Alda Merini

Alda Merini

Alda Merini

«PER ME LA VITA È STATA BELLA PERCHÉ L’HO PAGATA CARA»

 “La pazza della porta accanto” che intingeva il calamaio nel cielo.


A dieci anni dalla morte, ritratto della poetessa milanese. I versi, la malattia, la potenza della vita.


E «il primo bacio di Gesù»

di Silvia Guidi  per Tracce 

 «Composizione / atroce: la mia mente che / è andata / a pezzi / sul mio parabrezza infinito».

I versi di Alda Merini, scomparsa il primo novembre di dieci anni fa, vengono copiati, postati e condivisi sui social network. La pazza della porta accanto, l’habitué del caffè Chimera, come definiva se stessa, è sempre più conosciuta, sempre più citata, anche nel mondo digitale.
Google le ha dedicato un doodle il giorno del suo 85esimo compleanno: Alda tiene tra le braccia uno dei suoi libri e ha alle spalle un ponte stilizzato, che idealmente richiama quelli dei Navigli di Milano, zona in cui ha abitato per anni. «Sono nata il ventuno a primavera ma non sapevo che nascere folle, aprire le zolle potesse scatenar tempesta», dice di se stessa.

Ma la follia, dimensione a cui viene associata, per Alda Merini non è solo una metafora letteraria. È anche un’esperienza concreta, quotidiana, penosa, un pozzo di angoscia da cui risorgere ogni volta più ferita ma più forte, più consapevole del valore del dono ricevuto, la grazia di parole viventi a cui può attingere a piene mani. E far attingere anche gli altri. Si tratta di una vera morte, seguita da autentiche, concrete resurrezioni, una sequenza di guarigioni e ricadute che dalla clinica psichiatrica la riportano nel mondo dei “normali”, e viceversa.

Alda inizia a scrivere molto giovane; non ha ancora sedici anni quando l’amica Silvana Rovelli, cugina di Ada Negri, mostra alcune sue poesie allo scrittore Angelo Romanò, che a sua volta le fa leggere al critico Giacinto Spagnoletti.

Nel 1947 conosce tre figure fondamentali del mondo letterario: Giorgio Manganelli, Luciano Erba, Maria Corti. In questo stesso anno si manifestano i primi segni della malattia mentale. Spagnoletti inserisce alcuni dei suoi versi nella sua Antologia della poesia italiana 1909-1949, pubblicata da Guanda nel 1950. Altri sono inseriti nella raccolta, curata dall’editore Vanni Scheiwiller, Poetesse del Novecento, del 1951. Il suo primo libro è La presenza di Orfeo (Schwarz, 1953), apprezzato da pesi massimi della letteratura italiana come Montale, Pasolini, Quasimodo, cui seguono altre due raccolte di liriche, Paura di Dio e Nozze romane, entrambe del 1955.

Sei anni più tardi appare Tu sei Pietro, l’opera che chiude il primo periodo della sua produzione.

Segue un lungo intervallo di tempo segnato dalla malattia che la porterà a subire lunghi ricoveri nell’Istituto psichiatrico Paolo Pini di Milano. In ospedale ricomincia sporadicamente a scrivere, anche a scopo terapeutico, ma è a partire dal 1979 che prende avvio la nuova produzione. La riflessione sulla terribile esperienza del manicomio genera le liriche che solo nel 1984 verranno pubblicate da Scheiwiller con il titolo La Terra Santa, che otterrà nel 1993 il Premio Librex Montale.

Dio è onnipresente nei versi di Alda, a volte in modo non esplicito, a volte con i connotati inconfondibili del figlio del falegname di Nazaret, sorgente di continue rinascite e rinnovate creazioni.

Scrive in Corpo d’amore: «Mi ha resa giovane e vecchia / a seconda delle stagioni / mi ha fatto fiorire e morire / un’infinità di volte. / Ma io so che mi ama / e ti dirò, anche se tu non credi / che si preannuncia sempre / con una grande frescura in tutte le membra / come se tu ricominciassi a vivere / e vedessi il mondo per la prima volta. / E questa è la fede, e questo è lui / che ti cerca per ogni dove / anche quando tu ti nascondi / per non farti vedere».

