Le tre "A" della PG: ascolto,  annuncio, accompagnamento

Le tre "A" della PG: ascolto, annuncio, accompagnamento

Meditazione introduttiva di don Rossano Sala, Segretario Speciale del Sinodo, all’apertura del XVI Convegno Nazionale di Pastorale Giovanile “Dare casa al futuro”

Emmaus, molto più che un’immagine biblica

Il brano biblico che abbiamo ascoltato è stato scelto dai Padri sinodali per esprimere il cammino compiuto al Sinodo e il percorso che si attendono dalla Chiesa del Terzo millennio. Conviene risentire la loro parola per metterci in comunione con loro: «Abbiamo riconosciuto nell’episodio dei discepoli di Emmaus (cfr. Lc 24,13-35) un testo paradigmatico per comprendere la missione ecclesiale in relazione alle giovani generazioni. Questa pagina esprime bene ciò che abbiamo sperimentato al Sinodo e ciò che vorremmo che ogni nostra Chiesa particolare potesse vivere in rapporto ai giovani.

Gesù cammina con i due discepoli che non hanno compreso il senso della sua vicenda e si stanno allontanando da Gerusalemme e dalla comunità. Per stare in loro compagnia, percorre la strada con loro. Li interroga e si mette in paziente ascolto della loro versione dei fatti per aiutarli a riconoscere quanto stanno vivendo. Poi, con affetto ed energia, annuncia loro la Parola, conducendoli a interpretare alla luce delle Scritture gli eventi che hanno vissuto. Accetta l’invito a fermarsi presso di loro al calar della sera: entra nella loro notte. Nell’ascolto il loro cuore si riscalda e la loro mente si illumina, nella frazione del pane i loro occhi si aprono. Sono loro stessi a scegliere di riprendere senza indugio il cammino in direzione opposta, per ritornare alla comunità, condividendo l’esperienza dell’incontro con il Risorto» (Documento Finale, n. 4).

Emmaus è la storia di due discepoli visitati dal Signore Gesù. Non solo: è anche la storia della Chiesa nel suo insieme; esprime poi ciò che ci viene richiesto oggi per camminare insieme con i giovani; è stata perfino l’esperienza spirituale fatta durante l’Assemblea sinodale.

Penso che possa essere, a ragion veduta, il filo rosso di questi giorni. Vorrei augurarvi proprio questo: che il Convegno che stiamo incominciando sia la riproposizione di una conversazione con Gesù capace di portarci alla conversione a Gesù: un momento di crescita integrale per ciascuno di noi; uno spazio aperto all’ascolto e all’attenzione autentici; un tempo di condivisione e di conversione radicale; un’esperienza in cui il nostro cuore possa ritrovare calore e ardore; un momento in cui prendere decisioni coraggiose per il bene della Chiesa e di tutti i giovani, nessuno escluso; un piccolo Sinodo che ci faccia vivere, lavorare e camminare insieme.

