2 Giorni Giovani 2019

2 Giorni Giovani 2019

Milano, 14-15 settembre 2019

Due giorni per rincontrare amici e compagni di viaggio, condividere la ricchezza delle esperienze estive, ripartire per un nuovo anno alla luce della Proposta Pastorale 2019-2020, e partecipare tutti insieme alla Professione Perpetua dei Salesiani.

2 Giorni Giovani 2019

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Noi, la sete di infinito e Dio

Noi, la sete di infinito e Dio

Le chiese sono vuote, ma noi giovani abbiamo sete di Dio: la sfida più grande è, oggi, quella di contagiare i nostri coetanei con la bellezza della fede…

 

di Sara Manzardo per Corxiii

 

Fammi vedere in che cosa credi veramente, e ti dirò chi sei.

La sfida più grande per noi giovani cristiani è, oggi, quella di contagiare i nostri coetanei con la bellezza della fede. Il fatto che le chiese siano vuote – soprattutto di under 40 – non è colpa dell’insensibilità e della superficialità delle nuove generazioni, quanto piuttosto di un modo sbagliato, superficiale e non abbastanza efficace che fino ad ora è stato adottato per mostrarci che è bello credere, è bello vivere la Chiesa, è bello trovare il senso della propria vita.

Scriveva don Oreste Benzi: “guai a me se non predicassi il Vangelo, perché priverei gli uomini dell’incontro con Gesù”. Credo sia questo il motivo che dovrebbe muoverci nel testimoniare la gioia del Risorto.

Le chiese sono vuote, ma noi giovani abbiamo sete di Dio, sete di infinito, sete di significato. Ecco allora che testimoniare la fede tra i nostri coetanei diventa una priorità, una sfida avvincente che avrà l’entusiasmo di scoprire il “perché” questi giovani si avvicineranno alla pienezza attraverso la nostra amicizia e la nostra vita, senza l’ansia di contare “quante” persone abbiamo trascinato con la forza in parrocchia.

Sì, perché da una parte ci sono le religioni, che vanno in cerca di seguaci e magari rischiano di diventare settarie. Dall’altra c’è la fede che non guarda i numeri ma i cuori.E la fede in Gesù è per tutti gli uomini e le donne del mondo, è una fede che forma cercatori d’oro, che hanno capito dove sta la pienezza della vita e vogliono raccontarlo a tutti.

La differenza sta tutta qui: saremo veri testimoni di Cristo quando non ci limiteremo a raccontare la religione cristiana come insieme di norme e divieti utili per vivere bene e volerci bene. Saremo veri testimoni, sarai un vero testimone di Cristo quando inizierai a vivere in ogni istante quello in cui credi, non per paura di una punizione o per sentirti a posto con la coscienza, ma come spontanea riconoscenza per un Amore che ha donato tutto se stesso per te, che ha reso luminosa la vita di chi ha deciso di seguirlo, che ha risollevato anche me dalla paura, dalla solitudine, dal sentirmi inadeguata e invisibile per molti.

Sarai un vero testimone di Cristo quando ti affiderai completamente alla sua grazia: ti accorgerai che la tua vita acquisterà qualità, ti accorgerai di essere prezioso, unico, speciale, a immagine di chi ti ama così tanto da aver voluto ogni singolo istante della tua vita.

E allora ti verrà voglia di gridarlo dai tetti, di parlarne con i tuoi amici, di non tenere nascoste le tue scelte per paura di essere giudicato, perché cosa te ne fai di una gioia così grande se intorno a te ci sono persone disperate, sole, apatiche, rassegnate? Cosa te ne fai se le persone che hai accanto hanno il cuore annoiato e perso?

Perché diciamocelo, noi non ci guadagniamo niente a fare proselitismo, non riceviamo nessun premio se riempiamo le chiese, non abbiamo diritto a nessuna promozione telefonica speciale se portiamo un amico a un incontro in parrocchia, dai frati o ai 10 comandamenti.

Però ci guadagniamo la gioia nel vedere che il nostro amico – che prima pensava di stare bene così com’era – nell’incontro con Gesù scopre dov’è la vera bellezza, scopre qual è la vera pienezza della vita, scopre che essere davvero felici è possibile, realizzabile, esaltante.

