Di Marco Pappalardo

A scuola si può fare politica? La vicenda della docente di Palermo sospesa per diversi giorni ha aperto tanti fronti di discussione.

Ora è tornata tra i suoi studenti e colleghi, ma resta la questione. Tra i commenti ai diversi articoli di quei giorni, oltre i moltissimi di sostegno ve ne erano tanti di biasimo con la motivazione che un professore non deve fare politica! Giusto o sbagliato? La politica che deve restare fuori dalle aule è quella partitica, quella della militanza di destra, centro, sinistra, con i relativi estremi di qua o di là, tranne che non si dibatta sulla cronaca, a partire dai giornali, da un evento particolarmente significativo, e sempre mostrando tutte le sfaccettature.

Non si può e non si dovrebbe fare a meno, invece, della politica come ‘ricerca del bene comune’ o come ‘la più alta forma di carità’.

È proprio la scuola in tal senso un laboratorio politico e di politica, una palestra in cui si impara nella libertà e con responsabilità ad essere onesti cittadini e buoni costruttori della società! Di questo abbiamo tanto bisogno e forse in una scuola con tale prospettiva dovrebbero ritornare per qualche tempo un bel po’ di politici! Però, tornando sui banchi, per quanti vogliono al contrario una totale asetticità e distanza dalla politica nelle classi, non ci si dimentichi che ci sono pagine e pagine di Storia dedicate, capitoli di Geografia, ore di Cittadinanza e Costituzione, dibattiti e teorie della Filosofia.

E come parlare di Dante senza toccare il tema politico? Come trattare Machiavelli, Foscolo, Alfieri, Manzoni? E andando indietro, possiamo forse eliminare tutte le tragedie greche sul tema o alcune commedie di Aristofane? Oppure c’è modo di conoscere davvero Cicerone senza? E che dire delle elezioni dei rappresentanti di classe e di istituto degli alunni, con quella verve tipica, le liste, persino le promesse. Potremmo continuare, ma ci fermiamo sulla necessità di usare le parole riempiendole del giusto significato, adattando il vero contenuto che esprimono al contesto, senza generalizzare.

Si studia non certo per il ‘quanto basta’, per la ‘meno peggio’, per il ‘politically correct’, per sopravvivere e prendersi un pezzo di carta, bensì per capire e scoprire, per discernere e giudicare, per comprendere e desiderare di saperne di più, per sbagliare e rialzarsi, per sapere che cosa sono le “leggi razziali” e per evitare che si ripetano.

 

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