1^ di Quaresima

da | 28 Feb 2020 | Commento al vangelo

1 marzo 2020 – Anno A

Vangelo di Matteo 4,1-11

 

Commento di suor Cristina Merli, FMA

 

 

È un pugno nello stomaco. Non il fatto che il diavolo “tenti”, è il suo mestiere, ma che l’evangelista appunti che Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo.

E non si riesce ad andare avanti, perché quel primo versetto del capitolo IV di Matteo fa riaffiorare alla mente certe frasi sentite in situazioni dolorose: “È Dio che ti mette alla prova”, “Dio ti dà la prova ma ti dà anche la forza per sopportarla”, “Se soffri è perché Dio ti vuole bene”. Ma come si fa a credere in questo Dio che ti manda sofferenze e difficoltà per provare la tua fedeltà, il tuo amore, la tua forza?

Non si riesce.

Ma non si può nemmeno sorvolare su queste parole e passare oltre, far finta di niente e concentrarci sulla tipologia delle tre tentazioni, in fondo più facili da accettare.

E allora bisogna provare a capire se è possibile far stare insieme il Dio Amore incondizionato con lo Spirito che conduce Gesù nel deserto per essere tentato.

 

Una questione di libertà

Intanto mi piace pensare che Gesù, nel seguire le ispirazioni dello Spirito, si comporti da uomo libero, che sceglie di addentrarsi nel deserto, sapendo che quello è il luogo dell’incontro con Dio (Osea 2,16), ma anche il luogo della tentazione (Esodo 16; 17; 32).
Andare nel deserto non è un’imposizione fatale giunta dall’alto. Gli accadimenti non sono eventi gettati da Dio sulla terra, fanno parte del dinamismo della vita di fronte al quale ci è chiesto di scegliere come agire.

 

Una solitudine abitata

Gesù dunque sceglie di andare nel deserto, luogo del silenzio, della solitudine, della fame e della sete, del caldo e del freddo, della paura che abita i giorni e le notti. Ha la forza per farlo anche perché, subito prima, durante il suo battesimo, il Padre gli ha assicurato un amore di predilezione: “Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto”. 
Gesù sa che, anche nel luogo della solitudine per eccellenza, non sarà solo. La sua sarà una solitudine abitata dallo stesso Spirito “venuto su di Lui”. (Mt 3,16)

Viene in mente l’episodio della vita di Antonio abate che, dopo la lotta contro le tentazioni chiede a Dio: “Dov’eri? Perché non sei apparso fin dall’inizio per porre fine alle mie sofferenze?”. E gli giunse la voce: “Antonio, ero qui a lottare con te”.

Imparare ad essere Figlio e fratello

Possibile che anche Gesù, il Figlio di Dio, abbia dovuto imparare ad essere tale? Sembra di sì. Perché a volte cerchiamo di dissociare il suo essere vero Dio dal suo essere vero uomo?
E se l’apprendimento avviene lungo tutto il corso della sua vita, risulta evidente in
questi 40 giorni. Si comprende allora quanto sia vera, fin dall’inizio, l’affermazione dell’autore della lettera agli Ebrei: “Imparò l’obbedienza dalle cose che patì (Eb 5,8)”, comprese le tentazioni.

Anche qui viene in mente quanto Saint-Exupery scrive nella Cittadella: “Mi piace l’amico fedele nelle tentazioni. Perché se non c’è tentazione non c’è fedeltà e io non avrei alcun amico. Accetto che qualcuno cada per determinare il valore degli altri”.
Il Padre ha permesso che lottasse con Satana, non senza avergli concesso prima, però, di vedere i cieli aperti e “lo Spirito di Dio scendere come una colomba e venire su di lui”. (Mt 3,16)

 

La tentazione necessaria

La tentazione, dunque, ci educa (Sir 2,1). E il modo di viverla di Gesù ci insegna come rimanere fedeli alla strada che Dio ci indica per essere donne e uomini “in piedi”: guarda la realtà per quello che è senza la brama di farla tua; non gonfiare la tua immagine per dimostrare di essere qualcuno, chinati sugli altri per essere te stesso; non fermarti a discutere col male contando sulle tue parole, segui il Bene parlando le Parole di Dio.

La tentazione ci educa a scegliere di fronte alle situazioni della vita, ci educa ad imparare la presenza costante e piena d’amore del Padre, ci educa alle relazioni che danno vita, ci educa ad essere figlie e fratelli.

 

Nessuno, quando è tentato, dica: «Sono tentato da Dio» (Gc 1,13)

Che belle queste parole di Giacomo! Spazzano via tutti i tentativi di riportare le prove che dobbiamo sostenere nella vita a una volontà di Dio. “Perché”, continua Giacomo, “ Dio non può essere tentato dal male e non tenta nessuno al male”.
Come afferma Franco Manzi “Dio Padre non tentò né mise mai alla prova Gesù. Al contrario, restandogli unito mediante la Spirito d’amore, sentì paternamente “com-passione” per le prove/tentazioni affrontate dal Figlio fatto uomo”.
(Franco Manzi,
Prove di Dio o tentazioni del diavolo?, ed. Ancora, Milano 2014)

E allora il pugno allo stomaco che all’inizio lasciava senza respiro è annullato dal dono del Padre che precede ogni tentazione e ogni limite (“Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti” Gen 2,16-17), è annientato dal suo amore che sostiene in ogni prova. Gesù, infatti, fu condotto nel deserto per essere tentato da quello stesso Spirito che venne su di Lui e che mai lo lasciò, fino a quando Gesù stesso lo emise in dono per noi sulla croce.

Le tentazioni ci sono e ci sono perché ci servono, ed è lo Spirito che, rimanendo con noi, ci sospinge a viverle per quello che sono fino in fondo, a non sfuggirle per paura con sotterfugi e ipocrisie.

Noi, dunque, abbiamo due punti di forza infinitamente più potenti delle tentazioni stesse.

Il primo è che Dio può lasciarci dentro la tentazione perché sa che nessuno può strapparci dal Suo amore, se noi non lo vogliamo.

Il secondo è che Gesù, le tentazioni, le ha già attraversate e le ha già vinte per noi.

 

 

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