Forse uno dei nostri più grandi sbagli è stato quello di annacquare tutto per avvicinare qualche fedele in più. Di far passare la fede cristiana per uno stile di vita come tanti – che si può seguire, ma se la domenica mattina vuoi dormire, va bene anche lo yoga del giovedì sera – , di far credere che il Vangelo sia semplicemente un bel messaggio da contestualizzare, con delle belle parabole e uno stile narrativo scorrevole e che Gesù sia stato un personaggio storico (almeno su questo concordano tutti) che ha detto tante cose belle… di vivere la messa come un momento di festa insieme, togliendole il sacrificio e la croce, per non scandalizzare nessuno.

Ma cosa attira di più, un Dio che si avvicina solo quando la comunità è in festa o un Dio che sa essere presente anche nella sofferenza umana, e anzi la vive in prima persona, lui che è Dio e che se la potrebbe risparmiare, e sconfigge la morte perché ama l’uomo e non ce la fa a vederlo distruggersi così?

Forse la sfida dei cristiani di oggi – e in particolare di noi giovani – è quella di raccontare questo amore, e di far vedere con la nostra vita che è bello e dà vita dedicarsi ai poveri e ai sofferenti, è bello e rende realizzati intessere amicizie costruite sulla Roccia, è bello e liberante stare con Dio e affidargli ogni singolo progetto e ogni singola preoccupazione.

Abbiamo bisogno di giovani che raccontino con la loro vita che è meraviglioso sposarsi, è meraviglioso aprirsi alla vita, è meraviglioso diventare prete o suora, andare in missione, trovare finalmente la propria vocazione, il proprio posto, la propria felicità.

“Dio è amore” significa che crediamo in un Dio che ha inventato quell’Amore che solo stando con Lui possiamo imparare, perché costa sangue, chiede di perdonare, si dedica all’amato al 100%, ogni singolo giorno, fa tutto per l’altro ed è felice, cresce dell’amore che dona, fiorisce ed è sereno anche nelle difficoltà. 

E chi ha provato cosa significa sperimentare questo amore anche solo per un istante, sa quanto sia assurdo pensare di volerne fare a meno…

All’Olimpiade degli Oratori spazio alla disabilità

All’Olimpiade degli Oratori spazio alla disabilità

A Oralimpics, svoltosi da venerdì 28 a domenica 30 giugno, al Villaggio Olimpico di Mind Milano, tra i 3.500 partecipanti anche diversi ragazzi non vedenti, accompagnati da Daniele Cassioli per una tre giorni di sport integrato

Daniele Cassioli, considerato il più grande campione di sci nautico paralimpico della storia, cieco dalla nascita, ha portato oltre 20 tra bambini e ragazzi non vedenti a Oralimpics, l’Olimpiade degli Oratori, da venerdì 28 giugno a domenica 30 giugno, al Villaggio Olimpico di Mind Milano (ex area Expo).

Oralimpics, manifestazione giunta alla terza edizione, è organizzata dal Centro Sportivo Italiano di Milano e Fondazione Oratori Milanesi.L’evento coinvolge circa 3.500 giovani, provenienti dall’Arcidiocesi di Milano, che si sono cimentati in una cinquantina di sport. In questo straordinario contesto, in cui lo sport diventa strumento educativo per le nuove generazioni, Daniele Cassioli, con il patrocinio del CIP (Comitato Italiano Paralimpico) e in collaborazione con Sestero Onlus, ha fatto provare alcuni sport anche ai ragazzi non vedenti.

È la prima volta che in Italia attività di sport integrato ottengono diritto di cittadinanza all’interno di una manifestazione di grande richiamo come Oralimpics. Lo sport è una palestra di vita. Integrato, perché tutti possono farlo. Praticarlo insieme genera un arricchimento continuo.

I ragazzi non vedenti saranno seguiti oltre che da Daniele Cassioli, campione sportivo e fisioterapista, anche da professionisti specializzati in orientamento-mobilità, psicomotricità e intervento precoce e dai volontari, allenatori e guide sportive, di Sestero Onlus.

