5^ domenica dopo l’Epifania

 

9 febbraio 2020 – Anno A

 

Vangelo di Giovanni 4, 46-54

 

Commento di suor Chiara Papaleo, FMA

 

 

Può capitarci, stando davanti ad una pagina del Vangelo di Giovanni, di pensare che sia troppo complicato per noi lo stile di questo evangelista, di avere sempre bisogno di un grande interprete erudito che ci illumini sul vero significato di ciò che Giovanni vuole comunicarci.

E invece la scena davanti alla quale ci troviamo questa domenica è di una semplicità incantevole.

C’è un papà disperato, che non vuole vedere il suo bambino morire. L’arrivo di Gesù – come sempre – fa notizia e così lui si mette in cammino. Cafarnao dista da Cana circa 26 chilometri, ossia un giorno di cammino; è un viaggio tortuoso e tutto in salita. Ma non è di certo la fatica del viaggio a poter fermare un padre.

Gesù, ci dice Giovanni, si trova a Cana. Sarebbe interessante approfondire i motivi per cui Gesù torna in Galilea, ma ci accontentiamo di soffermarci su Cana. Neanche a dirlo, la mente e il cuore tornano subito alle nozze; quasi a dirci che Cana è il segreto della guarigione e, forse, il segreto di ogni miracolo. Ancora una volta, a Cana scopriamo che il vero miracolo è la fede nella Parola.

Ripercorriamo la scena: un padre cerca Gesù e gli domanda un miracolo. Gesù gli risponde in maniera severa, dicendo che c’è troppa dipendenza dai segni. Quell’uomo insiste, quasi a voler dire che non cerca un segno, ma solo che suo figlio viva. Gesù gli dice di tornare a casa perché il figlio è guarito. Quest’uomo, senza nessuna rassicurazione esterna, senza nessun segno esteriore, si fida di Gesù e se ne torna a casa.

Follia! Almeno tanta quanta ne ebbero i servitori per riempire di acqua delle pesantissime giare di pietra e portarle al maestro di tavola di un banchetto di nozze al quale era finito il vino troppo presto!

E quel padre riparte, un altro giorno di cammino, con in tasca solo la certezza di una Parola e nessuna conferma. Aveva cercato l’incontro, aveva insistito, ore se ne va, credente. Come si accenda quella scintilla, da dove sorghi quell’intuizione, cosa spinga quest’uomo a non chiedere più nulla, rimane racchiuso in un mistero difficilmente spiegabile: il mistero luminoso e nascosto dell’incontro con la persona di Gesù.

Quali emozioni e quali pensieri durante quel viaggio? Quali domande nel cuore di un padre dopo quell’incontro? Le tasche vuote di risposte non possono impedirci di metterci in cammino, perché le conferme arrivano proprio mentre andiamo!

Ed è così che il funzionario vede arrivargli incontro i suoi servi con la notizia: “Tuo figlio vive!”. Pensiamo se non sia terribilmente vero anche per noi: l’ora dell’incontro con Gesù, solo con lo scorrere di molte altre ore, rivela la sua verità. A volte, solo dopo molto tempo ci accorgiamo che in quella circostanza particolare, quel giorno preciso, a quell’ora, abbiamo veramente incontrato il Signore. Sul momento ci fidiamo irragionevolmente di una Parola, poi è la vita, col suo scorrere creativo e pieno, a confermarci l’unicità di un incontro.

Allora la gioia si moltiplica, proprio come alle nozze, perché il miracolo anche questa volta è doppio: un figlio guarito e un padre (anzi, una famiglia) credente. Ecco l’abbondanza del dono di Dio: noi vorremmo, a volte, semplicemente essere esauditi nelle nostre richieste, invece Lui non si accontenta di così poco: ci rende credenti!

Sì, perché questo è il vero miracolo della fede: credere senza nessun’altra garanzia, eccetto la Parola di Gesù. La fede è davvero un fatto miracoloso, un segno dell’Amore di Dio, una rivelazione dell’Amore che è Dio.

Mi piace pensare che Gesù pensasse proprio a questo papà quando, rivolgendosi all’incredulo Tommaso bisognoso di vedere e di toccare, gli disse: “Beati quelli che non hanno visto e hanno creduto” (Gv.20,29 b).

 

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