24^ Domenica del Tempo Ordinario

13 settembre 2020 – Anno A

Vangelo di Matteo 18,21-35

Commento di suor Patrizia Colombo, FMA

 

Il brano che oggi la liturgia ci propone è la conclusione del capitolo 18 di Matteo che riguarda la vita in comunità dei discepoli ed è molto significativa la scelta che Matteo fa di porre a sigillo di questo argomento proprio la questione del perdono fraterno.

Di fatto sembra esserci una contraddizione tra l’inizio e la fine di questi versetti: il brano si apre con l’invito di Gesù a perdonare sempre (se il numero sette indica la perfezione, perdonare settanta volte sette indica un numero infinito di volte) e si chiude con il padrone che non perdona l’uomo che non aveva perdonato al fratello.

Non solo, il brano inizia con una domanda sui peccati e prosegue con un discorso sui debiti. Ma cosa c’entrano i debiti con i peccati? E di cosa io sono debitore? E verso chi poi?

La parabola sembra essere in effetti l’applicazione pratica di quanto, pochi capitoli prima, Gesù aveva insegnato con la preghiera del Padre nostro, quando si dice: “Rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori”.  (Mt 6,12)

Quante volte ripetiamo la preghiera del Padre nostro! Chissà se ci siamo mai chiesti di che debiti si tratta e verso chi.

Scriveva il Card. Martini:

“noi siamo così davanti a Dio: abbiamo debiti che non possiamo pagare, perché abbiamo rotto una relazione d’amore e non siamo in grado di ricostituirla con le nostre forze, se non ci viene gratuitamente ridata. «Rimetti a noi i nostri debiti» è una domanda davvero nodale. Noi non conosciamo neppure l’entità dei nostri debiti. La parabola ci parla di diecimila talenti, ma se ci mettiamo di fronte a ciò che il Signore ha fatto per noi, all’amore con cui ci ha abbracciato dall’eternità, ci ha seguito, ci ha voluto, ci ha sostenuto, allora il nostro debito non è nemmeno calcolabile, né solvibile se lui stesso non compie ancora un gesto di gratuità e ce lo condona.

(C. M. Martini, Non sprecate parole. Esercizi spirituali con il Padre nostro, 2005)

Altro che “settanta volte sette” il Padre ci perdona!

Quante volte durante il giorno, durante la vita, ci ritroviamo a chiedere perdono a Dio per pensieri, parole, opere, omissioni che non sono ricche di bene.

“È una condizione assoluta – continua Martini – e sottolinea che il Padre ben conosce che siamo poveri, fragili, che ci offendiamo facilmente gli uni gli altri. Egli vuole garantire che il suo perdono sia sempre accompagnato dal perdono nostro. Come ancora ci insegna la parabola di Mt 18, noi che abbiamo ricevuto tantissimo perdono da Dio, siamo chiamati a fare almeno il gesto di perdonare agli altri i piccoli torti che abbiamo subito”.

Ciò che non sarà perdonato è proprio il peccato di chi si crede superiore all’amore di Dio, di chi si pone a giudice del fratello, di chi, con il suo comportamento, nega l’amore ricevuto ed agisce come se quel poco di bene che può fare verso gli altri sia sua proprietà e non l’abbia ricevuto a sua volta da Dio Padre.

E qui, proprio in questo brano che chiude il discorso sulla vita in comunità dei discepoli, Matteo chiama in causa la responsabilità degli altri “servitori”, di coloro che vedono e si rendono conto che un membro del gruppo sta facendo del male ad un altro, che non testimonia il suo essere “ a immagine di Dio”.

 “Visto quello che accadeva, i suoi compagni furono molto dispiaciuti e andarono a riferire al loro padrone tutto l’accaduto.” (v 31).

È come dire che non basta “essere a posto”, occorre allargare il cuore per prendersi  carico anche di coloro che sbagliano e di coloro che soffrono accanto a noi. Non si tratta di “fare la spia” e mettere in luce le mancanze altrui agli occhi di Dio, né di spettegolare o di giudicare, ma di non essere indifferenti alle ingiustizie e di pregare e muovere passi sia per coloro che subiscono il male, sia però anche per coloro che credono che tanto non ci sarà poi un “dover rendere conto” di quanto hanno ricevuto.

Cercando nella vita di don Bosco, troviamo un episodio che traduce nella quotidianità quello che questo brano di Vangelo ci suggerisce:

Una domenica Giuseppe Brosio, un giovanotto molto affezionato a Don Bosco, notò che il Santo non era in cortile. Strano!
Si mise subito a cercarlo in ogni angolo della casa. Cerca e ricerca, finalmente lo trovò. Don Bosco era triste, sembrava che stesse per piangere.
Che le succede, Don Bosco? – gli chiese premuroso. Don Bosco taceva, chiuso nel suo dolore. Il giovane insistette perché gli facesse conoscere il motivo di tanta sofferenza.
Uno dei nostri ragazzi – disse infine Don Bosco – mi ha oltraggiato e svillaneggiato. Per quel che mi riguarda, non mi importa punto; ma il peggio è che lui si trova su una brutta strada e chissà che fine farà. Brosio si sentì toccare sul viso. Con una vampa di collera mostrò i pugni e assicurò a Don Bosco che ci avrebbe pensato lui a vendicarlo.
Don Bosco lo guardò fissamente: Tu vuoi vendicare Don Bosco, non è vero? Hai ragione: ma a un patto: la vendetta la faremo insieme. Sei contento? D’accordo – gli rispose Brosio. Allora vieni con me – lo invitò Don Bosco. E lo condusse in chiesa a pregare per quel ragazzo insolente che lo aveva offeso. “Credo che Don Bosco abbia pregato anche per me – ricordava più tardi Brosio – perché in un momento mi sentii un altro, letteralmente cambiato. Lo sdegno contro quel mio compagno si era mutato in perdono”.

Così deve essere chi è stato creato a immagine di Dio, no?

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