«Quando, un anno fa, ho assistito per la prima volta alle Oralimpics e ho parlato durante la cerimonia d’apertura, mi sono emozionato moltissimo», ha dichiarato Daniele Cassioli. «Ho pensato, infatti, che uno dei miei più grandi desideri è fare qualcosa per permettere ai ragazzi non vedenti di partecipare a questa esperienza unica, fatta di incontri, emozioni e nuove amicizie. Ci sono riuscito! Partecipare alle Oralimpics, grazie al Csi di Milano, rappresenta una possibilità di crescita e integrazione straordinaria per i nostri bambini. Per tutti i nostri bambini. Di ogni età, con o senza disabilità. Inclusione e condivisione sono, infatti, gli strumenti per sperimentare in prima persona i propri talenti e quindi per consentire agli altri di metterli alla prova. Perché la vera vittoria è quella con se stessi. Il podio lo si raggiunge, vincendo i propri limiti non contro gli altri o nonostante le difficoltà, bensì insieme agli altri, trasformando il proprio “vento contro” (titolo del libro dello stesso Cassioli – ndr.) in un trampolino di lancio. Questo è l’insegnamento più importante che ho ricevuto dai miei genitori e dall’esperienza in oratorio, quando ero bambino. Questo è ciò che desidero trasmettere ai miei piccoli amici che conoscono il mio stesso buio e non vogliono concedergli l’ultima parola».

Fonte: Vita.it

L’altro mondiale

L’altro mondiale

Di Riccardo Deponti

È estate. I campionati sportivi sono arrivati alla loro conclusione. Ma come ogni estate ci sono sempre le competizioni internazionali a farci compagnia.

In questi giorni, le televisioni e i social sono in fermento per una competizione mondiale che sta venendo alla ribalta: il campionato del mondo di calcio. Ma non c’era stato l’anno scorso?

In verità è il campionato mondiale di calcio femminile, il massimo torneo calcistico per squadre nazionali organizzato dalla FIFA. Ci partecipano 24 squadre divise in sei gironi da quattro squadre ciascuno, in lotta per cercare di succedere alle campionesse in carica degli USA.

Dopo 20 anni di assenza, anche la nazionale italiana è presente (meglio degli ultimi mondiali dei colleghi azzurri uomini). E sta anche andando bene! Prima nel girone con 2 vittorie e una sconfitta, due gol subiti (uno su rigore e l’altro su ribatutta dopo un rigore parato) e sette fatti e l’appuntamento per martedi 25 negli ottavi contro la Cina.

Prestazioni convincenti con passione, grinta e coraggio contro squadre che hanno fatto la storia del calcio femminile e che hanno incollato gli italiani agli schermi a seguire le “Azzurre”, più di quelli che hanno seguito le recenti partite dei colleghi maschili.

Una ribalta che pare ridursi solo come al cavalcare l’onda del momento: il calcio femminile esiste da anni, anche in italia il campionato nazionale è ormai presente da tempo, con anche società che militano in serie A maschile.

Ma perchè tutta questa differenza? Perchè si deve parlare degli sport cosidetti “minori” solo quando si vince, quando si è in evidenza? Perchè non si da uno spazio equo a chi vive la bellezza del proprio sport?

Lo sport è per tutti, vissuto da tutti.

Intanto auguriamo alle ragazze di potersi togliere più soddisfazioni possibili, oggi e domani.

Agricoltura sociale, una nuova prospettiva educativa

Agricoltura sociale, una nuova prospettiva educativa

di Maria Grazia Tripi

L’agricoltura sociale oggi è una possibilità concreta di sviluppo e di integrazione sociale. Vi raccontiamo una giornata vissuta insieme ad operatori ed utenti.

«Io mi sento parte di questo progetto perché sono io, in primis, a dare il mio contributo». Quando una comunità riesce ad attuare un processo educativo che porta un giovane a sentire suo un progetto, perché responsabile della buona riuscita dello stesso, ha raggiunto il suo scopo più alto. A parlare è Luca, 20 anni, di Roma. Il progetto riguarda l’inserimento professionale e lavorativo attraverso l’agricoltura sociale. La comunità educativa è la cooperativa sociale Kairos.

Quando Luca risponde alle nostre domande è appoggiato a una delle balle di fieno disposte in modo tale da rendere il capannone dove ci troviamo quasi come un anfiteatro. I suoi occhi svegli, scaltri e castani richiamano i colori attorno, il suo sguardo è sereno e soddisfatto. Più che un’intervista sembra uno scambio di esperienze, di sogni e aspirazioni. È trascorsa una giornata di lavoro all’aperto tra la pioggia, il vento e il sole che si alternavano. Ma per Luca e i suoi colleghi questa variazione continua di “stagioni” in un’unica giornata non ha cambiato il programma. Arriva un forte vento e d’improvviso la pioggia intensa.

