Don Bosco e noi

Don Bosco e noi

Una storia che continua partendo da un’immensa gratitudine.

Che il mondo dell’educazione abbia avuto una svolta ed una ventata di aria buona grazie a Don Giovanni Bosco è un dato riconosciuto anche da diversi onesti manuali di Storia della Pedagogia.

Victor Hugo ha detto di lui: «Don Bosco è un uomo da leggenda», mentre Umberto Eco: «La genialità dell’Oratorio di Don Bosco è che essa prescrive ai suoi frequentatori un codice morale e religioso ma poi accoglie tutti».

Le testimonianze celebri potrebbero continuare, ma più che le parole sono i fatti a parlare e le storie di vita che, sparse in tutti i continenti, sarebbe davvero impossibile raccogliere per il vasto numero. Basta girare un po’ per il mondo o solo la nostra città, per rendersi conto di vie, piazze, ospedali, parrocchie, scuole che portano il suo nome, per non parlare delle statue anche nei luoghi più sperduti.

Egli è patrimonio di tutta la Chiesa e, per il suo metodo educativo, pure di altre fedi religiose o della società civile.

Negli anni scorsi, il viaggio dell’urna con le reliquie del Santo ha toccato i tanti Paesi in cui sono presenti oggi i salesiani, laici o consacrati, dimostrando un’accoglienza straordinaria pure in quelli dove i cristiani sono una minoranza.

È dunque il metodo educativo che appassiona e coinvolge donne e uomini di ogni razza, nazionalità e confessione, un metodo che è un progetto di vita piena e abbondante per i giovani, che guarda alla crescita completa della persona e a formarla nell’onestà e nella bontà. Il 16 agosto è stat la data del suo duecentesimo compleanno, una festa – ormai giunta alla conclusione – che non è stato uno sdolcinato ricordo del passato bensì una memoria viva e ricca di profezia.

Don Bosco educatore è un vero patrimonio dell’umanità e l’etimologia ci viene in aiuto con i diversi significati: la prima parte della parola deriva chiaramente dal latino pater, la seconda da munus che può significare “dono”, “bene”, “compito”.

Seguirlo vuol dire innanzitutto considerarlo un dono per tutti, un prezioso regalo che nessuno può tenere per sé, neanche il mondo salesiano, ma deve essere donato totalmente e “fino all’ultimo respiro”.

Significa oggi valorizzare questo bene ricevuto e farlo fruttare con originalità, fedeltà, sacrificio. Impegna gli educatori ad assumere il compito, arduo e speciale, di portare la gioventù al bene e di realizzarsi come donne e uomini dai profondi valori.

Eppure è il termine padre che aiuta a capirlo meglio: ricorda l’abbraccio paterno quando dice basta che siate giovani perché io vi ami assai e sceglie di farsi tutto a tutti per i ragazzi nelle carceri del suo tempo; ma è allo stesso tempo papà e mamma quando fa della sua casa una casa per tutti, dell’oratorio una famiglia, del futuro una possibilità per tanti.

Forse è questa la vera grande eredità lasciata e da continuare a coltivare finito il Bicentenario: sostenere le famiglie nell’educazione dei figli, ma anche essere mamme e papà per chi non c’è l’ha o vive rotture in famiglia, per una generazione senza figure genitoriali significative, per chi non crede più in stesso o non ha prospettive, per chi ha perso la speranza e vive nella povertà, per chi è violentato e sfruttato, per chi non può studiare e realizzarsi nel lavoro, per chi cerca risposte alle domande sul senso della vita, per chi è alla ricerca di Dio e della sua vocazione.

Un “povero sognatore” di campagna, nato 200 anni fa, è divenuto un seme fecondo nel grande campo dell’educazione, adesso il seme è un albero dalle ampie radici e dai tanti rami frondosi.

 

Marco Pappalardo

Le utopie ci fanno andare avanti

Le utopie ci fanno andare avanti

Pubblichiamo questo articolo di Papa Francesco a cui seguiranno una serie di articoli orientati a stimolare una riflessione, anche in contraddittorio, sulla lettura del presente.

Articoli correlati:
Non vivo più senza web, anche se, anche se…
Il linguaggio degli emoji: nuovi geroglifici o imbarbarimento?

Papa Francesco
Ci sono tre cose che dobbiamo avere tutti nella vita: memoria, capacità di vedere il presente e utopia per il futuro.

Le utopie ci fanno andare avanti. Sarebbe triste se un ragazzo o una ragazza non le seguissero. Ci sono tre cose che dobbiamo avere tutti nella vita: memoria, capacità di vedere il presente e utopia per il futuro.

La memoria non bisogna perderla.

Quando i popoli perdono la loro memoria, c’è il grande dramma di trascurare gli anziani.

Capacità di ermeneutica di fronte al presente.

Interpretarlo e sapere dove occorre andare con quella memoria, con le radici che ho, come giocarmela nel presente, in questo sta la vita dei giovani e degli adulti.

E il futuro, lì sta quella dei giovani soprattutto e quella dei bambini.

Con memoria, con capacità di gestione nel presente, di discernimento e utopia verso il futuro, perché lì s’inseriscono i giovani.

Perciò il futuro di un popolo si manifesta nella cura degli anziani, che sono la memoria, e dei bambini e dei giovani, che sono coloro che la porteranno avanti. Noi adulti dobbiamo ricevere questa memoria, lavorarla nel futuro e darla ai figli.

Una volta ho letto una cosa molto bella:
«Il presente, il mondo che abbiamo ricevuto, non è solo un’eredità degli anziani ma è piuttosto un prestito che ci fanno i nostri figli affinché lo restituiamo loro migliore».