 Alda, nata il 21 marzo, nelle sue opere è la messaggera di una primavera che assomiglia all’aldilà, a un mondo alieno che ha il compito di mettere meglio a fuoco la profondità dell’aldiquà. 

Non a caso all’inizio della sua lunga e sofferta vicenda editoriale c’è una silloge che ha Orfeo nel titolo: il poeta si lancia nell’abisso per cercare gli dèi fuggiti dal mondo, o almeno per riportarne in superficie le tracce, e la musica. I versi della Merini sono, appunto, una discesa nella notte dell’uomo, ma è una notte illuminata da lampi, popolata di anime e di contrasti, altamente vitale.

Un itinerarium mentis in Deum personalissimo, che può diventare esperienza condivisa solo grazie alla visitazione delle parole, una ricognizione per epifanie, deliri, nenie, canzoni, dello spazio in cui irrompe il naturale inferno e la naturale luce dell’essere umano. Il dolore e la malattia in fondo sono solo il reagente che rende visibili entrambi.

«Ogni poeta vende i suoi guai migliori», diceva la Merini con il suo naturale, abituale understatement: «La bellezza non è che il disvelamento di una tenebra caduta e della luce che ne è venuta fuori. Per me la vita è stata bella perché l’ho pagata cara». In fondo, continua Alda, persino Dante fu «un genio miserabile. Il poeta muore spesso».

Ed è questa la chiave per comprendere, chiosava Manganelli, i modi ingegnosi in cui l’altrove si nasconde sotto l’apparenza dell’ovvio: «Di rado è stata più fermamente sperimentata la qualità empirea della parola impegnata nella ricognizione dell’inferno; la felicità dei testi di Alda Merini non è altro che l’incontro con la perfezione del dolore; la salvezza è il battesimo verbale della disperazione».

Profetessa suo malgrado, perennemente in lotta con il suo compito e la sua vocazione di croce e annuncio, delirio e consapevolezza, Alda Merini parla di se stessa sempre con un sorriso dolceamaro: «Comunemente si pensa che si possa scegliere la vita e il genere di vita che più ci compete, ma è difficile per tutti sottrarsi all’impero della nascita, e a quello più urgente del dolore. E del resto dico spesso a tutti che quella croce senza giustizia che è stato il mio manicomio non ha fatto che rivelarmi la grande potenza della vita».

Di tutte le vite, anche di quelle meno “riuscite” secondo i parametri della mentalità mainstream, e ha reso sempre più concreto e più serrato, negli anni, il suo dialogo con Dio. A chi le domandava come si scrive, rispondeva: «Si va vicino a Dio e gli si dice: feconda la mia mente, mettiti nel mio cuore e portami via dagli altri, rapiscimi. Io scrivo sempre intingendo il mio calamaio nel cielo».

Tutta la sua ampia, variegata opera è un diario senza traccia di sentimentalismo, compiacimenti estetizzanti o di facili condanne in cui emergono variazioni sul tema dello “sperdimento”, quel dimenticare se stessi che è effetto collaterale dell’amore, e ha forza trainante delle passioni più elementari. Ma anche la sicurezza di sé e della propria, singolarissima voce in una sorta di innocenza primaria che osserva e trasforma tutto, lacerando l’abitudine, l’indifferenza e la paura del mondo che c’è “fuori”. Senza mai disconoscere la malattia, con il suo carico di pena costante, ma considerandola una prova da attraversare.

Così lontana e così vicina a tutti noi, la poesia della pazza della porta accanto dei Navigli. 

«I pazzi aprono le vie che poi percorrono i savi», scriveva Carlo Dossi a cavallo fra Otto e Novecento. Nel caso della Merini, è successo davvero. «Due giorni prima che morisse», racconta l’amico di sempre Arnoldo Mosca Mondadori, «mi chiese di riscaldarla con un fon.
Poi si tolse la maschera dell’ossigeno e accese una sigaretta. Allora un amico, Silvio Bordoni, le disse: “Ma signora Merini, non è il caso che lei fumi”.
E lei rispose: “Caro Bordoni, oramai mi rimane questa sigaretta e il primo bacio di Gesù”».

