La credibilità è data dalla coerenza

Di Marco Pappalardo

 

Gli attacchi nei confronti di Papa Francesco, per le sue parole e per i suoi gesti, sono sempre dietro l’angolo e spesso sono interi “eserciti” a scagliarsi contro con documenti, lettere e raccolte di firme.

Attaccare in massa una sola persona è segno di viltà, che si definiscano pure cattolici sa di beffa, che si ergano a studiosi li rende saccenti, che vedano sempre il male e non riconoscano il bene quando è palese, è prova di faziosità. Infatti, se di recente ben cento tra questi lo hanno accusato di “atti sacrileghi e superstiziosi” in occasione del Sinodo sull’Amazzonia, gli stessi cento non sembra abbiamo avuto la stessa lena per elogiare e sottoscrivere le parole ed i gesti del Papa nei confronti dei poveri.
Delle due l’una: o il Vangelo non ha più a che fare con i poveri o questi oppositori hanno letto un altro vangelo, ma non quello di Cristo!

C’è di più: la credibilità è data dalla coerenza ed in questo Francesco è inattaccabile, mentre al contrario loro vedono il buio anche dove la luce è brillante, guardano il dito e non la luna indicata, negano l’evidenza del bene per non andare contro sé stessi. Facendo un po’ il verso alle favole antiche dell’agnello e del lupo o della volpe e dell’uva, gli oppositori ritengono di aver sempre ragione e l’ultima parola, giustificando così la pochezza delle loro opinioni e la bassezza dei loro attacchi. Eppure ogni cristiano dovrebbe gioire e commuoversi per un Papa che vuole un “mini-ospedale” temporaneo nel colonnato di San Pietro, che pranza con i poveri della città, che dono un palazzo vaticano per l’accoglienza di chi non ha dimora!

E che dire dell’omelia nella recente Giornata Mondiale dei Poveri?
Quando afferma: «I poveri sono preziosi agli occhi di Dio perché non parlano la lingua dell’io: non si sostengono da soli, con le proprie forze, hanno bisogno di chi li prenda per mano. Ci ricordano che il Vangelo si vive così, come mendicanti protesi verso Dio. La presenza dei poveri ci riporta al clima del Vangelo, dove sono beati i poveri in spirito (cfr Mt 5,3). Allora, anziché provare fastidio quando li sentiamo bussare alle nostre porte, possiamo accogliere il loro grido di aiuto come una chiamata a uscire dal nostro io, ad accoglierli con lo stesso sguardo di amore che Dio ha per loro. Che bello se i poveri occupassero nel nostro cuore il posto che hanno nel cuore di Dio! Stando con i poveri, servendo i poveri, impariamo i gusti di Gesù, comprendiamo che cosa resta e che cosa passa».

Sono forse “atti sacrileghi e superstiziosi” anche questi?

A quanto pare per tutto questo non ci sono firme e lettere di gruppo, e allora chi sa solo denunciare, recriminare, rinfacciare e mai elogiare, scusarsi, ringraziare, davvero non è degno di credibilità. Soprattutto ci illumina ancora Francesco con un altro passaggio dell’omelia: «Cerchiamo risposte nelle parole di Gesù. Egli oggi ci dice che quasi tutto passerà. Quasi tutto, ma non tutto. Egli spiega che a crollare, a passare sono le cose penultime, non quelle ultime: il tempio, non Dio; i regni e le vicende dell’umanità, non l’uomo. Passano le cose penultime, che spesso sembrano definitive, ma non lo sono. Sono realtà grandiose, come i nostri templi, e terrificanti, come terremoti, segni nel cielo e guerre sulla terra: a noi sembrano fatti da prima pagina, ma il Signore li mette in seconda pagina. In prima rimane quello che non passerà mai: il Dio vivo, infinitamente più grande di ogni tempio che gli costruiamo, e l’uomo, il nostro prossimo, che vale più di tutte le cronache del mondo».

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