2^ Domenica dopo Pasqua

19 aprile 2020 – Anno A

Vangelo di Giovanni 20, 19-31

Commento di suor Antonia Franzini, FMA

 

Suscita sempre un certo fascino pensare che un solo giorno è troppo breve per contenere qualcosa di così grande come la Resurrezione. Quest’anno il tempo non ci manca per andare in profondità e scoprire a quale resurrezione siamo chiamati in questo tempo pasquale.

Fin dalle sue origini la Chiesa, come farebbe una buona madre e una sapiente pedagoga, educa i suoi figli a vivere il tempo pasquale per vivere l’incontro con Gesù Risorto e Vivo e sperimentare come tale incontro, se è autentico, cambia la vita.

Per questo la domenica in albis è ancora Pasqua e lo è fino a Pentecoste: sette volte sette giorni, una settimana di settimane, del resto il sette è il numero della pienezza e dell’eternità.

Sant’Ambrogio ricorda che i nostri avi ci hanno insegnato a celebrare i cinquanta giorni della Pentecoste come parte integrante della Pasqua.

Giovanni, nel vangelo di oggi, da fine teologo quale egli è, descrive il dono dello Spirito Santo agli apostoli, la sera dello stesso giorno della Resurrezione. Gesù va a trovarli proprio la sera di quello stesso giorno e li trova chiusi in una casa, con le porte sigillate perché hanno paura che, coloro che hanno condannato Gesù alla Croce, possano ora prendersela contro di loro. “Pace a voi… Ricevete lo Spirito Santo. A coloro a cui perdonerete i peccati, saranno perdonati; a coloro a cui non perdonerete, non saranno perdonati”.

 In queste poche parole di Gesù che irrompe nella loro vita “a porte chiuse” c’è tutto il significato della Pasqua!

Il saluto, l’augurio di stare nella pace, di non lasciarsi assalire dal “virus” della paura che imprigiona le loro esistenze. Poi fa loro il dono dello Spirito Santo e infine consegna loro il sacramento della Riconciliazione. Con la resurrezione Gesù dona pace, libera dalle catene del peccato e dalla paura della morte. Gli apostoli ora possono comprendere tutto questo.

Sono però confusi, spaventati e anche se la gioia di vederlo ha il sopravvento, ancora devono capire e far proprio quello che in poche parole Gesù sta consegnando loro.
Tra l’altro a quell’evento non c’è Tommaso che, al ritorno, benché si senta raccontare con gioia quello che è successo e senta dire dai suoi amici: “Abbiamo visto il Signore!”  lui, uomo perennemente in ricerca, presente quando Gesù veniva inchiodato sula croce, liquida il racconto concitato degli apostoli dicendo che crederà alla resurrezione solo quando i suoi occhi vedranno Gesù e le sue mani lo toccheranno.

Gesù torna dagli apostoli sette giorni dopo. E stavolta Tommaso c’è all’incontro con il risorto. “Metti qui il tuo dito e guarda le mie mani; tendi la tua mano e mettila nel mio fianco; e non essere incredulo, ma credente!”
Non basta vedere Gesù risorto, bisogna fare esperienza della sua resurrezione. Solo così ogni vita, anche la più spenta, impaurita e scettica, si illumina; risorge a tal punto da esclamare, come Tommaso: “Mio Signore e mio Dio!”

Ci vuole una vita intera per rivivere ogni giorno la gioia esagerata della resurrezione! E nella vita che il Signore ci dona si concentra tutta l’esperienza degli apostoli: la paura, la confusione, il toccare le ferite, la fatica, la solitudine, il peccato, lo stupore…

In questo tempo di pandemia, che assomiglia ad un lungo sabato santo più che al mattino di Pasqua, il Vangelo di questa domenica ci mostra con rinnovato vigore che siamo veramente nati per risorgere.
Chiusi nelle nostre case, confusi, impauriti, talvolta entusiasti, talvolta delusi, talvolta toccando le nostre ferite e quelle di chi vive con noi. Assomigliamo molto agli apostoli stupiti e illusi del racconto giovanneo e anche noi, come Tommaso, pretendiamo delle risposte sensate a tutto quello che ci viene raccontato. Ecco che, nonostante le “porte chiuse”, Gesù arriva. È il momento giusto per lasciarci incontrare dal Risorto e per lasciarci dire da Lui: “Pace a voi”.

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