Se taglio le mie radici e perdo la memoria, mi succederà ciò che succede a ogni pianta, morirò; se vivo solamente un presente senza guardare in previsione al futuro mi accadrà quello che accade a ogni cattivo amministratore, che non sa fare progetti.

L’inquinamento ambientale è un fenomeno di questo tipo. Le tre cose devono andare insieme; quando una manca un popolo inizia a decadere.

Da: Intervista del Papa al quotidiano argentino «La Voz del Pueblo»

Chi cerca la verità cerca Dio

Chi cerca la verità cerca Dio

Edith Stein: chi cerca la verità cerca Dio, che lo sappia o no.

Addentrandosi nella fase storica compresa fra la repubblica di Weimar e l’avvento del nazismo al potere in Germania, si dispiega la figura della religiosa e filosofa tedesca Edith Stein.
Secondo l’esempio di santa Teresa d’Avila, Madre fondatrice dell’ordine carmelitano scalzo, ella scelse di edificare il proprio castello interiore, nel quale le fondamenta sono date dall’infanzia in seno all’ebraismo, le pareti dalla riflessione filosofico-teologica difesa dagli attacchi del relativismo ma arricchita da oculate osservazioni e le sale più interne dalla profondità della sua persona spirituale.
Ella percorse i corridoi del castello addentrandosi sino al luogo più intimo, dove dimora il Re. La fortezza si eleva su di un’altura ideale, che permette a Edith Stein di considerare gli avvenimenti del proprio itinerario terreno secondo una prospettiva che arriverà a delinearsi come Scientia Crucis.

EDITH STEIN

Il 12 ottobre 1891, in seno a una famiglia ebraica osservante, viene al mondo Edith Stein. Il luogo di nascita è Breslavia (Breslau), attuale Wroclaw, fiorente cittadina della piana della Slesia, ora in territorio polacco; la piccola è l’undicesima figlia di Siegfried Stein e Augusta Courant, settima se si considera che quattro fratelli muoiono in tenera età. Ricorre in quella data, secondo il computo del calendario ebraico, la solenne ricorrenza dello Yom Kippur, “giorno dell’Espiazione”, in cui il capro espiatorio viene caricato dei peccati del popolo e spinto nel deserto. Questa coincidenza assume agli occhi della madre un segno di predilezione da parte di Dio e la induce a manifestare per l’ultima nata un particolare attaccamento.

Poco prima che la piccola compia due anni il padre, commerciante di legname, viene improvvisamente a mancare; la madre diventa, così, il perno del numeroso nucleo famigliare e, oltre ai doveri materni ai quali mai si sottrae, si fa carico degli affari imprenditoriali del defunto marito. Augusta è testimone autorevole di gratuità e di profondissima fede, nella sua vita quotidiana ella s’ispira ai precetti biblici e si presenta fedele al suo Dio e alla tradizione ebraica, irreprensibile nei costumi e caritatevole verso i poveri; è proprio quest’atteggiamento materno che, indirettamente, riconduce la Stein, dopo un lungo periodo di crisi religiosa, all’incontro con il Divino, sebbene non in seno all’ebraismo. Edith è una bambina precoce, intuitiva, dal carattere affettuoso, si dimostra da subito particolarmente versata negli studi e nel lavoro speculativo e nutre un’insaziabile sete di sapere, trovandosi così a interrogare incessantemente i fratelli maggiori e a spiccare nella scuola.

All’età di circa tredici anni, l’adolescente si dichiara atea: non crede all’esistenza di Dio e rimane indifferente circa i problemi religiosi. Scriverà: In piena coscienza e di libera scelta smisi di pregare e abbandonò la fede per affermarsi come un essere autonomo. Dopo qualche anno arriverà a dichiararsi agnostica: Mi sento incapace di credere all’esistenza di Dio. Manifesta anche la decisione di interrompere gli studi, ma poco dopo avverte la mancanza dell’impegno intellettuale; prende quindi lezioni private per recuperare l’anno perso e comincia a maturare in lei il desiderio di diventare insegnante, come la sorella maggiore Else.

Nella primavera del 1908 Edith s’iscrive al liceo scientifico della sua città, il Viktoriaschule, ma un certo scontento interiore rimane, indistinto, per ripresentarsi di lì a non molti anni. La studentessa Stein ama la vita mondana, al contempo è anche riflessiva e riservata e alberga nel suo intimo un’inquietudine che non riesce a confidare a nessuno.

Con il passare degli anni, la passione per le lettere si traduce in una ricerca espressamente antropologica. Nel 1911 Edith s’iscrive all’università di Breslavia, dove studia storia e letteratura tedesca, psicologia sperimentale e filosofia. Prende parte alla vita universitaria, incontra il pensiero liberale, il femminismo e impartisce lezioni private. La questione della religiosità, tuttavia, rimane in sospeso: frequenta la sinagoga solo per non dare un dispiacere alla madre e avverte il Dio d’Israele come lontano dal suo modo di esperire il divino.

A Breslavia avviene per la giovane Edith il primo contatto con la teoria fenomenologica, attraverso la lettura delle Ricerche logiche di Edmund Husserl, che promettono una conoscenza oggettiva partendo dal fenomeno esterno, sino a giungere, tramite l’osservazione dei suoi vari aspetti, a delle certezze verificate. La psicologia sperimentale, però, delude la Stein, giacché si tratta di una disciplina ancora priva di strumenti d’indagine validi; per tale ragione, nel 1913 s’iscrive all’università di Gottinga, dove insegna Husserl stesso, riconoscendo nella fenomenologia la modalità di pensiero più autentica; questa si qualifica come scienza rigorosa, in grado di corrispondere alle esigenze teoretiche del pensiero e si propone di soddisfare la domanda sul senso dell’esistere che, con chiarezza sempre maggiore, per la studiosa si rivela fondato nella stessa natura umana.