Ci troviamo vicini alla riva del Lago di Martignano. C’è un’intera area da bonificare e deve essere pronta per il lunedì di Pasquetta, quando arriveranno i clienti dell’azienda agricola per trascorrere una giornata di relax al Casale di Martignano. La zona da raggiungere è in discesa, fino alla riva del lago. Dall’alto lo scenario favorisce la visuale completa del posto e dell’attività di lavoro dei ragazzi. È tutto un fermento, nessuno chiacchera, il clima è sereno, tutti sono impegnati a ripulire ciò che la natura senza controllo umano ha realizzato intorno. Chi con la zappa, chi con la motosega, chi con un attrezzo imbragato a spalla con delle pale sottili di colore verde fosforescenti, che mi hanno spiegato si chiama decespugliatore, chi con pala e carriola a fare da spola tra un mucchio di cespugli e un altro e chi con le mani con indosso dei guanti protettivi.

Perché con le mani? Non ci sono attrezzi per tutti? Mi incuriosisco, mi avvicino a Malina (nome di fantasia), e chiedo: «perché non usi la zappa? Faresti più in fretta».  Malina si ferma e con calma mi spiega che quel tipo d’erba va tolta delicatamente, a mano, perché con la zappa si farebbe un buco profondo e tale che non ricrescerebbe più la vegetazione spontanea. «Lo abbiamo studiato a scuola prima di fare la pratica qui». Sì, perché l’agricoltura è una cosa importante, non si improvvisa, richiede preparazione, conoscenza e pratica. Luca ci ha detto che «l’agricoltura può sembrare una cosa banale, ma non lo è».

Forse, nella società in cui viviamo, dove tutto è pronto e si trova comodamente su uno scaffale, abbiamo perso la percezione dell’importanza fondamentale di uno dei mestieri più antichi del mondo, non soltanto per i prodotti che ne derivano, ma anche per i processi relazionali e di consapevolezza umana che favorisce.

Ma ritorniamo alla pioggia che scende e penetra attraverso le nostre felpe. Noi della redazione ci guardiamo e pensiamo che la giornata si sia conclusa senza poter portare a termine le riprese e le interviste che ci servono per il nostro servizio. Per il resto dei presenti non è cambiato nulla, tutti continuano a lavorare, tutti continuano a fare come se nulla fosse quello che già avevano iniziato.

Un ragazzo, venuto per la prima volta, vuole imparare ad usare il decespugliatore e Luca (non quello dell’intervista), si prende carico del passaggio di competenze, prima per spiegare come si accende e poi per indicare quali sono i movimenti da fare sull’erba e perché farli in un determinato modo e non in un altro. Non è solo questione di metodo, infatti: ogni cosa ha un suo perché ed è da questo perché che ogni ragazzo viene posto nelle condizioni di sperimentare ed esercitare la propria autonomia.

L’educazione, infatti, non è insegnare solo delle cose, ma è anche stimolare domande.

Tutto ciò appare evidente a partire da ogni semplice gesto svolto dal gruppo di lavoro. Matteo, l’educatore presente, che non sta dall’alto a guardare, ma lavora con loro, si avvicina a noi e ci dice: «Ora sotto la pioggia, arriva quel pizzico di magia. Nessuno si è fermato, nessuno ha detto fermi, fino a che qualcuno non chiamerà la pausa e non si troverà in difficoltà, tutta la squadra continuerà a lavorare insieme. Tra di loro, stamattina, quando sono arrivati, nemmeno si conoscevano».

Questa è la “magia” dell’agricoltura sociale e Matteo è un giovane di 28 anni che ha deciso di scommettere la sua vita nell’educazione. È educatore sociale della Cooperativa Sociale Kairos e sta per conseguire la licenza in Pedagogia Sociale all’Università Pontificia Salesiana di Roma. Si percepisce dallo sguardo intenso e allegro, che Matteo è uno che ha la passione per l’attività educativa e come ogni buon educatore ci spiega anche il senso delle cose che vediamo durante la giornata. Ci porta con lui a fare un giro per l’azienda, con noi c’è anche un gruppo di giovani studenti e tirocinanti, che sta svolgendo il Servizio Civile Nazionale presso i Salesiani per il Sociale.

Ad un certo punto della campagna ci fermiamo e ci fa mettere di fronte a una cabina elettrica; ci guarda e ci chiede il perché di quell’interruttore elettrico racchiuso in una piccola casetta di legno. Anche una semplice cabina elettrica in mezzo alla campagna per lui ha un senso educativo, un significato. È il modo attraverso cui spiega ai ragazzi che quella cabina elettrica in aperta campagna racchiude in sé l’importanza della realtà.