Tre bagni più che necessari

Guardando il programma di questi giorni viene naturale pensare alle tre tappe di Emmaus: riconoscere con realismo, interpretare con fede, scegliere con corag­gio. Come ha strutturato il Sinodo dall’interno, Emmaus configura anche questo Convegno nei suoi diversi momenti, che ci ripropongono un cammino similare. Siamo sul mare, qui a Terrasini, in questa splendida isola che è la Sicilia. È il tempo dei primi bagni. Forse avremo occasione di farlo! Mi sembra che l’immagine del bagno – che dice immersione, contaminazione, purificazione, esperienza – possa aiutarci a incarnare ciò che vivremo insieme. Ascolteremo il prof. Silvano Petrosino che ci farà fare il primo bagno: il bagno della realtà. È la parte dedicata all’ascolto empatico, in cui Gesù mette tutto se stesso in stato di “attenzione ospitale”: chiede ai due viandanti di esprimersi e lascia che l’angoscia e la delusione escano allo scoperto e le respira nella sua anima. È il momento del riconoscere, che ci chiede silenzio interiore e disponibilità a lasciarci toccare dalla realtà così com’è. Sine glossa, senza fronzoli: nella sua drammaticità e anche tragicità. E questo ascolto, quando è vero, genera turbamento del cuore e stravolgimento degli affetti. Papa Francesco in Christus vivit ci chiede di saperci commuovere, di saper piangere per e con i giovani di oggi (cfr. nn. 75-76). Ascolteremo con grande interesse fr. Alois, priore di Taizé. È il secondo bagno: il bagno della spiritualità. Al Sinodo la sua presenza è stata molto qualificante. La sua presenza, ho detto: semplice e profonda, riconciliata e gioiosa, radicale e normale. Prima delle sue parole, che sono state altrettanto efficaci. Perché la spiritualità è prima di tutto questione di presenza prima che di parola, di bellezza prima che di riflessione, come avremo occasione di percepire visitando i tesori di Monreale. La verità cristiana, nella sua delicatezza potente e nella sua attrattività luminosa ci apre il campo per interpretare alla luce della grazia le sfide emerse dall’ascolto. Certo, perché non basta il contatto e il confronto con la realtà, è necessario ritrovare i criteri della fede per poterla prima illuminare, poi comprendere e infine trasformare. Infine il terzo bagno: il bagno della decisione. Il dialogo e il confronto fra don Salvatore Currò e don Giuliano Zanchi, mediato da suor Alessandra Smerilli ci porterà ad entrare nella concretezza della nostra Chiesa italiana, che è chiamata a prendere posizione, a fare la sua parte, a mettersi in gioco con coraggio, a non restare con le mani in mano. Come ha fatto don Pino Puglisi, con cui avremo il dono di confrontarci. Il Papa ce lo aveva detto a Firenze il 10 novembre 2015: «Ma allora che cosa dobbiamo fare, padre? – direte voi. Spetta a voi decidere: popolo e pastori insieme». Lo ha ripetuto in Christus vivit: «Esorto le comunità a realizzare con rispetto e serietà un esame della propria realtà giovanile più vicina, per poter discernere i percorsi pastorali più adeguati» (n. 103). È importante questo passaggio: papa Francesco non vuole decidere per noi, allo stesso modo in cui Gesù non decide al posto dei due viandanti con cui cammina! Entrambi ci chiedono di attivarci attraverso un autentico discernimento che arriva a scegliere ciò che nel Signore riterremo più opportuno. Emmaus non si conclude con un invio esplicito da parte di Gesù, ma con la scelta da parte dei due di ritornare a Gerusalemme, nel cuore della comunità, per portare loro la gioia del Vangelo. Gesù li ha ascoltati con pazienza, gli ha aperto la mente con determinazione, li ha nutriti con cura, gli ha riscaldato il cuore con ardore. E poi li ha delicatamente abbandonati, è sparito dalla loro vista, nascondendosi in loro. Ora devono essere coerenti rispetto all’incontro avuto e prendere posizione. Sono chiamati ad uscire allo scoperto, a illuminare la notte!

Tre doni che diventano compiti

Vorrei chiedere per voi e con voi tre grandi doni per questi giorni di crescita spirituale e di condivisione operativa. Essi diventano per noi compiti, perché ogni dono è sempre qualcosa che ci impegna per il suo sviluppo.

I doni sono sempre talenti da investire e semi da far fruttificare, mai tesori da trattenere e nascondere.