 

 

Alda Merini (Milano, 1931-2009) esordisce con il suo primo libro di poesie, La presenza di Orfeo (Schwarz), nel 1953.
Nel 1984 pubblica La Terra Santa (Scheiwiller) che le vale il Premio Librex Montale.
Le sue opere sono raccolte nell’antologia Il suono dell’ombra. Poesie e prose (1953-2009), edita da Oscar Mondadori.

Fecondità e accoglienza

Fecondità e accoglienza

Fecondità e accoglienza

​Essere fecondi per accogliere i giovani con una maternità e paternità che li rigeneri ogni giorno.

Scritto da Chiara Amirante per nuoviorizzonti.org

Fare memoria ed essere fecondi: in questi mesi abbiamo meditato le parole affidateci da Papa Francesco nel videomessaggio per i 25 anni della comunità e ora ripartiamo con nuovo slancio e progetti concreti.

Siamo partiti dalla strada ascoltando il grido di quello che chiamo “il popolo della notte” e continuiamo a cercare le persone dove si trovano. La fecondità la esprimiamo accogliendo i giovani con una maternità e paternità che li rigeneri ogni giorno facendoci realmente carico delle ferite dei loro cuori.

Nella sede centrale della Cittadella Cielo di Frosinone è già attiva una realtà sia di formazione al volontariato internazionale sia di accoglienza con circa 120 persone, il progetto crescerà nei prossimi anni e prevede una comunità residenziale di accoglienza per le nuove dipendenze, le casette per i consacrati a vita comune, la “Casetta del Tesoro” ovvero un hospice per malati terminali: sarà il cuore della Cittadella la sapienza della sofferenza, che già ora riceviamo dai “crocifissi vivi” che incontriamo.

Proseguono e si arricchiscono poi i progetti per i giovani proprio prendendo spunto dalle parole del Santo Padre: il 2019/2020 sarà un anno pieno di missioni in Italia e all’estero. Settimane di prevenzione e sensibilizzazione nelle scuole e nei luoghi di aggregazione a Frosinone ad ottobre ed una a maggio a Roma, inoltre avremo missioni programmate in Brasile, in Spagna, in Polonia, in Slovacchia.

Dal 2-3 novembre ripartiranno i weekend mensili di “Arte di Amare”, il corso di conoscenza di sè e guarigione del cuore basato sulla spiritherapy legati anche all’ultimo libro (“La guarigione del cuore”)

L’10-11 ottobre ci sarà il Festival Incanto della Terra che a Frosinone coinvolgerà 600 studenti legato al Progetto T.E.R.R.A. (finanziato dall’Impresa Sociale Con i Bambini) che coinvolge 35 partner in 48 mesi70 docenti nelle 6 regioni, 75 operatori del terzo settore e i loro studenti, puntando ad un modello di inclusione sociale e di contrasto della povertà educativa con l’obiettivo di integrare la partecipazione attiva della cittadinanza alla solidarietà sociale. Si concluderà il progetto “Punta in Alto” volto a contrastare e prevenire la ludopatia operando in 23 scuole di 6 regioni italiane avendo raggiunto 22.000 studenti in un anno e mezzo.

Partirà una nuova sfida con il progetto “Ciak si gira” (in collaborazione con la Fondazione Affinita l’Impresa sociale “Con i bambini”) che a Frosinone impegnerà 60 ragazzi svantaggiati in un percorso di formazione di quattro anni attraverso i linguaggi multimediali che li aiuterà a formarsi e a produrre un format televisivo creando concrete possibilità di lavoro nei media.

Nell’era della comunicazione si sperimenta sempre di più la solitudine. Solo rendendo protagonisti i giovani, puntando sui loro talenti e credendo in loro, si può lavorare sulle loro ferite e aiutarli così a realizzare il grande sogno che Dio ha su ciascuno di loro!

