6^ domenica del tempo ordinario

16 febbraio 2020 – Anno A

Vangelo di Matteo 5, 17-37

 

Commento di suor Silvia Testa, FMA

 

Una Parola abbondante che regala molti spunti e tematiche. Cogliamone alcuni. Un aggancio da non perdere: siamo all’interno del discorso della Montagna, per cui, per comprendere appieno questo brano, non possiamo dimenticare l’esortazione ascoltata domenica scorsa: “Voi siete il sale della terra…voi siete la luce del mondo”.

Gesù, quindi, attraverso la logica che emerge dalla pericope odierna di Matteo, ci invita ad essere sale e luce vivendo una superiore “giustizia” rispetto a scribi e farisei (v. 20). Ci esorta a vivere qualcosa di più e non di meno, o meglio, “un oltre”, come Lui stesso si presenta: “Sono venuto a dare pieno compimento”. San Paolo nella lettera ai Romani dice che “chi ama l’altro ha adempiuto la legge… pienezza della Legge infatti è la carità” (Rm 13,8.10). Gesù ha compiuto la Legge nel dono di sé, mettendo così il sigillo del “per sempre” al Suo Amore che incondizionatamente e continuamente si dona a noi. Gesù ha vissuto la Sua Giustizia amandoci fino alla fine e per sempre.

Ecco allora un primo spunto: solo vivendo nel Suo Amore possiamo vivere questa superiore “giustizia”, non semplicemente grazie ad uno sforzo generato dalla nostra volontà, e solo così saremo considerati “grandi” nel Regno.

Dopo questo preambolo iniziale, l’evangelista Matteo ci fa entrare nel vivo su come vivere la superiore “giustizia”; è proprio attraverso le quattro antitesi (quattro su sei presenti nel capitolo 5 di Matteo) che Gesù chiede a coloro che desiderano seguirlo, a coloro che vivono una profonda relazione con Lui, qualcosa di più, appunto “un oltre”, rispetto al detto agli antichi: “avete udito…ma io vi dico”.

Nella prima antitesi, (vv. 21-26) Gesù ci guida a prendere coscienza che frequentemente, in chi ci vive accanto, provochiamo una morte non fisica, e questo con parole, silenzi, sguardi, atteggiamenti di indifferenza. Egli invita inoltre a non scagliare contro gli altri il male che si annida nel nostro cuore (chi dice stupido, pazzo), ma ad interrompere il suo effetto crescente, come quello dei cerchi provocati da un sasso gettato nell’acqua, con il perdono stesso.

Con la seconda antitesi (vv. 27-30), partendo dalla relazione fra un uomo e una donna imbruttiti dal tradimento, Gesù chiede ai nostri sguardi, che abitano ogni relazione, di essere liberi e liberanti. Quando lo sguardo è segno di un desiderio di possesso, la conseguenza può essere devastante.

Lo vediamo ogni giorno dalle notizie di cronaca, ma anche nella vita di ciascuno di noi è necessario un serio dominio o meglio è necessario che, come dice Enzo Bianchi: Tutto il corpo, e soprattutto i sensi attraverso i quali viviamo le relazioni con gli altri, devono essere dominati, ordinati e anche accesi dalla potenza dell’amore”, il Suo amore.

Nella terza antitesi (vv.31-32) Gesù toglie innanzitutto i riflettori dalla donna, giudicata nel mondo giudaico sempre colpevole (chi ripudia… ma io vi dico: chi ripudia…la espone) spostando invece l’attenzione sugli effetti che l’atto del ripudio comporta.

Si può aprire di conseguenza la riflessione sul fatto che spesso ognuno agisce con superficialità e leggerezza nei confronti degli altri per affermare se stessi e i propri bisogni.

Con le parole espresse negli ultimi versetti del brano di oggi, (vv.33-37) accogliamo l’invito di Gesù alla trasparenza e alla limpidezza di parola e quindi di vita. Quando è così, non serve giurare su Dio: Dio non può essere il garante del nostro dire e agire ma ognuno, con radicale coerenza di parola, è chiamato ad essere testimone della Sua Parola, della Sua stessa presenza.

Possiamo concludere ricordando che la giustizia che Gesù chiede in queste quattro antitesi è esigente, ma soprattutto sovrabbondante, perché nasce dalla Legge dell’Amore, il Suo Amore in cui vivere e dimorare.

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