Don Bosco: patrimonio dell’umanità

Duecento anni e non sentirli! Sì, è l’età di San Giovanni Bosco, per i figlie e le figlie spirituali semplicemente “Don Bosco”.

Il Signore fa grandi cose nei suoi progetti di santità, tanto da scegliere e chiamare un ragazzino di nove anni, di origini contadine e orfano di padre, e farne un papà per migliaia e migliaia di giovani.

“Non sentirli” questi 200 anni, perché il carisma salesiano diffuso nel mondo è sempre attuale per l’educazione della gioventù, con lo sforzo di essere dinamico e creativo nel tempo e nello spazio. Giovanni Paolo II lo ha definito “Padre e Maestro” e, come ogni genitore, ha lasciato ai figli un’eredità importante fatta non di opere, edifici, attività, ma consistente nell’unica missione per laici e consacrati, quella della salvezza dei giovani e della santità vissuta nel quotidiano.

Certo non mancano notevoli istituti, vasti cortili, famose scuole, grandi oratori, soprattutto non devono mancare cuori appassionati, menti creative, braccia al lavoro, scelte coraggiose, e l’unica prospettiva da desiderare – come indicava Don Bosco – cioè “pane, lavoro e Paradiso”!

San Giovanni Bosco non è un’esclusiva della Famiglia Salesiana, basta girare un po’ per il mondo o anche solo la nostra città, per rendersi conto di vie, una piazze, ospedali, parrocchie, scuole che portano il suo nome, per non parlare delle statue nei luoghi pubblici; basta entrare in una chiesa per trovare un quadro, un affresco, un altare, una statua, un oratorio a lui dedicato, anche nei luoghi più sperduti.
Egli è patrimonio di tutta la Chiesa e, per il suo metodo educativo, pure di altre fedi religiose o della società civile. Sì, un vero patrimonio e l’etimologia ci viene in aiuto con i diversi significati: la prima parte della parola deriva chiaramente dal latino pater, la seconda da munus che può significare “dono”, “bene”, “compito”.

  • Seguire il Santo dei giovani vuol dire innanzitutto considerarlo un dono del Padre celeste per tutti, un prezioso regalo che nessuno può tenere per sé, neanche il mondo salesiano, ma deve essere donato totalmente e “fino all’ultimo respiro”.
  • Seguire Don Bosco vuol dire oggi valorizzare questo bene ricevuto e farlo fruttare con originalità, fedeltà, sacrificio, profezia.
  • Seguire questo “Padre e Maestro” vuol dire inoltre assumere il compito, arduo e speciale, di portare la gioventù a Cristo, e, nel farlo, di realizzarsi come donne e uomini che camminano sulla strada della santità, “buoni cristiani, onesti cittadini, felici abitatori del Cielo”.

Eppure è il termine padre che ci aiuta a capire San Giovanni Bosco: ricorda l’abbraccio del “padre misericordioso” della parabola evangelica quando dice basta che siate giovani perché io vi ami assai e sceglie di farsi tutto a tutti per i ragazzi nelle carceri del suo tempo; ricorda il “buon pastore” che conosce tutte le pecore per nome e ha cura di quella smarrita quando i suoi ragazzi affermavano ognuno di essere il preferito di Don Bosco; ma è allo stesso tempo papà e mamma quando fa della sua casa una casa per tutti, dell’oratorio una famiglia, della santità una possibilità per tanti.

Forse è questa la vera grande eredità lasciati alle figlie e i figli spirituali, consacrati e laici:
essere mamme e papà per chi non c’è l’ha o vive rotture in famiglia, per una generazione senza figure genitoriali significative, per chi non crede più in stesso o non ha prospettive, per chi ha perso la speranza e vive nella povertà, per chi è violentato e sfruttato, per chi non può studiare e realizzarsi nel lavoro, per chi cerca risposte alle domande sul senso della vita, per chi è alla ricerca di Dio e della sua vocazione.

Allora, quest’anno, l’intero “mondo salesiano” e non solo, non può rimanere fermo e nostalgico nel ricordo di Don Bosco, poiché cosa ne sarebbe del suo patrimonio?
Ci sarebbe solo una memoria fatta magari da nuove ma inutili statue, targhe, piazze, vie intitolate!
Molti, invece, guardandolo e ascoltandolo, coloro che ne sono davvero “innamorati” e lo seguono, rivivranno in se stessi la grande passione per la Chiesa e per i giovani, costruendo comunità accoglienti e attraenti, staccandosi dalle strutture di sempre per una nuova evangelizzazione.

Un “povero sognatore” di campagna è divenuto un seme fecondo nel grande campo di Dio, adesso il seme è un albero dalle ampie radici e dai tanti rami frondosi: che sognino forte e coi piedi per terra, che portino frutti di libertà e carità, che siano seme che muore per la salvezza dei giovani!

 

Marco Pappalardo

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