaretta. Allora un amico, Silvio Bordoni, le disse: “Ma signora Merini, non è il caso che lei fumi”.
E lei rispose: “Caro Bordoni, oramai mi rimane questa sigaretta e il primo bacio di Gesù”».

 

 

Alda Merini (Milano, 1931-2009) esordisce con il suo primo libro di poesie, La presenza di Orfeo (Schwarz), nel 1953.
Nel 1984 pubblica La Terra Santa (Scheiwiller) che le vale il Premio Librex Montale.
Le sue opere sono raccolte nell’antologia Il suono dell’ombra. Poesie e prose (1953-2009), edita da Oscar Mondadori.

Fecondità e accoglienza

Fecondità e accoglienza

Giovani

​Essere fecondi per accogliere i giovani con una maternità e paternità che li rigeneri ogni giorno.

Scritto da Chiara Amirante per nuoviorizzonti.org

Fare memoria ed essere fecondi: in questi mesi abbiamo meditato le parole affidateci da Papa Francesco nel videomessaggio per i 25 anni della comunità e ora ripartiamo con nuovo slancio e progetti concreti.

Siamo partiti dalla strada ascoltando il grido di quello che chiamo “il popolo della notte” e continuiamo a cercare le persone dove si trovano. La fecondità la esprimiamo accogliendo i giovani con una maternità e paternità che li rigeneri ogni giorno facendoci realmente carico delle ferite dei loro cuori.

Nella sede centrale della Cittadella Cielo di Frosinone è già attiva una realtà sia di formazione al volontariato internazionale sia di accoglienza con circa 120 persone, il progetto crescerà nei prossimi anni e prevede una comunità residenziale di accoglienza per le nuove dipendenze, le casette per i consacrati a vita comune, la “Casetta del Tesoro” ovvero un hospice per malati terminali: sarà il cuore della Cittadella la sapienza della sofferenza, che già ora riceviamo dai “crocifissi vivi” che incontriamo.

Proseguono e si arricchiscono poi i progetti per i giovani proprio prendendo spunto dalle parole del Santo Padre: il 2019/2020 sarà un anno pieno di missioni in Italia e all’estero. Settimane di prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole e nei luoghi di aggregazione a Frosinone ad ottobre ed una a maggio a Roma, inoltre avremo missioni programmate in Brasile, in Spagna, in Polonia, in Slovacchia.

Dal 2-3 novembre ripartiranno i weekend mensili di “Arte di Amare”, il corso di conoscenza di sè e guarigione del cuore basato sulla spiritherapy legati anche all’ultimo libro (“La guarigione del cuore”)

L’10-11 ottobre ci sarà il Festival Incanto della Terra che a Frosinone coinvolgerà 600 studenti legato al Progetto T.E.R.R.A. (finanziato dall’Impresa Sociale Con i Bambini) che coinvolge 35 partner in 48 mesi70 docenti nelle 6 regioni, 75 operatori del terzo settore e i loro studenti, puntando ad un modello di inclusione sociale e di contrasto della povertà educativa con l’obiettivo di integrare la partecipazione attiva della cittadinanza alla solidarietà sociale. Si concluderà il progetto “Punta in Alto” volto a contrastare e prevenire la ludopatia operando in 23 scuole di 6 regioni italiane avendo raggiunto 22.000 studenti in un anno e mezzo.

Partirà una nuova sfida con il progetto “Ciak si gira” (in collaborazione con la Fondazione Affinita l’Impresa sociale “Con i bambini”) che a Frosinone impegnerà 60 ragazzi svantaggiati in un percorso di formazione di quattro anni attraverso i linguaggi multimediali che li aiuterà a formarsi e a produrre un format televisivo creando concrete possibilità di lavoro nei media.

Nell’era della comunicazione si sperimenta sempre di più la solitudine. Solo rendendo protagonisti i giovani, puntando sui loro talenti e credendo in loro, si può lavorare sulle loro ferite e aiutarli così a realizzare il grande sogno che Dio ha su ciascuno di loro!

Scifoni: “Santo piacere”

Scifoni: “Santo piacere”

Giovani

Scifoni: “Con ‘Santo piacere’ correggo le mie abitudini ridendo”

 

Di Hortensia Honorati per AgenSir

Partito dai teatri di parrocchia, fino alla televisione per diventare virale sui social con i video sul santo del giorno, l’attore Giovanni Scifoni porta in scena al Teatro Sala Umberto di Roma lo spettacolo “Santo piacere” che si appresta a replicare il sold-out anche in questa settimana. Una riflessione autobiografica che parte dalla domanda: “Cosa c’entra Dio con il fatto che tutta questa energia sessuale che ho dentro e che vedo nel mondo determina così tanto le nostre scelte, le nostre pulsioni, i nostri desideri?”

