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Gli emoji, le faccine che usiamo quotidianamente per esprimere emozioni e stati d’animo sui social network, ci riporteranno all’età della pietra, quando l’umanità non aveva ancora sviluppato la tecnica della scrittura.

Secoli e secoli di poesie, commedie, tragedie, romanzi e capolavori letterari buttati via. Tutta colpa di questi geroglifici dell’era digitale, la cui grafica ipersemplificata ci permette di dire praticamente tutto quello che vogliamo premendo un semplice tasto.

E’ quanto sostiene Mike Isaac in un articolo pubblicato recentemente sul New York Times. Se pensate che Isaac sia un anziano professore, che critica le nuove forme di espressione solo perché appartiene a un’altra generazione. Isaac ha 30 anni. Si è laureato in letteratura inglese e odia gli emoji perché ama la sua lingua, per la quale prevede un triste futuro. Un’altra lingua franca globale, primitiva ma efficace, rischia di prendere il suo posto.

Anche il Guardian si è lanciato contro le faccine colorate in un articolo intitolato “Emoji is dragging us back to the dark ages – and all we do is smile”.

L’articolo del Guardian sostiene che le civiltà che si affidavano ai geroglifici o alle immagini (gli antichi Egizi, i Maya) produssero culture statiche, perché con le immagini si possono trasmettere solo un numero limitato di concetti. Ecco perché, prosegue l’articolo, non esiste un’Odissea o un’Iliade egizia e perché Shakespeare è molto più eloquente degli Aztechi.

Emoji è la parola giapponese che significa “pittogrammi” e il responsabile di questo presunto imbarbarimento linguistico è un programmatore di Nome Shigetaka Kurita, che disegnò i primi emoji nel lontano 1999. Più o meno il periodo in cui i linguisti iniziavano a inveire contro la text language, il linguaggio abbreviato degli SMS (lol, gr8, CUl8r…) a cui oggi nessuno fa peraltro più caso. La letteratura non è morta e si stampano più libri che mai.

Liberamente tratto da testi di Mike Isaac

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