La tensione sincera verso la verità, che la Stein incontra frequentando i membri del Circolo di Gottinga, la riporta inaspettatamente al problema religioso: questo accade attraverso le tante conoscenze, in ambito universitario, che ritrovano la fede per il tramite della fenomenologia; fra queste vi sono Dietrich von Hildebrand, Siegfried Hamburger, Max Scheler, i coniugi Adolf e Anne Reinach, Theodor Conrad e la cara amica Hedwig Martius. L’atteggiamento fenomenologico, tramite l’epochè, favorisce una duttilità mentale e culturale propizia ai cambiamenti più radicali, che, in taluni casi, può condurre sino alla conversione.
La fede diviene ora per lei una realtà degna di considerazione, per il fatto che queste persone, da lei sommamente stimate, la sperimentano nel quotidiano. Edith si chiede, allora, se non sia possibile anche per lei affrontare la questione alla luce dell’intelletto, la sola di cui si fida in questa fase della sua vita. Accoglie così, senza opporre resistenza, tutti gli stimoli che le provengono dall’ambiente che frequenta e ne viene gradualmente trasformata.

Un tragico evento interrompe bruscamente il sereno percorso di formazione della giovane filosofa: lo scoppio del primo conflitto mondiale la inquieta e la interpella circa il suo progetto di vita. Molti compagni di studi partono per il fronte e alcuni non vi fanno più ritorno. La stessa Edith non si sottrae a quello che considera un dovere nei confronti della patria in questo frangente, prestando servizio come crocerossina nel reparto di malattie infettive dell’ospedale militare di Mährisch-Weisskirchen, sul fronte austriaco, dove rimane per circa sei mesi, e al termine riceve la Medaglia del Coraggio – Tapferkeitsmedaille – della Croce Rossa.

Il contatto diretto con la sofferenza e la morte la spinge a riflettere sulle implicazioni di ogni amore autentico e gratuito, il quale è sempre caratterizzato dal sacrificio. Lo stesso Adolf Reinach, assistente di Husserl e suo caro amico, cade in battaglia, mentre si trova sul fronte delle Ardenne. La moglie Anne, conoscendo le capacità intellettuali di Edith, la prega di ordinare gli scritti del marito. Dopo un’iniziale ritrosia verso la coppia da poco convertita alla fede evangelica, Edith accetta l’invito, sperando di trovare le parole adeguate per confortare la giovane vedova. Al contrario di quanto previsto, si trova dinanzi un volto che diffonde pace, seppur segnato dal dolore per la dolorosa perdita. Edith ne rimane internamente scossa; nessun fenomeno e nessuna capacità umana riescono a dare ragione dell’atteggiamento di fiduciosa mestizia di Anne, che diventa dono per Edith, rischiarando l’intuizione della grazia che emana dalla fede cristiana. La donna vive compostamente il proprio lutto, nella comunione con Cristo.

La Stein appunterà poi: questo è stato il mio primo incontro con la croce e con la forza divina che trasmette ai suoi portatori (…). Fu il momento in cui la mia irreligiosità crollò e Cristo rifulse. E ancora: Ciò che non era nei miei piani era nei piani di Dio. In me prende vita la profonda convinzione che -visto dal lato di Dio- non esiste il caso; tutta la mia vita, fino ai minimi particolari, è già tracciata nei piani della provvidenza divina e davanti agli occhi assolutamente veggenti di Dio presenta una correlazione perfettamente compiuta.

Una volta congedata dal suo servizio di crocerossina, Edith riprende gli studi e termina la stesura della sua tesi di dottorato, il cui argomento è stato suggerito da Husserl: il problema dell’Einfühlung nel suo sviluppo storico e nella riflessione fenomenologica. Edith si laurea summa cum laude il 3 agosto 1916, unica donna di tutta la Germania, quell’anno, a ottenere il Dottorato.

La studiosa aspira alla libera docenza; tuttavia ciò non si realizza, poiché la carriera accademica risulta essere ancora preclusa alle donne. Il Maestro ha comunque altri progetti per lei: le chiede di diventare sua assistente presso l’università di Friburgo, in Brisgovia, dove ha la possibilità di tenere dei seminari introduttivi alla fenomenologia di Husserl. L’impegno lavorativo, però, è presto abbandonato, a causa di una profonda insoddisfazione rispetto al tipo di lavoro a lei richiesto, limitato alla catalogazione degli scritti del filosofo. Nel febbraio del 1918, Edith Stein si dimette, quindi, dall’incarico di assistente, lasciando però aperta la possibilità di occupazioni intellettuali di altro genere.

I primi interrogativi rispetto al problema della fede sono già presenti durante la sua permanenza a Gottinga e ospite degli amici coniugi Conrad-Martius a Bergzabern, in una notte d’estate del 1921 Edith Stein legge l’autobiografia di Santa Teresa d’Avila: Senza scegliere, presi il primo libro che mi capitò sotto mano: era un grosso volume che portava il titolo “Vita di S. Teresa scritta da lei medesima”. Quando rinchiusi il libro mi dissi: questa è la verità.

