Di Marco Pappalardo

All’inizio di ogni ora chiedo alla classe se ci sono domande: quelle inerenti all’argomento del giorno o alla materia in generale hanno subito una risposta, quelle più generali le rimando per gli ultimi cinque o dieci minuti; l’impegno è sempre di rispondere a tutte le questioni e, dove necessario, riprendere e approfondire in un altro momento.
Le seconde sono le più disparate e spesso toccano temi dell’adolescenza, sul senso della vita, su qualcosa che riguarda gli studenti personalmente ma che in quell’occasione desiderano condividere o generalizzare, come quando cominciano col dire “ad una mia amica è successo questo…” oppure “se una persona si trova in una certa situazione…”; è chiaro che si riferiscono ad altri ma parlano di sé.

Qualcuno potrà pensare che è un modo per perdere tempo, per rubarlo alla lezione – fossero pure quei cinque o dieci minuti – eppure è una grande opportunità educativa fatta di confronto, di formazione, di studio, non poche volte arricchita da riferimenti letterari. In questi giorni, per esempio, emergono in un bel secondo anno domande sulla fatica dello studio, forse frutto della normale stanchezza del periodo, certamente ricorrenti in molte generazioni. Non si tratta di lamentele o di non voler studiare, poiché dai toni, dagli sguardi, dai modi, dagli argomenti portati, si nota una certa maturità e passione. Inoltre gli studenti si esprimono un po’ tutti, da chi ha i voti più alti a coloro che tengono la sufficienza, segno di un “male di vivere” che la scuola non può non considerare.

Le risposte più semplici potrebbero essere “tutti abbiamo studiato e fatto fatica”, “non siete i primi e non sarete gli ultimi”, “all’università o nel mondo del lavoro sarà peggio”, ma rischiano di essere banali e generiche, oltre che alzare quasi un muro. Sono più interessanti le loro affermazioni e gli interrogativi come “va bene studiare tanto, ma perché alcuni prof. ci devono mettere ansia?” o “sono ai primi anni e già ho dovuto abbandonare lo sport e gli hobby, poiché non riesco a far bene tutto” oppure “io cerco di coltivare tutte le mie passioni e di studiare al meglio però poi crollo” e ancora “come fare a studiare tutto se ogni prof. crede che esista solo la propria materia caricandoci di compiti e persino dicendoci ‘che impegni avete il sabato pomeriggio e la domenica!’”.

L’interrogativo comune è “ma voi prof. vi siete dimenticati di essere stati studenti”?

Dare risposte significative non è facile, sicuramente è necessario ascoltarli e mettersi – da prof. – in discussione, non per abbassare il livello o per accontentarsi del minimo, bensì per trovare nuovi stimoli e strategie che aiutino a vivere lo studio come una risorsa e non come un ostacolo per la loro vita.

Sono tanti gli anni di studio, ore e ore di applicazione in aula e a casa per chi si impegna davvero, tanto da non poter trascurare l’impatto con la socialità e la felicità degli adolescenti.

Sono in gioco le relazioni e lo star bene, non valutazioni e voti, soprattutto come oggi dentro la scuola e con lo studio a casa realizzano se stessi e costruiscono ciò che sono chiamati ad essere.

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