di Andrea Miccichè

 

Dalla Giornata della Memoria sono trascorse appena due settimane…
Ma il carico di dramma e di morte della Seconda Guerra Mondiale e dei totalitarismi non ha esaurito la sua forza distruttiva.

Nel 2004, dopo anni di dibattiti e tentativi di revisionismo, il Parlamento ha istituito il Giorno del Ricordo, celebrato ogni 10 febbraio per commemorare le vittime delle Foibe.

La furia nazionalista del regime di Tito in Jugoslavia, rafforzata dalla rivalsa contro il fascismo, ha spazzato via centinaia di migliaia di italiani stanziati nell’Istria, a Fiume e nella Dalmazia: esodi forzati e campi di concentramento erano il preludio alla morte nelle cavità carsiche, dove si moriva dopo lunghe agonie e strazianti sofferenze.
Colpevoli di essere italiani, perciò vinti, e di essere stanziati in terre oggetto di spartizione tra i vincitori, le vittime delle foibe sono state uccise due volte: non solo nel corpo, ma, soprattutto nella memoria.

Una memoria che non è stata seppellita nel Carso, ma sotto il silenzio delle istituzioni e degli storici: i delicati equilibri internazionali del dopoguerra non avrebbero permesso alcuna condanna dell’eccidio.

Ancora oggi, come denunciava il Presidente della Repubblica Mattarella, “le foibe, con il loro carico di morte, di crudeltà inaudite, di violenza ingiustificata e ingiustificabile, sono il simbolo tragico di un capitolo di storia, ancora poco conosciuto e talvolta addirittura incompreso” (Dichiarazione del Presidente Mattarella in occasione del Giorno del Ricordo 2018); ancora oggi, la coscienza sociale è sorda al grido dei superstiti; ancora oggi, vi è chi nega la verità storica.

Già, le foibe sono una verità scomoda, perché chiamano in causa anche la nostra Resistenza, che, in alcune frange impazzite, si scagliò contro i propri compatrioti, rendendosi complice del dittatore comunista jugoslavo.

Il movimento di liberazione dalle forze nazifasciste, pur avendo portato l’Italia alla democrazia, non può essere mitizzato, e la tragedia dell’Istria e della Dalmazia rappresentano capitoli oscuri di quegli anni turbolenti. Ricordare, se non potrà riportare in vita le vittime, resta un dovere di civiltà, una piccola riparazione, un presupposto per l’accertamento delle responsabilità.
Ma, soprattutto, è un monito per il futuro: se è vero che non è l’antidoto, la memoria è il discrimine per valutare le azioni. È facile constatare che, nonostante la Shoah, le foibe, le “pulizie etniche” nei Balcani, nel mondo continua la strage degli innocenti. E continua, soprattutto, l’indifferenza, che ci rende silenziosi complici.

Allora, a che serve la memoria? Perché istituire giornate commemorative? Perché continuare in questi riti civili?

Davanti alla disumanizzazione progressiva, il ricordo è la cicatrice sull’umanità ferita, è il segno di una vitalità sociale.

Quando non ricorderemo più, vorrà dire che non saremo più uomini, ma cadaveri che camminano…

Possa salire dalle foibe, oltre ogni silenzio colpevole, l’estremo monito per orientare le nostre scelte, per agire nella verità, per essere ancora uomini.

 

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