4^ di Quaresima

22 marzo 2020 – Anno A

 

Vangelo di Giovanni 9, 1-38b

Commento di suor Giulia Calvino, FMA

 

Nel cammino verso la Pasqua, dopo il tema dell’acqua viva che Gesù Cristo dona al credente in lui, la liturgia ci fa meditare sulla luce o, meglio, sull’illuminazione, azione compiuta da Gesù affinché noi vediamo e siamo strappati dalle tenebre.

Il lungo racconto della guarigione di un uomo cieco dalla nascita in realtà è la narrazione di un processo in diverse tappe intentato a Gesù, un processo a colui che è “la luce del mondo”, la luce venuta nel mondo, quella che illumina ogni essere umano, luce che però non è non riconosciuta e non è accolta da coloro ai quali era stata inviata. Questo racconto è paradossale, perché ci testimonia che chi è cieco, incontrando colui che è la luce del mondo, diventa “capace di vedere”, mentre quelli che vedono, incontrando Gesù, restano abbagliati fino a rivelarsi ciechi, incapaci di vedere.

Il racconto presenta una novità: non avviene, come in tanti altri racconti di miracoli, che il malato invochi Gesù e gli chieda la guarigione, ma è Gesù che, passando, vede un uomo bisognoso di salvezza. Non solo: Gesù dichiara che quella malattia è l’occasione per il manifestarsi del Dio che interviene e salva.

Il suo è uno sguardo che dice interesse per la sofferenza umana e volontà di cura conforme al desiderio di Dio, diametralmente opposto a quello colpevolizzante dei discepoli, che non sanno scorgere la sofferenza di un uomo, mentre cercano di spiarne il peccato.

Di fronte al male noi cerchiamo spiegazioni, vogliamo individuare colpa e colpevole. Gesù invece non propone alcuna spiegazione a quella cecità, al male sofferto dal cieco, ma, con una reazione di umanissima compassione, gli si avvicina e si mette a operare per sopprimere il male e far trionfare la vita.

Gesù si dice “inviato” per compiere le opere di Dio, e ciò è possibile “finché è giorno”, finché è nel mondo, tra gli uomini, quale luce che le tenebre non possono sopraffare.

Dette queste parole, fa un gesto di cura terapeutico: impasta della polvere con la sua saliva e la spalma sugli occhi del cieco. Il cieco si sente toccato da Gesù, sente le sue dita e il fango sui propri occhi, sente di poter mettere fiducia in chi lo ha “visto” e lo ha riconosciuto come una persona nel bisogno.

Non appena Gesù gli dice di andarsi a lavare nella piscina adiacente – detta di Siloe, cioè dell’Inviato di Dio –, egli obbedisce, va, poi torna da Gesù capace di vedere.

Non solo: ora crede alle Sue parole come parole potenti, efficaci, e così trova quella vista che mai aveva avuto.

A nulla valgono le pretese saccenti dei farisei di convincerlo, perché loro “sanno”, hanno l’autorità di discernere che Gesù è un peccatore, dunque non può fare nulla di buono. Lo scontro porta sempre l’uomo alla stessa constatazione: era cieco e ora ci vede, sa di essere stato guarito da Gesù, sa che Dio ascolta chi fa la sua volontà. Cacciato fuori dalla comunità degli osservanti fedeli alla legge, fuori come tutti quelli che riconoscevano Gesù quale Messia, ecco che viene raggiunto da Gesù che gli pone una domanda, da cui nasce il dialogo che costituisce il vertice di questa pagina:

“Tu, credi nel Figlio dell’uomo?”.
– “E chi è, Signore, perché io creda in lui?”.
– “Lo hai visto: è colui che parla con te”.
– “Credo, Signore!”.
E si prostrò davanti a lui.

Ecco, ci siamo: l’uomo chiamato Gesù è il Signore, venuto perché coloro che non vedono possano vedere e quelli che vedono diventino ciechi. I poveri farisei hanno capito la posta in gioco: vedere un segno compiuto da Gesù e non riconoscere il bene che esso rappresenta, non riconoscere che Dio è all’origine del suo agire, significa essere gettati fuori, essere nelle tenebre, non vedere.

Carlos Cazalis, fotografo messicano, nel 2008 realizza a san Paolo in Brasile una serie di foto intitolata “Sleepers” (i dormienti): le persone ritratte dormono all’aperto perché senza fissa dimora.

In nessuna delle fotografie si vede il loro corpo, ne intuiamo la presenza dal volume che si trova al di sotto delle coperte, ma questi uomini e queste donne non hanno un volto. Le foto sono costruite per confondere i nostri occhi, mimetizzando la presenza di queste persone all’interno del contesto urbano.

A me ha fatto riflettere: non potrebbe essere un rischio, nel nostro servizio pastorale, non vedere la realtà di ogni persona che incrociamo e supporre quale potrebbe essere il bene per ciascuna, senza andare al di là del suo nascondersi, a volte, sotto le mentite spoglie di atteggiamenti e comportamenti per noi non adeguati?

Per i farisei era l’osservanza pedante della legge a offuscare il loro sguardo. E per noi?

Forse il dimenticarci che siamo “solo servi”, o che abbiamo il tesoro di un carisma a cui attingere, oppure pensare di poter inserire tutto in schemi educativi già consolidati, mentre seguire Cristo è sempre lasciarsi sconvolgere e rinnovare e abbandonarsi alla novità dello Spirito. O … cos’altro ancora?

Che il Signore ci aiuti a vedere Lui e condurre i nostri destinatari (e anche le nostre sorelle) a guardare la realtà con gli occhi Suoi. Questo sarà possibile dopo che gli avremmo chiesto con fede: “Signore, che io veda!” e ci lasceremo guarire dalle nostre “cecità”, accumulate nel tempo.

 

 

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