Ale, mamma scout, ci riporta dal vero una testimonianza che profuma di Vangelo e di educazione come “cosa del cuore”.

Non sono passati molti giorni dalla fine del campo scout che ho trascorso con i ragazzi dai 12 ai 15 anni e ho ancora ben vivide nella mente le immagini di tutte le avventure e le emozioni vissute insieme, i giochi e le risa, le stellate notturne, le chiacchierate e i canti attorno al fuoco, le attività di tecnica, le uscite nel verde, i volti dei ragazzi mentre accendono il fuoco, cucinano, lavano le loro pentole, le piccole grandi attenzioni degli uni verso gli altri, ma anche i momenti di difficoltà, le discussioni, le occasioni di verifica.

Innegabilmente però, il gioco e la sfida tra le varie squadriglie (piccoli gruppetti di lavoro che prendono il nome di un animale) è ciò che maggiormente ha acceso e appassionato i ragazzi in questi giorni, divenendo al contempo elemento fondante per la loro crescita.

Una scena in particolare ha catturato la mia attenzione e stimolato la mia riflessione.

Torneo di Palla scout. Finale per aggiudicarsi il primo posto. Due squadriglie in campo, Volpi e Lupi, da sempre in forte competizione tra loro nella storia trentennale del Gruppo. Partita agguerritissima, giocata all’ultimo fiato, quasi che vincerla fosse questione di vita o di morte. Lupi in vantaggio di un punto. Sul fischio finale, chi arbitra annulla l’ultima meta appena fatta dalle Volpi, per la quale si sarebbe andati ai supplementari. I Lupi esultano.

“Ecco, ora cominciano a litigare” – mi dico. E invece le Volpi si avvicinano ai Lupi e i ragazzi si stringono le mani e si abbracciano, complimentandosi tra loro per la bella partita. Atto inaspettato e assolutamente non scontato. Che gioia!

Chiunque abbia fatto parte di una squadra sa quanto forte sia la spinta alla vittoria.

Si tratta di un desiderio innato, che va al di là della singola prestazione, quasi a diventare un atteggiamento che assumiamo nei confronti del mondo, quasi a coinvolgere la vita intera.

Non sono rari i casi di bambini e ragazzi che vivono una competitività particolarmente accesa, che rifiutano di perdere, reagendo ad ogni sconfitta in modo sproporzionato.

E se questi piccoli non incontrano qualcuno che insegna loro a perdere, si trasformano in giovani (e chissà, poi anche in adulti?) che faticano a tollerare ed accettare i propri errori e fallimenti; la sconfitta brucia e non di rado finisce che ci si chiuda in se stessi e lentamente si anneghi nell’amarezza e nella frustrazione di ciò che non si è riusciti ad ottenere.

Eppure lo sport e il gioco insegnano: si vince e si perde.

E questo è valido anche per la vita di tutti i giorni, che ad ogni passo ci mette di fronte ad una sfida e, di conseguenza, ad una potenziale sconfitta.

Ma se vincere è facile, saper perdere è più difficile.

Saper perdere non significa non voler vincere o non dare alcuna importanza alla vittoria!

Eppure uno degli insegnamenti più belli dello sport – se vissuto nella giusta maniera, laddove l’allenatore è anche un educatore, che aiuta i ragazzi a rileggere quanto accade – è che non c’è niente di più importante nella vita che saper accettare una sconfitta con dignità.

Questa è l’arte del saper perdere! Capire che si può e si deve trarre il meglio da ogni esperienza, anche dalle sconfitte della vita, dietro le quali sempre è nascosto un insegnamento.

Gli eventi della vita non sono né positivi, né negativi: è la nostra reazione che va in una delle due direzioni e che fa la differenza nel modo in cui affrontiamo l’esistenza.

Chi impara a perdere sa trasformare i propri errori in uno stimolo per fare sempre meglio. Si dice infatti che ciò che distingue un campione da un atleta comune sia la “resilienza”. Chi è resiliente non si lascia abbattere da una sconfitta, ma ne esce rafforzato, perché analizza i suoi errori e trova le giuste soluzioni per tornare a vincere.

Allo stesso modo, ogni volta che un ragazzo nella sua vita scolastica o personale esce battuto, è importante che si fermi, osservi come si sente e individui gli errori da non ripetere per migliorarsi.

Osservo. Penso. Agisco. Diciamo nello scoutismo!

Si impara da bambini.

E’ quindi fondamentale che nel gioco e nello sport, genitori, insegnanti ed educatori, più che incoraggiare la ricerca della vittoria ad ogni costo, aiutino si i piccoli a sviluppare il senso della competizione, ma al contempo anche quello del divertimento e la passione per quel che si fa.

In generale noi adulti abbiamo un grande compito: insegnare ai nostri figli (laddove i figli di altri sono i figli di tutti) che se vincere è bello, perdere è bellissimo!

Questo li renderà più forti, migliorerà la loro autostima e li preparerà alle battaglie della vita. Perché affrontare il mondo a testa alta e sapersi rialzare è una conquista dell’anima, ad ogni età.

Alessandra

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