Scifoni: “Santo piacere”

Scifoni: “Santo piacere”

Scifoni: “Santo piacere”

Scifoni: “Con ‘Santo piacere’ correggo le mie abitudini ridendo”

 

Di Hortensia Honorati per AgenSir

Partito dai teatri di parrocchia, fino alla televisione per diventare virale sui social con i video sul santo del giorno, l’attore Giovanni Scifoni porta in scena al Teatro Sala Umberto di Roma lo spettacolo “Santo piacere” che si appresta a replicare il sold-out anche in questa settimana. Una riflessione autobiografica che parte dalla domanda: “Cosa c’entra Dio con il fatto che tutta questa energia sessuale che ho dentro e che vedo nel mondo determina così tanto le nostre scelte, le nostre pulsioni, i nostri desideri?”

Ironico, geniale, profondo, leggero, delicatamente sovversivo, illuminante, divertente, in costante dialogo con un pubblico che dall’ultima stagione non fa che riempire il Teatro Sala Umberto arrivando al sold-out. Giovanni Scifoni è questo e molto altro, capace di far ridere e piangere contemporaneamente. Partito dai teatri di parrocchia, fino alla televisione per diventare virale sui social con i video sul santo del giorno. Un funambolo che attraversa la linea sottile della coscienza umana, cercando di mantenere l’equilibrio tra le domande importanti che spesso portiamo dentro ma non abbiamo il coraggio di condividere: “Perché, come scrive san Paolo, desidero il bene e faccio il male? ‘Santo piacere’ – dice Scifoni al Sir – nasce da una fortissima esigenza personale di capire che cosa avesse a che vedere Dio con il fatto che tutta questa energia sessuale che ho dentro e che vedo nel mondo determina così tanto le nostre scelte, le nostre pulsioni, i nostri desideri. Ognuno di noi desidera avere una vita sessuale felice e…non ce l’ha! E facciamo disastri! Allora che centra Dio con tutto questo? Questa è la domanda per me cruciale!”.

I personaggi dello spettacolo sono numerosi, ma l’attore sul palco è solo, accompagnato unicamente da una danzatrice, emblema della femminilità e della sua capacità di scatenare nell’uomo una forza che può essere distruttiva o vitale.

In “Santo piacere” c’è tutto Scifoni, è una riflessione autobiografica

in cui le intuizioni più importanti arrivano da personaggi laterali come Rashid, l’amico musulmano e pizzaiolo, o da don Mauro, che nella sua apparente debolezza riesce a dominare i dubbi esistenziali del protagonista accompagnandolo all’essenza della sua libertà: “Ma tu Giovanni cosa vuoi? Cosa desideri?”. Il sacerdote, semplice e senza alcun tratto carismatico, custodisce uno dei segreti più fragili e potenti del cuore umano, e cioè che “la verità è dentro ognuno di noi non c’è possibilità di fraintenderla”.

Lo spettacolo scritto e interpretato da Scifoni, con la regia di Vincenzo Incenzo ha fatto il tutto esaurito in tre importanti sale di Roma e si appresta a replicare il sold-out anche in questa settimana, dove sarà in scena fino al 27 ottobre al Sala Umberto.

A determinare il successo di “Santo piacere” non è solo l’efficacia dei monologhi, come quello della lampadina, metafora della fedeltà matrimoniale, ma è soprattutto la potenza dell’identificazione che il teatro regala:

“Io spettatore – spiega – vado al teatro per sentirmi raccontare, cioè io voglio vedermi riflesso in quello che viene raccontato, e così allora posso ridere, posso piangere, rido di me e non di qualcun altro. Non rido perché viene preso in giro il politico o il mio avversario, rido di me, dei miei difetti, dei miei peccatucci. Come diceva Moliere citando il famoso detto latino ‘Castigat ridendo mores’, cioè correggere le abitudini ridendo. Ma le abitudini di chi? Non di un altro ma le mie, di io che vado a teatro.