L’assoluto diventa, così, il movente di una ricerca che non parte più dalle cose esterne, interpellate fenomenologicamente, ma dall’intimo del cuore toccato dalla grazia, tramite un’illuminazione soprannaturale che apre prima gli occhi del cuore (Ef 1, 17) e poi si diffonde nell’intelletto, perché partecipi del dono divino. Questo evento decide le sorti del cammino di riscoperta della fede, in quanto la verità si mostra, ora, assoluta, impegnativa e totale, al di là di ogni umana attesa.

Edith Stein riceve il battesimo il 1° gennaio del 1922 nel Palatinato di Bergzabern. Questo primo passo segna l’inizio di un cammino già chiaro dentro di lei, che la porterà a varcare le porte del Carmelo. La studiosa, tuttavia, non riesce a coronare nell’immediato il suo desiderio, perché la sua conversione getta scompiglio tra i familiari; in aggiunta, all’interno della Chiesa si ritiene che una persona della statura intellettuale della dottoressa Stein possa essere molto più utile nel mondo che nel silenzio del chiostro. Ella non rinnega nulla della fede praticata da bambina, ma ne approfondisce tutte le valenze, rinnovando la propria appartenenza al popolo d’Israele. La vita del pio israelita consiste, infatti, nel cercare Dio con tutto il cuore e con tutta l’anima (Dt 4, 29), tramite un atteggiamento di ascolto bene espresso dallo Shemà, Israel (Dt 6, 4) biblico.

Gli anni compresi fra il 1919 e il 1933 rappresentano quindi un periodo di forte impegno sociale per Edith Stein, profuso prima nelle conferenze e nell’insegnamento, poi nella ricomposizione intellettuale, dalla fenomenologia alla Scolastica, nel segno di una raggiunta sintesi personale; qui prende avvio l’itinerario verso la Verità, sino alla donazione radicale di sé, che nella separazione dal mondo trova un punto di arrivo e di partenza allo stesso tempo.

Nella Pasqua del 1923 la studiosa accetta un posto da insegnante a Spira, presso l’Istituto Magistrale delle domenicane di Santa Maddalena e vi rimane sino alla Pasqua del 1931. Qui insegna lingua e letteratura tedesca e si occupa della formazione pedagogica delle insegnanti e delle suore. Il suo modo di servire gli altri, modesto e affabile in ogni aspetto del quotidiano, è indice dell’intensa preghiera e della grazia che la pervade.

In questi anni conosce il padre gesuita Erich Przywara, il quale la invita a tradurre in tedesco il Diario e le Lettere del cardinale John Henry Newman. A tale proposito, il religioso le suggerisce di trascorrere del tempo presso l’abbazia benedettina di Beuron, luogo in grado di assicurarle la tranquillità necessaria per il lavoro che deve intraprendere. Quest’attività è per lei un vero e proprio apostolato, specie nel clima di tensione politica e sociale che si va instaurando. Sempre su suggerimento di padre Przywara, la studiosa traduce in tedesco le Quaestiones disputatae de Veritate di Tommaso d’Aquino, pubblicate in due volumi nel 1931-1932.
La filosofa può così accedere al cuore del pensiero cristiano medievale, esaminandone le matrici e ricostruendone gli sviluppi secondo un processo fenomenologico, nel quale ritrova la sua lingua filosofica materna e un punto di partenza per il primo approccio alla Scolastica dell’Aquinate. La traduzione riceve l’apprezzamento del noto teologo Martin Grabman: egli, nella sua prefazione all’opera, loda le capacità linguistiche della studiosa, la quale sa conferire all’originale terminologia di Tommaso d’Aquino un abito linguistico moderno senza, tuttavia, tradire il significato originale dei contenuti.

L’incontro con il Doctor Angelicus le indica la possibilità di mettere la conoscenza al servizio di Dio; questo la conduce, nel 1929, a pubblicare negli Annali il saggio La fenomenologia di Husserl e la filosofia di San Tommaso. Tentativo di confronto, per ricercare alcune possibili relazioni tra i metodi d’indagine delle due filosofie.

Nel 1931 la Stein, su suggerimento di Padre Raphael Walzer, lascia Spira per avere più tempo da dedicare all’attività scientifica; l’anno seguente accetta una cattedra all’Istituto Tedesco di Pedagogia Scientifica Münster, in Westfalia. Continua qui il suo apostolato in un periodo in cui inizia a diffondersi la propaganda nazista, spronando le allieve a condurre una vita cattolica esemplare e promuovendo la dignità della persona come inalienabile.

La Stein si trova a leggere il Mein Kampf di Adolf Hitler, nel quale riconosce la progressiva affermazione di un pericoloso totalitarismo. Con lo scopo di contrapporre a questa propaganda una visione cristiana della società e dello Stato, Edith Stein invia una lettera al Santo Padre Pio XI; inoltre, chiede espressamente alle donne di entrare a far parte di una “resistenza”, per lo meno spirituale, all’ideologia che si sta diffondendo. Avverte con urgenza la necessità di rilanciare una profonda riflessione sull’Europa e sulla sua condizione spirituale e desidera prodigarsi per indirizzare la razionalità all’incontro, al riconoscimento e al rispetto dell’alterità.

Il 30 gennaio 1933 Hitler è nominato cancelliere del Reich; in aprile inizia la persecuzione contro gli ebrei, tramite il boicottaggio delle loro attività economiche e slogan minacciosi, e anche la professoressa Stein, sebbene prestigiosa docente di un istituto cattolico, viene invitata dalla direzione alla sospensione temporanea delle lezioni.