L’azienda, che stiamo visitando, non è un luogo turistico, è lavoro e quella cabina serve per proteggere gli allevamenti di maiali dalle aggressioni dei cinghiali. Insomma, l’agricoltura vuole essere un’opportunità concreta anche di lavoro e come tale bisogna essere attenti a ciò che favorisce, nel rispetto della natura, la produzione e il guadagno.

Anche il nome Kairos ha un significato preciso che Matteo ci tiene a ricordare. «La nostra cooperativa si chiama Kairos, che dal greco significa momento giusto perché qualcosa possa avvenire. Quello che vogliamo fare è proprio creare opportunità per i ragazzi e per il territorio». Anche le parole in chiave educativa assumono una coloritura di significato diversa. Tra i tanti progetti di Kairos ce n’è uno destinato ai NEET. Il termine NEET è l’acronimo di “Not engaged in education, employment or training”. Sono una varietà molto eterogenea di giovani dai 15 ai 29 anni, che vivono in una situzione di “blocco” e di scarse prospettive di sviluppo. Per quelli di Kairos NEET sta per “Nuove esperienze educative territoriali”.

Ad accompagnarci lungo quella che chiamano “Giornata di Agricoltura Sociale” c’è anche Paola Sabatini, psicoterapeuta e membro dell’equipe formativa della cooperativa. Anche lei, prima di farci visitare l’azienda agricola, era china a terra con scarponi da campagna e guanti da lavoro, a bonificare il terreno insieme ai ragazzi del progetto NEET. Paola ci spiega che «il progetto si articola in due livelli: da una parte azione specifica sui destinatari, dall’altra animazione socioculturale per i territori. Cerchiamo di costruire, attivare e animare reti integrate fatte di aziende agricole, servizi pubblici e organizzazioni del Terzo settore in modo che il territorio possa farsi carico delle soluzioni e dei problemi e costruire proposte autonome e indipendenti dal nostro progetto». Insomma il bene dei ragazzi è concretizzato attraverso un progetto che accompagna, ma non rende dipendenti dalla struttura. Infatti, continua Paola, «altro elemento chiave è la sostenibilità, nel momento in cui il nostro progetto tra due anni sarà finito, se il territorio si è abituato a cercare soluzioni partecipate e sarà rimasto aggregato continuerà l’intervento anche dopo la nostra azione specifica. Ciò che è fondamentale è lavorare in sinergia tra territorio e ragazzi».

Alla fine di ogni giornata di lavoro i ragazzi e i visitatori dell’azienda agricola si ritrovano insieme per un momento di condivisione sulla giornata. Ci si ferma e ci si siede in cerchio sulle balle di fieno e si fa verifica dell’esperienza. Noi della redazione di young4young abbiamo capito che la cooperativa Kairos cerca di essere una risposta ai bisogni educativi proponendo soprattutto la realizzazione di reti tra le varie presenze nel territorio. «Ci siamo accorti col passare degli anni che i territori in cui abbiamo agito promuovendo partenariato tra profit e non profit e costruendo reti integrate ha mantenuto questo modello perchè piace, funziona e costruisce cambiamento». Questo è quanto ha dichiarato Andrea Zampetti, fondatore di Kairos, in un colloquio prima della visita al Casale di Martignano. «Le difficoltà maggiori sono all’inizio, perché sembra una perdita di tempo impiegare energie per costruire alleanze strategiche trasversali. Noi abbiamo scelto la strategia delle piccole sperimentazioni e azioni per permettere di  vedere il profitto indiretto che ne deriva. Dopo l’azione sperimentale i gruppi restano attivi e coesi. In sintesi, la sfida è quella di mettere insieme istituzioni, organizzazioni territoriali e aziende».

Insomma la strategia dell’insieme, intesa come cooperazione, unita a passione educativa e competenza può essere oggi risposta concreta alle esigenze educative dei giovani in difficoltà. L’educazione e l’agricoltura sono il fondamento della società e insieme sono delle opportunità occupazionali, di sviluppo e integrazione che funzionano.

Fonte: Young4Young
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Campi Vides Estivi 2019

Campi di formazione al volontariato Dalla 1^ alla 3^ sup: dal 30 giugno al 7 luglio a Cerignola (FB). Contributo spese: 100 Euro (escluso spese di viaggio) Dalla 4^sup: dal 12 al 26 luglio a Librino (CT). Contributo spese: 200 Euro (escluso spese di viaggio) ADESIONI ENTRO IL 30 MAGGIO 2019 A: sr Silvia Testa     cell. 335 6279096     delegatavideslombardia@yahoo.it  ]]>

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