Infatti Moliere distruggeva pesantemente i vizi della borghesia ma era la borghesia stessa che andava a teatro a ridere.

Capita anche che piango di me, mi commuovo di me, di una situazione in cui mi sono potuto trovare. Ma è anche l’attore che si identifica con quello che fa, cioè non è vero che si trasforma e diventa qualcun altro. Diventa quel personaggio ma questo in qualche modo un po’ gli somiglia, questo qualcun altro che io interpreto in qualche modo mi racconta qualcosa di me, sennò non riesco a interpretarlo, sennò sono finto. Invece

sono un attore realistico, verosimile, quando l’altro che interpreto in qualche modo entra in contatto con la mia anima,

e anche in questo caso c’è l’identificazione”.

Scifoni si mette a nudo, letteralmente dalla prima all’ultima scena è uno spogliarsi di vestiti e di paure, e con voli pindarici tra citazioni di santi, filosofi, scrittori e una colonna sonora che spazia da Leonard Cohen a Lucio Dalla conduce lo spettatore ad un’intima domanda: desidero un piacere facile o felice?

Quando i giovani ci insegnano

Quando i giovani ci insegnano

Quando i giovani ci insegnano

Di Pierluigi Ermini

Sono una generazione spesso poco valorizzata. Ma gli esempi più belli arrivano proprio da loro.
Che in questi tempi difficili ci insegnano a costruire non muri, ma “mulini a vento” capaci di dare fiato al futuro.

Una catena di fatti, tutti avvenuti negli ultimi mesi, ci dicono, con grande chiarezza, che il futuro non lo stanno scrivendo gli adulti, con i loro conflitti e le loro divisioni, ma i giovani, in particolare alcuni di loro, con i loro bellissimi messaggi, carichi di speranza.

Penso a Manuel Bortoluzzo e alla sua voglia di reagire dopo i colpi di pistola che lo hanno costretto oggi su una sedia a rotelle. Come non essere colpiti da quel suo splendido sorriso dove non si legge desiderio di vendetta, ma solo voglia di cercare di guarire per tornare ad essere il bel nuotatore che aveva dimostrato di essere.

Penso a Simone, 15 anni, che affronta con calma e con parole mai arroganti, uno dei leader romani di CasaPound, difendendo le sue idee e dando lezione di umanità e di democrazia a chi invece ha cercato con la forza di allontanare il gruppo di Rom trasferito in una struttura nel quartiere di Torre Maura. Da lui arriva un messaggio di tolleranza, accoglienza e confronto civile, contro chi invece fomenta odio e razzismo.

Penso ad Adam e Ramy, cittadini stranieri e agli altri ragazzi italiani che hanno salvato la vita ai loro compagni di una scuola di Crema dallo scellerato tentativo del cittadino italiano di origine senegalese di attentare alla vita di 51 persone. Grazie a loro si è riacceso il confronto sul tema dello ius soli, nel nostro paese, quel tema che il governo passato non ha avuto il coraggio di portare avanti e che invece oggi interroga le nostre coscienze.

Penso a Greta Thunberg e al movimento che ha ispirato per la difesa del nostro pianeta dai rischi derivanti dal riscaldamento climatico e penso alle migliaia di giovani che lo scorso 15 marzo sono scesi in piazza in Italia e in tutto il mondo per richiamare noi adulti e principalmente i governanti del mondo alla necessità di correre ai ripari prima che sia troppo tardi.

Penso ad Antonio Micalizzi, il giovane giornalista ucciso lo scorso dicembre nell’attentato di Strasburgo, un ragazzo che amava l’Unione Europea, difendendone i suoi valori, che ci spinge a riflettere sulla necessità di non uscire dalla comunità europea fonte in questi anni di sviluppo economico e di pace, ma di potenziarla e migliorarla.

Penso a Silvia Romano la giovane cooperante italiana rapita in Kenya lo scorso novembre e della quale non si hanno notizie, che ha deciso di spendere la sua vita aiutando i più poveri e i più abbandonati nel mondo, là dove essi vivono.