Prima di tutto il dono/compito dell’ascolto. È il primo passo per entrare con verità nel ritmo del discernimento. Ascolto delle persone e ascolto dello Spirito che parla in loro e in noi. Ascolto empatico, capace di lasciarsi cambiare da ciò che ci tocca l’anima. La cartina al tornasole di un autentico ascolto è il mutamento del proprio punto di vista, una conversione del cuore. Un Padre sinodale – un delegato fraterno – nel suo intervento ci aveva augurato che l’ascolto dei giovani potesse provocare in noi ciò che la parola della donna di origine siro-fenicia aveva provocato in Gesù (cfr. Mc 7,24-30): un cambiamento di sguardo, una diversa posizione e una nuova decisione. È stato un bell’augurio, speriamo di farlo diventare nostro anche qui a Terrasini! D’altra parte – va detto – non è per niente facile entrare nel ritmo dell’ascolto, perché esso scardina alcune nostre sicurezze e convinzioni: è molto più facile restare al livello dell’udire (che rimane solo sul piano intellettuale) o del sentire (che ci tocca solo le emozioni), senza mai arrivare ad un autentico ascolto, che arriva ad una profondità esperienziale ed esistenziale integrali. Il secondo è il dono/compito dell’annuncio. Il dono di accogliere la verità e il dono di dire la verità. I giovani vanno cercati nella loro sete di verità. Soprattutto oggi. Anche qui vi racconto un piccolo episodio sinodale. Un altro Padre sinodale, il superiore generale dei domenicani, padre Bruno Cadoré, un uomo di grande finezza intellettuale e spirituale, mi raccontava come tutti i giorni scendendo dalla Curia generalizia di santa Sabina sul colle Aventino per venire al Sinodo passava davanti alla Chiesa di Santa Maria in Cosmedin, dove si trova la famosa “bocca della verità”. E mi diceva che ogni mattina c’era sempre fila, e in fila molti erano giovani. “Hanno sete di verità”, mi diceva, “e noi siamo chiamati ad incontrarli esattamente lì, nel loro desiderio di verità”. E ad annunciare loro la verità che è il Vangelo. In un mondo gremito di fake news e dominato dalla post-truth siamo chiamati a farci portatori del “grande annuncio a tutti i giovani” (cfr. Christus vivit, nn. 111-133). Il terzo è il dono/compito dell’accompagnamento. È l’acquisizione della signorilità e della discrezione di Gesù, che sa camminare con noi, aprirci la mente e scaldarci il cuore, e poi ci dice di diventare adulti, di prendere coraggiosamente in mano la nostra vita. Un Padre sinodale diceva che a Emmaus Gesù ha il coraggio di “sparire nella missione della Chiesa”, di nascondersi in noi e di lasciare alla nostra libertà lo spazio della decisione e dell’azione. Grande azzardo di Dio e immensa responsabilità per ciascuno di noi! Abbiamo parlato molto al Sinodo della presenza e dell’iniziativa dei giovani nella Chiesa e nel mondo. Abbiamo sentito Padri sinodali che hanno denunciato una pastorale che non lascia spazio ai giovani, che più accompagnarli li sostituisce, più che liberarli li incatena, più che attivarli li rende innocui, più che vivificarli li mortifica. Gesù invece rianima, riattiva, riabilita la libertà. In questo senso «Gesù esercita pienamente la sua autorità: non vuole altro che il crescere del giovane, senza alcuna possessività, manipolazione e seduzione» (Documento finale, n. 71). L’autorità non è un potere direttivo, ma una forza generativa: chiediamo dunque di diventare come Eli, che offre a Samuele la sua esperienza di vita e poi si fa da parte con prontezza ed eleganza; di imparare da Giovanni Battista, che sa indicare ai suoi discepoli l’agnello di Dio e chiede loro di seguirlo, facendo lui per primo quello che chiede loro di fare.

Soprattutto chiediamo di imitare Gesù, che non è venuto per derubarci della nostra esistenza, ma per chiederci di prenderla in mano con entusiasmo e metterla a servizio degli altri con generosità.

Perché Egli desidera che noi tutti, insieme con tutti i giovani, abbiamo la vita l’abbiamo in abbondanza (cfr. Gv 10,10). Penso, per concludere questo momento introduttivo, che la corretta e profetica integrazione di queste tre dinamiche decisive della nostra missione con e per i giovani – ascolto, annuncio e accompagnamento – possa essere il frutto maturo di questa breve, intensa e promettente esperienza spirituale che abbiamo appena incominciato. Buon Convegno a tutti!