Ironico, geniale, profondo, leggero, delicatamente sovversivo, illuminante, divertente, in costante dialogo con un pubblico che dall’ultima stagione non fa che riempire il Teatro Sala Umberto arrivando al sold-out. Giovanni Scifoni è questo e molto altro, capace di far ridere e piangere contemporaneamente. Partito dai teatri di parrocchia, fino alla televisione per diventare virale sui social con i video sul santo del giorno. Un funambolo che attraversa la linea sottile della coscienza umana, cercando di mantenere l’equilibrio tra le domande importanti che spesso portiamo dentro ma non abbiamo il coraggio di condividere: “Perché, come scrive san Paolo, desidero il bene e faccio il male? ‘Santo piacere’ – dice Scifoni al Sir – nasce da una fortissima esigenza personale di capire che cosa avesse a che vedere Dio con il fatto che tutta questa energia sessuale che ho dentro e che vedo nel mondo determina così tanto le nostre scelte, le nostre pulsioni, i nostri desideri. Ognuno di noi desidera avere una vita sessuale felice e…non ce l’ha! E facciamo disastri! Allora che centra Dio con tutto questo? Questa è la domanda per me cruciale!”.

I personaggi dello spettacolo sono numerosi, ma l’attore sul palco è solo, accompagnato unicamente da una danzatrice, emblema della femminilità e della sua capacità di scatenare nell’uomo una forza che può essere distruttiva o vitale.

In “Santo piacere” c’è tutto Scifoni, è una riflessione autobiografica

in cui le intuizioni più importanti arrivano da personaggi laterali come Rashid, l’amico musulmano e pizzaiolo, o da don Mauro, che nella sua apparente debolezza riesce a dominare i dubbi esistenziali del protagonista accompagnandolo all’essenza della sua libertà: “Ma tu Giovanni cosa vuoi? Cosa desideri?”. Il sacerdote, semplice e senza alcun tratto carismatico, custodisce uno dei segreti più fragili e potenti del cuore umano, e cioè che “la verità è dentro ognuno di noi non c’è possibilità di fraintenderla”.

Lo spettacolo scritto e interpretato da Scifoni, con la regia di Vincenzo Incenzo ha fatto il tutto esaurito in tre importanti sale di Roma e si appresta a replicare il sold-out anche in questa settimana, dove sarà in scena fino al 27 ottobre al Sala Umberto.

A determinare il successo di “Santo piacere” non è solo l’efficacia dei monologhi, come quello della lampadina, metafora della fedeltà matrimoniale, ma è soprattutto la potenza dell’identificazione che il teatro regala:

“Io spettatore – spiega – vado al teatro per sentirmi raccontare, cioè io voglio vedermi riflesso in quello che viene raccontato, e così allora posso ridere, posso piangere, rido di me e non di qualcun altro. Non rido perché viene preso in giro il politico o il mio avversario, rido di me, dei miei difetti, dei miei peccatucci. Come diceva Moliere citando il famoso detto latino ‘Castigat ridendo mores’, cioè correggere le abitudini ridendo. Ma le abitudini di chi? Non di un altro ma le mie, di io che vado a teatro.

Infatti Moliere distruggeva pesantemente i vizi della borghesia ma era la borghesia stessa che andava a teatro a ridere.

Capita anche che piango di me, mi commuovo di me, di una situazione in cui mi sono potuto trovare. Ma è anche l’attore che si identifica con quello che fa, cioè non è vero che si trasforma e diventa qualcun altro. Diventa quel personaggio ma questo in qualche modo un po’ gli somiglia, questo qualcun altro che io interpreto in qualche modo mi racconta qualcosa di me, sennò non riesco a interpretarlo, sennò sono finto. Invece

sono un attore realistico, verosimile, quando l’altro che interpreto in qualche modo entra in contatto con la mia anima,

e anche in questo caso c’è l’identificazione”.

Scifoni si mette a nudo, letteralmente dalla prima all’ultima scena è uno spogliarsi di vestiti e di paure, e con voli pindarici tra citazioni di santi, filosofi, scrittori e una colonna sonora che spazia da Leonard Cohen a Lucio Dalla conduce lo spettatore ad un’intima domanda: desidero un piacere facile o felice?

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