In questi ragazzi sono racchiusi tanti dei valori che contano nella vita: tolleranza, accoglienza, tutela dell’ambiente, desiderio di donarsi per gli altri, uguaglianza e dignità di ogni uomo, voglia di emergere e di realizzarsi nella vita, desiderio di libertà e di democrazia. Un esempio per noi adulti, che anziché alimentare i conflitti, rifiutare la diversità, favorire la crescita di forme di razzismo e di intolleranza, dovremmo fare nostri le novità e il positivo che emerge da queste storie.

Nel bel libro che ho letto scritto da Enrico Letta dal titolo “Ho imparato”, che parla anche della sua esperienza di insegnante che vive a contatto con tanti giovani, c’è una frase bellissima, un proverbio cinese, che dice: “Quando soffia impetuoso il vento del cambiamento, c’è chi alza muri e chi, guardando avanti, costruisce mulini a vento”.

Manuel, Nicola, Adam, Ramy e i ragazzi della scuola di Crema, Greta e i giovani che manifestano in difesa dell’ambiente, Antonio e Silvia, sono tra coloro che stanno costruendo anche per noi adulti, i mulini a vento, per trasformare il cambiamento in nuova energia e nuova vita.

Fonte: Romena.it

Dotti: giovani ed educazione

Dotti: giovani ed educazione

Dotti: giovani ed educazione

L’intervista esclusiva al pedagogista “scomodo”: “La condivisione? Non può essere un business social”

 

 di Marco Grieco per InTerris

 

Johnny Dotti ha, dopo di sé, tanti titoli: imprenditore sociale, presidente di Welfare Italia Servizi e docente di analisi e gestione di fenomeni sociali complessi presso l’Università Cattolica di Milano, autore di diversi libri su welfare ed economia, fra cui Oratori generatori di speranza (Edizioni Messaggero).

Apposizioni che affiancano il suo ritratto a quello di tanti uomini “di successo”.

Eppure lui, che nasce pedagogista, va in giro per l’Italia ad insegnare che non è necessario sentirsi vincenti per poter esserlo davvero. Per Dotti, essere uomini concreti significa intrecciare la conoscenza con lo spirito pratico.

Gli esempi – ricorda – non mancano: San Benedetto, San Filippo Neri, San Giovanni Bosco, per citarne alcuni di quelli che “tenevano insieme testa, cuore e mani“.

Suscita curiosità un imprenditore che cita i santi come modelli di attività imprenditoriale?

Quel poco che basta a comprendere che Dotti non è incasellabile.

 

Nato in Italia, ma figlio di emigrati italiani di ritorno dall’Australia, vive con un piede a Bergamo e con l’altro, un po’ sospeso, nell’Australia che non vide mai da piccolo, eppure impressa nel suo nome che faceva il verso a John Kennedy. Erano gli anni che sarebbero capitombolati nel Sessantotto, quello più rivoluzionario e naif. Eppure, invece che da Woodstock, Dotti impara la rivoluzione dalle pubblicazioni di don Primo Mazzolari e don Milani: preti di campagna e di frontiera, che gli insegnano un modo di poter stare al mondo, cioè vivere. Sulla loro scorta, abbandona gli studi, lascia i genitori e si divide tra orfanotrofi e volontariato.

Ritornerà sui banchi più tardi, ma senza rimpianti “perché dovevo rispondere a una mia urgenza” dice. Oggi, forte dei suoi studi in pedagogia, cerca di unire quello che la società – come dice – ha separato. In Terris lo ha intervistato in anteprima per una lunga riflessione su giovani ed educazione.

 

Dott. Dotti, può esistere un trinomio istruzione-gratuità-economia?

“Io tenderei a cambiare la parola istruzione con educazione, perché l’istruzione presuppone sempre un obiettivo e un oggetto. L’educazione, invece, è l’atteggiamento maieutico per mettere alla luce in qualcuno qualcosa che non c’era prima, è il venire al mondo del mistero dell’altro. In questo senso, la scuola oggi non è un luogo di educazione, ma di istruzione, e questo crea molti problemi”

 

La scuola dovrebbe formare i giovani a diventare adulti concreti?