La studiosa, sfumate definitivamente le occasioni di servire la Chiesa nel mondo, vede realizzarsi la possibilità di entrare nell’Ordine Carmelitano e varcare la soglia del Carmelo di Colonia il 14 ottobre 1933, all’età di quarantadue anni.

Consapevole dello stato emotivo in cui lascia l’anziana madre e la maggior parte dei parenti, Edith riconosce l’entrata nell’Ordine come ulteriore passo verso l’offerta suprema. Sempre attenta a quanto accade all’esterno della clausura, confida alla superiora di volersi immolare come vittima d’espiazione per la dura prova che la Germania e il popolo ebraico stanno vivendo.

Il 15 aprile 1934, giorno della festa del Buon Pastore, Edith riceve l’abito delle carmelitane, assumendo il nome di Teresa Benedetta della Croce: sceglie di chiamarsi Teresa in onore di Santa Teresa d’Avila, sua maestra e modello di vita, Benedetta per ricordare i soggiorni all’Abbazia benedettina di Beuron -con questo gesto riconosce l’importanza dei due fondatori nel suo cammino di discernimento e predilige, a quello benedettino, l’istituto carmelitano, nel quale ritrova maggiormente la sua dimensione eremitica e cenobitica- e “della Croce”, a simboleggiare la sequela di Cristo sino al massimo supplizio.

I superiori chiedono a suor Teresa Benedetta di proseguire nell’impegno intellettuale, con le dovute limitazioni che impone la clausura, ritenendo che l’operato della filosofa possa avere grande rilevanza pedagogica, sia in ambito carmelitano, sia per la Chiesa Cattolica.
Negli orari di ricevimento discute con amici filosofi riguardo ai progressi del proprio lavoro, ora profondamente illuminato dalla Rivelazione. I frutti maturi di questa riflessione si trovano nell’incompiuta Scientia Crucis, nella quale spiega che la Croce di Cristo non è un dono che Dio riserva alla singola anima, ma che al contrario deve essere mezzo di corredenzione.

In questi anni la persecuzione nei confronti degli ebrei va intensificandosi e raggiunge anche chi protegge o intrattiene legami con loro. Dopo questi fatti sconvolgenti, suor Teresa Benedetta, ebrea per nascita, decide di cercare rifugio all’estero, per non mettere in pericolo le proprie consorelle. Nella notte di San Silvestro del 1938, un fedele amico del Carmelo la conduce oltre la frontiera olandese, sino al Carmelo di Echt. Nonostante il dolore per la separazione dalla sua prima famiglia religiosa, suor Teresa Benedetta accetta con serenità l’accaduto e presto si adegua al nuovo contesto.

Il primo settembre 1939 le truppe tedesche invadono la Polonia, dando così inizio al secondo conflitto mondiale. Nel maggio 1940 anche l’Olanda viene occupata. Già dall’inizio del 1942 appare chiaro che i tedeschi intendono attuare lo sterminio sistematico degli ebrei olandesi: Edith e la sorella Rosa -terziaria carmelitana- sono nuovamente un potenziale pericolo per la comunità che le ha accolte; per questo chiedono di essere trasferite in Svizzera o in Spagna. Le trattative con altri conventi carmelitani all’estero insospettiscono la Gestapo, che sottopone le due sorelle a estenuanti interrogatori.

Nel frattempo, i vescovi olandesi protestano con forza per contrastare le inique misure adottate contro gli ebrei e chiedono di risparmiare dalla persecuzione i cristiani di origine ebraica. L’accordo non si ottiene, e la fermezza dell’episcopato cattolico scatena, per ritorsione, l’ordine di arrestare tutti i religiosi non ariani. In questo periodo Suor Teresa Benedetta sta ultimando la sua Scientia Crucis, commissionatale dall’Ordine per le celebrazioni del quarto centenario della nascita di San Giovanni della Croce, che ricorre in quell’anno: il lavoro rappresenta anche il testamento spirituale della religiosa, che andrà docilmente incontro al martirio.

Le SS si presentano alla porta del Carmelo di Echt il 2 agosto 1942, con l’ordine di prelevare le sorelle Stein. Le ultime parole di suor Teresa Benedetta udite a Echt sono rivolte a Rosa: Vieni, andiamocene per il nostro popolo. Assieme a molti ebrei convertiti al cristianesimo, le due donne vengono portate al campo di raccolta di Westerbork, nel nord dell’Olanda. Da qui giungono gli ultimi messaggi della religiosa indirizzati alle consorelle: si dice serena, prega molto e chiede alle suore di non preoccuparsi per il suo destino. Anche i pochi giorni passati a Westerbork e la deportazione in treno, verso est, rappresentano per suor Teresa Benedetta l’occasione per servire e donare consolazione ai compagni di quel viaggio. Nel cuore dei deportati rimase una chiara immagine di lei: Tra tutti gli altri deportati suor Teresa Benedetta attirava l’attenzione per la sua calma e il suo abbandono. Le urla e la confusione nel campo erano indescrivibili. Lei andava qua e là tra le donne consolando, aiutando e calmando come un angelo. Molte madri, vicine ormai alla follia, non si occupavano più dei loro bambini e guardavano davanti a sé con ottusa disperazione. Lei li lavava, li pettinava, e curava. Lo stesso Husserl dirà della sua assistente: In Edith Stein c’è sempre stato qualcosa di assoluto, e insieme un inespresso desiderio di martirio.

Alcune testimonianze riportano il suo ingresso, assieme alla sorella Rosa, nella camera a gas di Auschwitz, il 9 agosto 1942.