Fonte: Note di Pastorale Giovanile]]>

Io sono una missione – #perlavitadeglialtri

Io sono una missione – #perlavitadeglialtri

La proposta pastorale per l’anno educativo-pastorale 2018-2019 ha come tema di fondo il “servizio responsabile”

È l’ultimo dei cinque grandi pilastri della nostra Spiritualità Giovanile Salesiana, che fa da riferimento ineludibile al nostro modo di essere Chiesa e di essere nella Chiesa. Due sono state le fonti principali a cui ci si è ispirati nell’ideare e pensare il cammino di questi tre anni: l’Evangelii Gaudium e la Spiritualità Giovanile Salesiana, il radicamento ecclesiale nel Magistero del Papa e l’ispirazione carismatica della tradizione salesiana, per essere nella Chiesa segni e portatori dell’amore di Dio ai giovani, specialmente ai più poveri. La proposta si colloca nell’anno del Sinodo dal tema “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale” (3-28 ottobre 2018).

L’obiettivo sotteso a tutte le attività pastorali è quello di “Offrire e accompagnare l’esperienza di servizio responsabile nel quotidiano”.

Il TITOLO è un’espressione di Papa Francesco, contenuta nella Evangelii Gaudium al 273: «La missione al cuore del popolo non è una parte della mia vita, o un ornamento che mi posso togliere, non è un’appendice, o un momento tra i tanti dell’esistenza. È qualcosa che non posso sradicare dal mio essere se non voglio distruggermi. Io sono una missione su questa terra, e per questo mi trovo in questo mondo. Bisogna riconoscere se stessi come marcati a fuoco da tale missione di illuminare, benedire, vivificare, sollevare, guarire, liberare. Lì si rivela l’infermiera nell’animo, il maestro nell’animo, il politico nell’animo, quelli che hanno deciso nel profondo di essere con gli altri e per gli altri. Tuttavia, se uno divide da una parte il suo dovere e dall’altra la propria vita privata, tutto diventa grigio e andrà continuamente cercando riconoscimenti o difendendo le proprie esigenze. Smetterà di essere popolo».

Il titolo vuole mettere subito in luce che la missione non è un “fare”, ma un “essere”, cioè mi offre consistenza personale nella forma della generosità sistemica verso il prossimo. La missione non è una cosa da fare, è un modo di essere, un modo di abitare il mondo, di sentire la vita, un modo di sentire il tempo, il fratello, il rapporto uomo-donna e genitori-figli. La missione è un modo di esistere, uno stile di vita che concepisce il cristiano come “mandato da”, “mandato con”, “mandato a”. Missione significa che qualcuno mi manda, mi manda assieme a qualcuno, mi manda a qualcuno. Non si può concepire se stessi se non radicalmente relazionati.

Il SOTTOTITOLO, messo in forma di hashtag, si pone in continuità con il titolo e ci aiuta a dare la direzione del nostro “essere una missione” uscendo dal nostro egocentrismo. Tante volte, nella vita, perdiamo tempo a domandarci: “Ma chi sono io?”. Ma tu puoi domandarti chi sei tu e fare tutta una vita cercando chi sei tu. Ma domandati: Per chi sono io?”.

Ecco la spiegazione del logo che ci accompagna lungo tutto questo anno pastorale:

GIOVANI in cammino sul filo, saltimbanchi, giocolieri per passione: come Giovannino era “in missione per i suoi amici”, siamo chiamati a guardare a lui per continuare a farlo vivere nell’oggi. Giovani protagonisti della propria vita, nel prendersi in mano, con le proprie risorse e capacità e nel farsi dono per gli altri: solo così scopriranno veramente se stessi e saranno “felici nel tempo e nell’eternità”.

Il MONDO è il luogo in cui ci si gioca nel quotidiano, in cui si accorciano le distanze perché la missione ci unisce. Un mondo dai contorni in movimento, ancora tutto da scoprire e “da fare”: siamo chiamati a trovare il nostro posto nel mondo e a farci missione “per la vita degli altri”. Allo stesso tempo, sono gli altri che ci aiutano a scoprire chi siamo.

CRISTO e la CHIESA sembrano costituire “il perno” sui cui ruota il mondo: sono il fondamento e il senso ultimo della nostra proposta pastorale. Il nostro “essere” e il nostro “fare” prendono vita e forza da Cristo e insieme, come Chiesa, siamo mandati nel mondo per annunciarlo con la nostra vita.

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