“In questo momento la scuola è un dispositivo tecnico-burocratico che serve ad addestrare delle persone all’utilizzo efficiente ed efficace della società. Io credo che si debbano valorizzare esperienze di natura educativa sì dentro la scuola, ma anche al di fuori per ricreare uno spazio di incontro reale degli adulti con gli adulti, degli adulti con i ragazzi e dei ragazzi tra di loro”.

 

Servono, dunque, esperienze concrete?

“La parola concreto vuol dire far crescere insieme le cose. Cosa sono queste cose? Sono le dimensioni umane, cioè lo spirito, l’intelligenza e le sensazioni, ma anche le età diverse della vita, le dimensioni diverse dei saperi. La concretezza non è materialismo, ma l’insieme delle esperienze integrate di vita”

 

In tal senso, il volontariato può essere un’esperienza concreta?

“Sì, il volontariato è uno dei fenomeni sociali che ha riaperto degli spazi di esperienze di realtà per le persone, dove tu non fai cose solo se ne sei all’altezza, ma perché sono importanti per te e le consideri buone, giuste e belle. In un’esperienza concreta, ciò che ti muove è il senso delle cose, non la loro funzione. Spero che il volontariato non perda tale vocazione e non diventi solo funzionale ad un sistema”

 

Le cito solo alcuni numeri: in Italia il 24% dei neet (giovani che non studiano né lavorano) ha tra i 18 e i 24 anni per arrivare al 37% dei giovani tra i 25 e i 29 anni. In che cosa stiamo sbagliando?

“Credo che bisognerebbe considerare finita la stagione che considera il diritto allo studio come una cosa separata dal rapporto con la realtà. Purtroppo la gente non immagina di lavorare prima dei 25 anni e questo è un vero problema, soprattutto nella cultura mediterranea e nella cultura che ha radici cattoliche”.

 

Perché?

“Nella nostra cultura, l’apprendimento è sempre stato sempre socio-culturale, erudito e professionale. Fino agli anni Ottanta, non si separava il momento di relazione con gli adulti dal momento di presa di responsabilità in un contesto familiare, parentale, di vicinato. Oggi si fa un percorso scolastico completamente estraneo alla propria responsabilità e libertà: s’immagina che fare il dovere è studiare fino a 25 anni. Questo è un vero problema in termini di cultura e di maturità umana. Tant’è che si esce di casa a 34 anni, cioè morti”.

 

Qual è, dunque, il problema dei neet?

“Il problema non sono i neet, ma che manca l’immaginario che narra come si contribuisce al bene di tutti sin dall’adolescenza. C’è l’idea dell’istruzione e quella consumistico-individuale del sapere, ma questo isola le persone, le seleziona in modo più o meno casuale rispetto a delle competenze e crea grandi problemi”.

 

Come si fa a ricostruire quest’immaginario perduto?

“Innanzitutto ricordando che i diritti individuali non sono un assoluto, ma casomai esistono diritti personali ed obbligazioni morali rispetto al mondo. A partire da lì, servono poi esperienze che riconnettono mani, cervello e cuore”.

 

Oggi assistiamo a varie declinazioni della sharing economy, dalle piccole start-up alle grandi aziende che dànno molta importanza ai bilanci cosiddetti etici: non si rischia di trasformare la condivisione a mero mantra per far soldi?

“Dopo la crisi del 2007, il capitalismo sta cercando nuove forme di immaginario per generare valore cooperando con le forme che aveva combattuto fino all’altro ieri in cui l’unica visione era centrata sulla produzione meritocratica individuale. Oggi vanno di moda lo sharing, le community, i cosiddetti amici: basti pensare ai tasti principali dei social. Noi dovremmo recuperare il valore della condivisione seguendo la nostra tradizione, che è appunto una tradizione di mutualizzazione dei bisogni, responsabilizzazione dei desideri, capacità di governo dei valori. Il problema è che la nostra tradizione feconda si è persa in un nichilismo individualista”.