Teresa Benedetta della Croce è la prima apostata dell’ebraismo ad andare incontro alla santificazione per opera della Chiesa cattolica.
La causa di beatificazione di Teresa Benedetta della Croce, introdotta nel 1962 dal Cardinale Joseph Höffner, Arcivescovo di Colonia, trova compimento nella stessa città a opera di Papa Giovanni Paolo II, il 1° maggio 1987. Lo stesso pontefice la proclama Santa, a Roma, l’11 ottobre 1998 definendola una figlia d’Israele, che durante le persecuzioni dei nazisti è rimasta unita con fede ed amore al Signore Crocifisso, Gesù Cristo, quale cattolica ed al suo popolo quale ebrea.

La croce non è fine a se stessa. Essa si staglia in alto e fa richiamo verso l’alto. Quindi non è soltanto un’insegna, è anche l’arma potente di Cristo, la verga del pastore con cui il Davide esce contro all’infernale Golia, il simbolo trionfale con cui Egli batte alla porta del cielo e la spalanca. Edith vede la Croce come l’unione nuziale dell’anima con Dio, fine ultimo per il quale è stata creata; unione che si ottiene con la croce, si consuma sulla croce e verrà sigillata con la croce per tutta l’eternità (…), una unione e una trasformazione dell’anima attraverso l’amore…prendere la propria croce è abbandonarsi alla crocifissione .

La chiave di tutto è la Croce. Predicare la croce sarebbe vano, se non fosse l’espressione di una vita in unione con il Crocifisso.

Il Paradiso è pieno di matti

Il Paradiso è pieno di matti

Recentemente ho letto alcune righe scritte da un caro amico che ricordava un servizio di un paio di anni fa: si era reso disponibile ad accompagnare un’ assistente sociale in un trasferimento di una donna con grossi problemi psichiatrici.

La storia di quella persona è veramente straziante, con un matrimonio fallito alle spalle e una figlia che non vede da anni e sente solo brevemente al telefono ogni tanto. Una infinita serie di spostamenti da una casa famiglia o un ospedale ad un altro….

Non riuscendo neppure ad immaginare cosa voglia dire una vita così e col cuore colmo di riconoscenza verso il Signore, che mi ha indegnamente e, per certi versi inspiegabilmente, voluto donare una cosiddetta vita “normale”, mi sono ritrovato a chiedermi quale possa essere il Suo progetto in casi simili: già normalmente è difficile comprenderlo, figuriamoci in situazioni di grande sofferenza come quella!

E allora si è affacciata alla mia mente la consapevolezza che il Paradiso è pieno di “matti”.

Il termine non vuole assolutamente essere dispregiativo, ma puramente indicativo. Indicativo di tutti coloro che vivono una vita di stenti o di malattia grave, come i malati mentali, senza magari averne piena coscienza.

E mi sono tornate in mente le parole del brano del Vangelo in cui il Re invita al banchetto i reietti della società … gli storpi, i menomati … i matti… tutti loro mi precederanno in Paradiso!

Quindi, io, noi, che talvolta ci crogioliamo nelle nostre soddisfazioni, tronfi per quel che facciamo, possediamo, diciamo … dobbiamo rammentarci che tutto ciò, se da un lato ci permette di vivere in una certa misura una vita felice, contemporaneamente ci allontana dal luogo, o meglio, dallo stato d’essere, al quale siamo chiamati! Io devo ancora meritami un posto, mentre quella donna probabilmente lo ha già pronto fin da quando è nata.

Non so, non ho studiato e non sono un teologo, Sono solo pensieri sparsi, ma quando ringraziamo per i doni ricevuti, chiediamo al Signore che ci aiuti anche a viverli correttamente, perché al termine della nostra giornata terrena, l’essere stati … ci sia di lode e non di condanna. Amen.

Giorgio Frigerio

Papa Francesco: perché amo la scuola

Papa Francesco: perché amo la scuola

Perché amo la scuola? Proverò a dirvelo.

Ho un’immagine. Ho sentito qui che non si cresce da soli e che è sempre uno sguardo che ti aiuta a crescere. E ho l’immagine del mio primo insegnante, quella donna, quella maestra, che mi ha preso a 6 anni, al primo livello della scuola. Non l’ho mai dimenticata. Lei mi ha fatto amare la scuola. E poi io sono andato a trovarla durante tutta la sua vita fino al momento in cui è mancata, a 98 anni. E quest’immagine mi fa bene!

Amo la scuola, perché quella donna mi ha insegnato ad amarla. Questo è il primo motivo perché io amo la scuola.

Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà.

Almeno così dovrebbe essere! Ma non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare un po’ l’impostazione. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto ad aver paura della realtà! La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi piano piano si approfondisce un indirizzo e infine ci si specializza.

Ma se uno ha imparato a imparare, – è questo il segreto, imparare ad imparare! – questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano, che era un prete: Don Lorenzo Milani.

Gli insegnanti sono i primi che devono rimanere aperti alla realtà – ho sentito le testimonianze dei vostri insegnanti; mi ha fatto piacere sentirli tanto aperti alla realtà – con la mente sempre aperta a imparare! Perché se un insegnante non è aperto a imparare, non è un buon insegnante, e non è nemmeno interessante; i ragazzi capiscono, hanno “fiuto”, e sono attratti dai professori che hanno un pensiero aperto, “incompiuto”, che cercano un “di più”, e così contagiano questo atteggiamento agli studenti. Questo è uno dei motivi perché io amo la scuola.

Un altro motivo è che la scuola è un luogo di incontro.

