4^ di Quaresima

22 marzo 2020 – Anno A

Vangelo di Giovanni 9,1-41

Commento di suor Michela Consolandi, FMA

 

Il nostro cammino di Quaresima è ormai arrivato alla quarta domenica, chiamata dalla liturgia anche domenica “in laetare”. Il motivo di questa gioia è esplicitato nell’antifona di ingresso: “Rallegrati, Gerusalemme, e voi tutte che l’amate, riunitevi. Esultate e gioite, voi che eravate nella tristezza: saziatevi dell’abbondanza della vostra consolazione” (cfr Is 66,10-11). Dunque, la gioia per una consolazione ormai alle porte, per la luce della Pasqua che già dirada le tenebre della morte.

Ed è proprio sul binomio “luce-tenebre” che le letture odierne si concentrano, in particolare il Vangelo, con la narrazione dell’episodio della guarigione del cieco nato. La scorsa domenica Gesù ha promesso alla Samaritana acqua “viva”, oggi si rivela come “luce del mondo” e la prossima domenica, con l’episodio della resurrezione di Lazzaro, si presenterà come “resurrezione e vita”. Acqua, luce e vita: si tratta di tre elementi battesimali, che ritroveremo nella grande veglia pasquale nei segni del fuoco, dell’acqua e nella liturgia tutta, ad indicare che la quaresima non è un cammino distinto, ma la preparazione alla celebrazione del mistero pasquale.

Il Vangelo di oggi si apre con una domanda da parte dei discepoli: “Rabbì, chi ha peccato, lui o i suoi genitori, perché sia nato cieco?”. Certamente a noi suonano molto strane queste parole, che però riflettevano la mentalità dell’epoca secondo la quale la malattia era conseguenza del peccato.

Gesù risponde in maniera inaudita: “Né lui ha peccato né i suoi genitori, ma è perché in lui siano manifestate le opere di Dio”; e, fatto del fango, con un gesto che ricorda la creazione, guarisce quel mendicante.

Il resto del racconto è un susseguirsi di interrogativi da parte dei farisei, un vero e proprio processo al cieco ormai guarito circa l’identità di Gesù, denunciato per aver compiuto guarigioni in giorno di sabato.

Troviamo quindi almeno tre modi diversi di porsi di fronte al tema delle tenebre, e, più in generale, a quello del dolore: i discepoli cercano il colpevole, in quella logica di “causa-effetto” tanto diffusa ai giorni nostri; i farisei non si lasciano scalfire neppure davanti all’evidenza della guarigione e si chiudono nelle loro sicurezze, decidendo quindi di non vedere. E il cieco? È colui che, umilmente, lascia che le sue tenebre vengano attraversate e illuminate dalla luce.

Se pensiamo alla vita di tanti santi, il momento delle tenebre è stato quello attraverso cui la luce della Grazia è entrata nella loro vita: san Paolo, raggiunto da Dio mentre era omicida; Sant’Agostino, che ha vissuto per molto tempo in modo dissoluto; Santa Maria Domenica Mazzarello, che ha fatto della malattia del tifo il luogo della rivelazione della sua vocazione.

Gesù dunque non pensa ad eventuali colpe, ma fa della tenebra l’occasione per il trionfo della Luce. Il problema quindi non è l’essere cieco, ma la non disponibilità a farsi guarire. Infatti, al termine del brano, Gesù, rivolgendosi ai farisei, afferma: “Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: ‘Noi vediamo’, il vostro peccato rimane”.

Viviamo questi giorni di Quaresima nell’atteggiamento del cieco nato, lasciando entrare Dio nelle tenebre delle nostre paure, delle apprensioni che viviamo e dei nostri peccati. Non facciamoci vincere dall’orgoglio di potercela fare da soli, guariamo dalla miopia che ci fa sentire “sani” e apriamo gli occhi della fede per scorgere la luce di Dio che sa illuminare la profondità della nostra anima.

Soltanto così la fiamma del cero pasquale che illuminerà le nostre chiese buie nella notte santa non sarà un gesto come altri, ma la nostra stessa realtà di passaggio dalla morte alla vita.

 

 

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