 

Lei si è formato con don Primo Mazzolari e don Milani. La Chiesa oggi continua a raccogliere il loro testimone oppure deve impegnarsi di più?

“Io credo che nel profondo della vita delle persone c’è tanta brace. Purtroppo manca la legna, cioè mancano le dimensioni istituzionali che siano in grado di accompagnare questa vitalità ancora presente all’interno delle comunità. Siamo in una fase in cui le comunità devono riappropriarsi del potere di generare qualcosa, non si tratta di aspettare una legge né un capo né un ruolo”.

 

E come si fa?

“Si tratta semplicemente di ascoltare la propria vocazione nella vita e mettersi insieme agli altri per generare qualcosa di nuovo. Se non generiamo qualcosa di nuovo, la nostra civiltà può dirsi al tramonto”.

 

Vediamo tanti giovani nel mondo che nei FidaysforFuture protestano per un mondo più pulito ed il rispetto del creato. È l’inizio di una presa di consapevolezza dei giovani?

“Io credo si tratta di un istinto di sopravvivenza. Spero diventi una consapevolezza comune, che dia adito ad azioni comuni. Certamente, se ci si fa accompagnare alla manifestazione in macchina, siamo lontani. Se cominciamo ad andare tutti a scuola a piedi in bicicletta, facciamo un atto reale, economico, politico, religioso, psicologico, che riconnette salute e salvezza”.

Rappresentanti di classe

Rappresentanti di classe

Rappresentanti di classe

di Marco Pappalardo

In tutte le scuole secondarie di secondo grado ottobre è il periodo delle elezioni dei rappresentanti dei genitori e degli studenti nei diversi organi collegiali.

La partecipazione più intensa è quella degli studenti, mentre in netto calo è la presenza dei genitori. In un’altra pagina di questo ‘Diario’ ci interrogheremo su questi ultimi e sulla loro assenza, ma ora merita spazio una lettera scritta da Virginia ed Emanuele, due rappresentanti di una classe ora al quinto anno, che hanno vissuto il loro ruolo come un servizio generoso; a conclusione del mandato relativo al quarto anno, una volta eletti i nuovi, hanno dedicato queste parole ai compagni, ancora più significative essendo ormai alla fine del percorso:

“Cari compagne e compagni, nell’anno trascorso da rappresentanti abbiamo provato a soddisfare ogni vostra richiesta quando è stato possibile. Ci teniamo a ringraziarvi per ogni singolo momento vissuto insieme in sintonia e forse in sinergia del quarto anno ormai volato via. Vi diciamo ‘grazie’, per aver dato fiducia a due poveri ragazzi che non sapevano a cosa realmente stavano andando incontro. Grazie per averci incasinato le giornate, per averci fatto confondere con le vostre strane richieste e per averci messo nei guai con i prof. Grazie per le risate e per i sorrisi, per le sfuriate e per i litigi, che ci hanno fatto crescere e diventare più uniti.

Come ogni cosa che si rispetti, però, se ha un inizio necessariamente deve avere una fine, e a questo punto non ci rimane che scrivere le ultime 200 pagine di questo grande diario di bordo che ognuno di noi, ne siamo certi, conserverà con cura nel proprio bagaglio. Da rappresentanti, ormai ex, ci teniamo ad augurarvi mesi ricchi di esperienze utili per riflettere, maturare e confrontarsi ancora una volta. Potrà essere pesante in alcuni casi, in altri leggero da poter toccare il cielo con dito, e, tutto questo potrà essere affrontato e vissuto a pieno solo se rimarremo uniti. Siamo una bella classe e dobbiamo continuare ad esserlo fino al suono dell’ultima campanella, quando qualcuno piangerà per la nostalgia degli anni trascorsi tra queste mura ed altri gioiranno dicendo ‘finalmente sono fuori di qui’. Vi auguriamo giorni sereni, nuovi inizi ogni ora, nonostante la stanchezza che già sentiamo. Siamo in gamba e proprio per questo mettiamocela tutta per vivere intensamente ogni minuto di questa avventura che volge al termine con il quinto anno già in corso”.

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