Perché tutti noi siamo in cammino, avviando un processo, avviando una strada. E ho sentito che la scuola – l’abbiamo sentito tutti oggi – non è un parcheggio. E’ un luogo di incontro nel cammino. Si incontrano i compagni; si incontrano gli insegnanti; si incontra il personale assistente. I genitori incontrano i professori; il preside incontra le famiglie, eccetera. E’ un luogo di incontro.E noi oggi abbiamo bisogno di questa cultura dell’incontro per conoscerci, per amarci, per camminare insieme. E questo è fondamentale proprio nell’età della crescita, come un complemento alla famiglia. La famiglia è il primo nucleo di relazioni: la relazione con il padre e la madre e i fratelli è la base, e ci accompagna sempre nella vita. Ma a scuola noi “socializziamo”: incontriamo persone diverse da noi, diverse per età, per cultura, per origine,per capacità. La scuola è la prima società che integra la famiglia. La famiglia e la scuola non vanno mai contrapposte! Sono complementari, e dunque è importante che collaborino, nel rispetto reciproco. E le famiglie dei ragazzi di una classe possono fare tanto collaborando insieme tra di loro e con gli insegnanti.

Questo fa pensare a un proverbio africano tanto bello: “Per educare un figlio ci vuole un villaggio”. Per educare un ragazzo ci vuole tanta gente: famiglia, insegnanti, personale non docente, professori, tutti! Vi piace questo proverbio africano? Vi piace?

Diciamolo insieme: per educare un figlio ci vuole un villaggio! Insieme! Per educare un figlio ci vuole un villaggio! E pensate a questo.

 

E poi amo la scuola perché ci educa al vero, al bene e al bello.

Vanno insieme tutti e tre. L’educazione non può essere neutra. O è positiva o è negativa; o arricchisce o impoverisce; o fa crescere la persona o la deprime, persino può corromperla. E nell’educazione è tanto importante quello che abbiamo sentito anche oggi: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca! Ricordatevelo! Questo ci farà bene per la vita. Diciamolo insieme: è sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca. Tutti insieme! E’ sempre più bella una sconfitta pulita che una vittoria sporca!

La missione della scuola è di sviluppare il senso del vero, il senso del bene e il senso del bello.

E questo avviene attraverso un cammino ricco, fatto di tanti “ingredienti”. Ecco perché ci sono tante discipline! Perché lo sviluppo è frutto di diversi elementi che agiscono insieme e stimolano l’intelligenza, la coscienza, l’affettività, il corpo, eccetera. Per esempio, se studio questa Piazza, Piazza San Pietro, apprendo cose di architettura, di storia, di religione, anche di astronomia – l’obelisco richiama il sole, ma pochi sanno che questa piazza è anche una grande meridiana.

In questo modo coltiviamo in noi il vero, il bene e il bello; e impariamo che queste tre dimensioni non sono mai separate, ma sempre intrecciate. Se una cosa è vera, è buona ed è bella; se è bella, è buona ed è vera; e se è buona, è vera ed è bella. E insieme questi elementi ci fanno crescere e ci aiutano ad amare la vita, anche quando stiamo male, anche in mezzo ai problemi. La vera educazione ci fa amare la vita, ci apre alla pienezza della vita!

E finalmente vorrei dire che nella scuola non solo impariamo conoscenze, contenuti, ma impariamo anche abitudini e valori.

Si educa per conoscere tante cose, cioè tanti contenuti importanti, per avere certe abitudini e anche per assumere i valori. E questo è molto importante. Auguro a tutti voi, genitori, insegnanti, persone che lavorano nella scuola, studenti, una bella strada nella scuola, una strada che faccia crescere le tre lingue, che una persona matura deve sapere parlare: la lingua della mente, la lingua del cuore e la lingua delle mani. Ma, armoniosamente, cioè pensare quello che tu senti e quello che tu fai; sentire bene quello che tu pensi e quello che tu fai; e fare bene quello che tu pensi e quello che tu senti. Le tre lingue, armoniose e insieme! Grazie ancora agli organizzatori di questa giornata e a tutti voi che siete venuti. E per favore… per favore, non lasciamoci rubare l’amore per la scuola! Grazie!

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL MONDO DELLA SCUOLA ITALIANA
Piazza San Pietro. Sabato, 10 maggio 2014

Dio ci ha dato una vera mamma

Dio ci ha dato una vera mamma

DON ÁNGEL FERNÁNDEZ ARTIME

Maria è nostra Madre perché nel prendersi cura di noi ci insegna dal profondo della nostra anima a prenderci cura di noi stessi e gli uni degli altri, a prenderci cura della vita, del creato, della crescita dei nostri fratelli e sorelle, della vita di quelli che sono più a rischio di perderla e perdersi.

Il sogno che Don Bosco ebbe a Barcellona nella notte dal 9 al 10 aprile del 1886 e che poi raccontò con voce rotta dai singhiozzi è davvero indimenticabile. Lo è per quella immensa quantità di giovani che, correndo intorno a lui, gli dicevano: «Ti abbiamo aspettato, ti abbiamo aspettato tanto, ma finalmente ci sei: sei tra noi!». Lo è soprattutto per la figura della Pastorella che dice a Don Bosco:
«Ti ricordi del sogno che hai fatto a 9 anni?».

Maria, la Madre di Gesù, è una presenza forte e significativa, al punto di essere Lei tante volte la Buona Pastora che porta i suoi figli a Gesù.
Noi, come membri della Famiglia di Don Bosco, non possiamo pensarci senza di Lei, perché “Lei ha fatto tutto” e continua a farlo!
A questo punto mi viene da domandarvi: Chi è Maria per voi? Chi è per te? Chi è per me?

