Cosa significa educare?

Educare vuol dire esporsi al mistero dell’altro

 

di Simonetta Grementieri per il Giornalino della Fraternità di Romena

 

Johnny Dotti vive in una comunità di famiglie nella campagna del bergamasco insieme alla moglie e ai suoi quattro figli. Negli oltre trent’anni di vita comunitaria vissuta racconta di aver avuto circa una sessantina di figli. Oltre a quelli ‘biologici’ ne ha infatti avuti tanti ‘di cuore’. Alla luce di queste esperienze oggi sente di poter affermare che «educare è impossibile ma, esattamente perché è impossibile, è umano».

 

L’educazione non aiuta a funzionare, ma ad esistere.

Dotti inizia il suo intervento a Romena rompendo subito gli argini della parola educazione, mostrando con chiarezza quanto ci coinvolga e ci riguardi:

«Educare è una delle questioni rimaste alla libertà dell’uomo e in questo senso è oggi urgente e importante. Perché sperare, oggi, significa educare ed educare significa sperare. Tutto il mondo dell’educazione è diventato un grande baraccone di tecnica: il grande baraccone della scuola, delle terapie, dei servizi, delle competenze, dei progetti; tutte cose interessanti nate con l’intenzione di dare importanza alla questione umana, ma che oggi sono diventate dei ‘dispositivi’ che si muovono da sé. Quando si entra nella scuola, ad esempio, si entra in un sistema tecno-burocratico molto più grande di noi, dove l’educazione si confonde con l’istruzione (educare non è istruire), con la formazione (educare non è formare), con l’apprendere (educare non è apprendere).

Educare invece è ‘accompagnare il venire al mondo del mistero dell’altro’; in questo senso è cosa profondamente umana che ha a che fare radicalmente con l’invisibile e l’impossi- bile.

Purtroppo però tutto il ‘grande sistema’ che abbiamo montato ha rimosso quasi totalmente la questione umana, riducendo quest’epoca ad un periodo tecno-gnostico la cui unica ossessione è quella di ‘funzionare’. L’educazione non aiuta a funzionare, aiuta ad esistere. Le macchine funzionano, noi invece siamo strutturalmente disabili, strutturalmente fragili, feriti, mortali.
La grande rimozione dell’esistenziale ha portato l’educazione dentro un rapporto specialistico, facendoci credere che si deve fare un corso per imparare a educare, un corso per diventare mamma e papà. Ma non è così: la vita richiede un’esposizione costante al rischio.

Occorre attraversare il rischio dell’educazione, che è un rischio misterioso perché è l’esposizione all’enigma dell’altro; non all’identità dell’altro, non a ciò che io desidero dell’altro, non a mettere l’altro dentro una cosa che io ho pensato prima, ma esposizione al far venire al mondo il mistero dell’altro. Questo richiede che rivieni al mondo anche tu diventi padre nel far venire al mondo il mistero del figlio».

 

L’educazione si nutre di esperienze.

In tutte le società la speranza è una virtù che accompagna l’immaginario giovanile, ma oggi come facciamo a sperare avendo pochi giovani (a breve gli over 65 supereranno gli under 25) costretti in un sistema rigido, sia nelle forme scolastiche che lavorative, con una richiesta di performance che comincia esporsi al mistero dell’altro fin da piccolissimi? Qual è lo spazio dell’educare, oggi?

Per Dotti non c’è dubbio: «Quello dell’esperienza che è sempre un’esposizione mortale alla realtà. Recuperare uno spazio di libertà e di responsabilità, immaginare di fare più cose con i giovani che per i giovani, dove anche loro possano recuperare uno spazio reale di responsabilità, uscendo dall’idea di montare servizi ‘per’ loro, cercando piuttosto di costruire esperienze ‘con’ loro.

Questo alimenta la fiducia nell’altro. La sicurezza umana è sempre il rischio di una relazione con l’altro e passa dalla fiducia: nessun sistema tecnico ci renderà sicuri. Questo richiede a noi adulti la capacità di fare un passo indietro per rigenerare uno spazio entro cui i giovani possano giocare il ‘rischio’ della vita, nell’accezione più nobile del termine.

La vita è essenzialmente novità, è venire al mondo di qualcosa che non c’era e quando anche si ripete ciclicamente, come le stagioni, ogni stagione non è mai uguale alla precedente. Un’esperienza, questa, lontana dai giovani di oggi, spesso imprigionati in una struttura tecnica così fortemente determinata in cui l’unica cosa possibile da fare sembra rendersi adeguato ad un sistema pensato da qualcun altro».

 

L’educazione è fatta di mente, di cuore e di mani

“Esporre alle esperienze – prosegue Dotti – vuol dire esporre all’esperienza integrale di sé: la dimensione umana è fatta contemporaneamente di mente, di cuore e di mani. Oggi i giovani vivono questa dimensione nelle tre parti separate; paradossalmente il digitale se viene lasciato a sé colonizzerà una certa forma di intelligenza, certamente non aprirà ad esperienze di corpo e tantomeno ad esperienze emotive e spirituali di cui l’uomo ha costitutivamente bisogno.

L’educazione ha bisogno di corpo, odore, tatto perché il mistero viene sempre fuori nell’incarnazione, non è un algoritmo. Dio lo mangi, l’altro devi mangiarlo se vuoi che venga al mondo il suo mistero.

Oggi nessuno abbraccia più nessuno e senza abbracciare non c’è educazione. Prendiamoci in casa i figli degli altri allora, facciamo noi questo movimento amoroso, semplice, in cui non serve un progetto finanziato, serviamo noi e basta.

Non avremo più servizi, più erogazioni, ma più vita però!

Servono esperienze integrali e integrate, bisogna riportare al lavoro presto i ragazzi; non al posto di lavoro, ma all’esperienza del mettere al mondo, attraverso il proprio corpo, la propria intelligenza, il proprio cuore, qualcosa di utile a sé e agli altri. Bisogna infine portarli a sentire l’altro, a farsi prossimo dell’altro, a sentirlo importante.

L’educazione a cui penso non immagina di rivolgersi a degli utenti a vita. L’educazione non prevede utenti. Prevede le persone che hanno un senso al di là della funzione».

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