Carissimi, vi invito a contemplare Maria con gli occhi dell’intelligenza e del cuore e contemplarla come Donna, Mamma, Maestra e Ausilio.

Lei è prima di tutto Donna. Nel quarto Vangelo Gesù stesso la chiama così ben due volte, in due occasioni “centrali”: nel primo segno che Egli fa, nelle nozze di Cana (cfr. Gv 2,1-12), segno grazie al quale «…i suoi discepoli credettero in lui», e nel momento della croce, quando Maria e il discepolo amato da Gesù erano lì (cfr. Gv 19,25-27).
«Donna, che vuoi da me?» e «Donna, ecco tuo figlio!». “Donna”: un bel titolo dato alla nuova Eva, madre del nuovo Adamo. In Lei l’umanità intera risveglia e rinasce per l’azione del Figlio. Non possiamo affacciarci al mistero dell’Incarnazione senza contemplare Lei come donna. E contemplarla come donna significa intraprendere sempre di più il cammino di umanizzazione che segnala la vocazione salesiana a tutti i membri della nostra Famiglia. Viviamo e lavoriamo per un’umanità vera, fraterna, solidale e in pace. E Lei per prima ci accompagna a farlo.

Maria è per noi anche Madre, anzi, direi Mamma! Dio ha scelto per il suo Figlio una vera mamma. Sicuramente Gesù mentre cresceva accanto a Maria e a Giuseppe, ha saputo riconoscere dentro di sé l’amore caldo e accogliente che aveva sperimentato da tutta l’eternità a fianco a suo Padre, il Padre di tutti.
E che cosa hanno visto i pastori che sono andati fino a Betlemme? Non hanno trovato, per caso, una mamma e un papà che si prendono cura del loro piccolo figliolo? (cfr. Lc 2,16)
Ecco perché mamma: perché si prende cura di noi! Allora risplende di più il regalo di Gesù al suo amico: «Ecco tua madre!» (Gv 19,27). Lei è nostra Madre perché nel prendersi cura di noi ci insegna dal profondo della nostra anima a prenderci cura di noi stessi e gli uni degli altri, a prenderci cura della vita, del creato, della crescita dei nostri fratelli e sorelle, della vita di quelli che sono più a rischio di perderla e perdersi…
Carissimi, come Famiglia Salesiana, come amici di Don Bosco, prendiamoci cura della vita! Prendiamoci cura gli uni degli altri!
Nemmeno possiamo dimenticare che cosa ha fatto il nostro amato Don Bosco quando ha perso Mamma Margherita: è andato al santuario della Consolata e con il cuore in mano ha rinnovato la sua figliolanza e fiducia nella mamma che sempre ha continuato a stare lì, a fianco, con lui e i suoi ragazzi. Anche noi, oggi vogliamo dire a Maria: sii la nostra mamma! E insegna a noi a prenderci cura della vita!

Maria è anche Maestra! La maestra che ci dice una ed un’altra volta: «Qualunque cosa vi dica [Gesù], fatela» (Gv 2,5) la maestra che per prima ha saputo custodire tutte le cose di Gesù nel suo cuore (cfr. Lc 2,51) e ci insegna a fare lo stesso. Un cristiano è quello che sa custodire le cose di Gesù nel cuore e attinge sempre a quel tesoro.

Lei, la donna madre, è stata indicata da Gesù a Don Bosco come colei che gli avrebbe fatto vedere come compiere la missione assegnata.

“La maestra sotto alla cui disciplina puoi diventare sapiente, e senza cui ogni sapienza diviene stoltezza” (Memorie dell’Oratorio). E la “disciplina” è propria dei “discepoli”. Noi siamo buoni discepoli di Maria, come lo sono stati Don Bosco, Madre Mazzarello e le prime e i primi della nostra Famiglia Salesiana?
Infine, Maria è Ausilio. La prima azione della donna già madre, dopo l’annunciazione dell’Angelo, fu mettersi al servizio di Elisabetta (cfr. Lc 1,39 e seg.) Dice il Vangelo che «si alzò e andò in fretta»!
Che bella espressione del servizio ecclesiale e particolarmente salesiano: in fretta cerchiamo di metterci al servizio per prenderci cura della vita che cresce e che tante volte si vede minacciata; in fretta per rispondere al grido dei giovani, soprattutto quelli più in pericolo.
Maria è colei che si rende conto che mancava il vino a Cana… che mette in moto Gesù e in questo modo si fa aiuto perché non mancasse l’allegria nella festa della vita.

Quindi, carissimi fratelli e sorelle, vi dico ancora una volta: non abbiate paura di niente! Perché Maria è il nostro Aiuto, Lei è nostra Madre e Maestra che ci insegna a essere veri discepoli missionari di Gesù e a prenderci cura della nostra vita per farla più umana, secondo la misura di Cristo, il Verbo eterno nato da Donna.

 

Ti informiamo che, per migliorare la tua esperienza di navigazione su questo sito, utilizziamo diversi tipi di cookies, tra cui cookies a scopo di profilazione che ci consentono di accedere a dati personali raccolti durante la navigazione. Alla pagina informativa estesa è possibile negare il consenso all'installazione di qualunque cookie. Cliccando su “Accetto” o continuando la navigazione saranno attivati tutti i cookies specificati in dettaglio nella informativa estesa ai sensi dell’art. 13 del Regolamento UE 2016/679. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fornire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o cliccando su "Accetta" permetti il loro utilizzo.

Chiudi